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Giornalista di frontiera

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Giornalista e scrittrice, nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass dal 2001 scrive un diario sul settimanale Internazionale. Unica reporter israeliana residente nei Territori Occupati della West Bank e nella striscia di Gaza, è nota per le sue posizioni che spesso solidarizzano con il punto di vista palestinese, un mondo che vive e racconta nei suoi articoli sul quotidiano israeliano Ha’retz. Le sue corrispondenze sono un punto di riferimento per tutte quelle persone che desiderano una pace giusta in Palestina. 

La giornalista ha ricevuto numerosi premi internazionali e quest’anno è stata annoverata da Reporter senza frontiere tra i cento giornalisti proclamati “eroi dell’informazione”. Le sue critiche all’occupazione e all’apartheid in atto sono sempre il risultato di documentazioni puntuali e precise, difficilmente smentibili. La incontriamo a Torino, alla Fabbrica delle E, ospite dell’associazione Rete Eco – Ebrei contro l’occupazione.

Amira Hass apre l’incontro con un episodio recente della sua vita. Un fatto che apre a significati molto più ampi: il racconto del tragitto di quella mattina verso l’aeroporto diventa un viaggio significativo, poiché intrecciato con la vita di una persona e il destino di un popolo.

Partita da Ramallah alle quattro del mattino, guida per quaranta minuti in direzione dell’aeroporto;attraversa alcuni villaggi palestinesi, la strada riservata ai coloni e il check point, “che per me è solo un check point”. Abitare a Ramallah rende difficili anche i gesti che per noi sembrano più banali: quando si reca da qualche parte, anche solo a Tel Aviv, è quasi in imbarazzo nel dirlo ai suoi vicini: “Per loro non è possibile spostarsi, è come ci fosse un muro, è la stessa distanza da qui alla Luna”. Quella mattina Amira Hass si alza presto e può scivolare via senza essere vista e doverne parlarne con alcuno. Ciononostante, sulla strada, alle quattro e mezza del mattino, trova un uomo: “Ho subito pensato fosse un lavoratore, che si recasse a Gerusalemme e avesse bisogno di un passaggio per raggiungere il check point. L’ho preso a bordo, e intanto che si intravedevano le prime luci, abbiamo iniziato a parlare del più e del meno”.
L’uomo le racconta un episodio di due settimane prima, di cui erano stati vittime due ragazzi, ammazzati da soldati israeliani senza un motivo. “C’erano delle telecamere della sicurezza e i filmati provano che i due giovani non avevano fatto nulla, non erano neanche coinvolti nel lancio di pietre, ma che comunque, in quella circostanza, anche il lancio di pietre non avrebbe costituito alcun pericolo per lo stato d’Israele o per i soldati”.

L’uomo confida a questo punto alla giornalista di aver perso un figlio allo stesso modo, anni prima: “Me lo dice come per dare un’informazione, in modo fattuale, senza aggiungere aggettivi, quasi volesse portare questa notizia nello spazio dell’auto. Mi ci è voluto qualche istante per trovare le parole – da giornalista e non solo da giornalista – per chiedergli quando, dove, come si era svolto il fatto, ed egli mi risponde, sempre con il tono di chi volesse darmi un’informazione, che era avvenuto nel 2002; il ragazzo era fuori casa ed era stato ucciso”. Ma non è tutto. “A ogni palestinese che abbia un parente stretto che sia ammazzato dall’esercito, anche in circostanze lontane dal combattimento come in questo caso, le autorità israeliane ritirano il permesso di spostamento. La logica di questa prassi è che chiunque abbia perso un familiare in questa circostanza abbia voglia di vendicarsi”. Così l’uomo, oltre al figlio, perde la possibilità di lavorare, ed è un colpo molto duro. Il permesso gli verrà ridato solo diversi anni dopo, grazie all’intervento di un avvocato.

Dopo un viaggio di venti minuti, la giornalista e l’uomo sono costretti a separarsi: non è possibile attraversare insieme il check point; per lui è necessario scendere dall’auto e sottostare a tutte le procedure di controllo, mostrare i documenti, essere perquisito, e così via.

“Questi 25 minuti di viaggio mi hanno ispirato due tweet”, racconta la giornalista. “Il primo: qualunque palestinese, non importa di che età o genere o classe sociale, ha nella sua storia familiare una vicenda come questa, un evento disastroso provocato da Israele. Esiste una tragedia collettiva che è il conflitto, e poi una tragedia individuale rappresentata da storie come quella di quest’uomo.
Il secondo: ogni palestinese vive nella paura costante che Israele se ne arrivi con una legge o decreto che renda la loro vita ancora peggiore. In ogni momento, un ufficiale o un funzionario di polizia di Israele può prendere una decisione in grado di stravolgere la vita dei palestinesi.

“A volte, dalle mie parti, dicono: la vita non è poi così male, abbiamo la Siria a destra e l’Egitto a sinistra. Nonostante ciò, fatti come quello che ho sintetizzato spiegano cosa significhi vivere da palestinese sotto il comando di Israele“.

Quando viaggio all’estero, la gente si aspetta parole di incoraggiamento, di speranza; posso invece dire che il cosiddetto processo di pace è fallito da tempo, siamo lontanissimi da qualsiasi spiraglio di soluzione o da segnali di avvicinamento delle due parti.
La società israeliana è molto vicina al governo, che non agisce in contrasto con la volontà popolare, e in questo senso Israele è del tutto democratica, c’è coerenza. Questo sostegno della maggioranza della gente si esprime con il sostegno verso i coloni, verso i soldati; si godono la vita normale di ogni giorno e ignorano totalmente la realtà, compreso il fatto che questa vita normale e buona sia basata sull’occupazione e sull’imporsi su un altro popolo.
Dall’altra parte la società palestinese, nonostante l’immagine di essere vittima di un attacco permanente e continuato, si sta consolidando attorno a un’idea: che l’ingiustizia avrà una fine. Chi, vent’anni fa, aveva 20 anni era convinto che nel giro di pochi anni si sarebbe arrivati a uno stato palestinese indipendente; oggi, le persone della stessa età, di 30 o 40 anni, non si illudono che questo accadrà nel corso della loro esistenza, ma lo sperano forse per i propri figli. Ma si moltiplicano nella società numerose iniziative volte a rafforzare la lotta, e sebbene non possano ancora essere inserite in una strategia, c’è grosso fermento nella società palestinese e al contempo un desiderio di un migliore futuro, ma anche di vivere il presente, che è segno di grande vitalità”.

Viene spontaneo chiederle una previsione, dato il suo punto di osservazione “privilegiato”:
“Difficile immaginare come il cambiamento potrà avvenire dal lato israeliano – conclude Amira Hass – ci sono stati molti tentativi di spiegare alla parte israeliana che l’occupazione è non solo sbagliata, ma anche pericolosa per la comunità ebraica in Israele, eppure adesso ci sono molte più persone persuase della normalità della situazione, rispetto al passato.
Penso che il cambiamento non arriverà dalla società israeliana, ma da parte palestinese, sia per la capacità di formulare una strategia, sia per l’influenza sulla comunità internazionale”.

 

 

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