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Giornalisti di pace

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“Gli italiani parlano in genere di tre cose: di quello che hanno mangiato, di quello che mangiano e di quello che mangeranno”. Questo l’incipit di Davide Demichelis alla presentazione della serata intitolata “Così vicina, così lontana: c’è una Bosnia Erzegovina sconosciuta al grande pubblico, pur essendo a poche ore di auto dal confine con l’Italia. Un paese, la Bosnia Erzegovina, che è stato uno dei protagonisti della prima edizione di Radici (e già che ci siamo, la nuova edizione di Radici sarà in onda dal 14 giugno e per quattro venerdì su Rai3).
Ma perchè parlare della cucina? Perchè la cucina è uno dei temi dei tre filmati realizzati da Demichelis e Alessandro Rocca, tornati in Bosnia per Oxfam, ong che ha chiesto loro di proporla con un approccio turistico. “Il problema è la memoria della guerra. E con questi tre video, che trattano di cucina, sport e cultura abbiamo cercato di combattere questo stereotipo”.

“La Bosnia è un paese d’acqua: ci sono fiumi, corsi d’acqua e sport interessanti, come la canoa, il rafting – ha aggiunto Alessandro Rocca – io ho avuto la fortuna/sfortuna di andarci vent’anni fa durante la guerra. Si fa fatica a riconoscere i luoghi. La gente è ospitale, il cibo speciale, luoghi interessanti”.

“Dal ’92, dagli anni bui, si è arrivati al ventennale dalla guerra: ma si ricorda solo questo periodo – sottolinea Ajna Gali di Oxfam Italia Sarajevo – la gente si ricorda sempre e solo quel periodo”. Ajna è venuta da piccola in Italia per quella guerra ed è rientrata nel suo paese per ritrovare le sue radici, per capire la sua provenienza, le sue origini. Lascia la Jugoslavia e trova la Bosnia Erzegovina, un paese distrutto e ricostruito e molto cambiato.
“L’obiettivo ora è valorizzare questa terra, anche grazie all’enogastronomia. Trovare dei prodotti di eccellenza, trovare delle tradizioni e proteggerle e farle conoscere. I contadini come custodi del sapere e della terra: attraverso il loro antico lavoro preservare anche la biodiversità”.

Ajna racconta del vino, la vite secca, una vite particolare carsica, che ha radici in fondo, cresce nei sassi; parla dei vari itinerari, del trekking, della lingua italiana che dopo la presenza internazionale in tanti parlano,e della pazienza, che il visitatore ancora dovrà avere perchè non tutto è pronto per accogliere il turista. E ancora i mezzi di trasporto, l’accoglienza delle persone e le squisitezze, come, il miele, il melograno da cui si estrae il succo, il fagiolo quadrato, il formaggio nel sacco.

“Il formaggio nel sacco, un prodotto tipico speciale che oggi diventa un veicolo per mettere in contatto fra loro i gruppi che si sono fatti la guerra – ha sottolineato Demichelis – con la partenza delle forze internazionali (e con i riflettori che si sono spenti), il paese è rimasto abbandonato a se stesso e alle sue drammatiche divisioni nella stessa terra, la stessa città, lo stesso villaggio. Se valorizziamo le risorse di questa terra e stimoliamo il turismo, fisiologicamente incitiamo le persone del luogo ad organizzarsi e a parlare fra loro. E così dei prodotti concreti come il formaggio nel sacco oltre ad essere buonissimo diventa grimaldello per aprire le relazioni: può succedere che il contadino che lo produce viva in zona ortodossa e che per raggiungere i consumatori lo venda ad un monastero cattolico o a villaggi a maggioranza musulmana. Quindi il formaggio diventa veicolo di comunicazione con gente che difficilmente si parlerebbe e la promozione di un percorso dei sapori diventa un’attività strategica per la cultura del rispetto e della pace”. E allora ben venga l’eccellenza, anche quella dei formaggi e dei vini, specie se può aiutare la conoscenza e il dialogo e a non ripiombare nella guerra fratricida come 20 anni fa.

 

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