Home»Incontri del Caffè»Giornalista ambientale

Giornalista ambientale

0
Shares
Pinterest Google+

andrea bertaglioIntervista a Andrea Bertaglio, giornalista che collabora con LaStampa.it, articolista per varie riviste e siti web, tra cui quello del Movimento per la Decrescita Felice di Maurizio Pallante, e relatore al side event del Caffè dei Giornalisti al congresso Weec 2013

Sei laureato in sociologia e ti occupi principalmente di ambiente: che nesso c’è tra i due settori?
Si tratta di tematiche molto connesse tra loro, più di quanto non ci si immagini perché lo studio di come si comporta la società rimanda anche a come la società si rapporta con l’ambiente- se lo rispetta, lo sostiene oppure lo sfrutta e basta – e come quest’ultimo la condiziona e ne è condizionato, in termini di clima, energia ecc. In altre parole, se l’ambiente ha dei problemi la causa è spesso da ricercare nei comportamenti della società.

Come sei diventato giornalista ambientale?
Occuparmi di ambiente nel mio lavoro è stata un’esigenza connessa allo scopo per cui sono diventato giornalista, cioè cercare di rendere fruibile al maggior numero di persone contenuti considerati spesso in maniera molto tecnica e quindi in genere esclusi quando si fa informazione.
Quando sono stato in Germania presso il “Centre of Sustainable Consumption and Production”, centro nato dalla collaborazione fra il Wuppertal Institut per il Clima, l’Ambiente e l’Energia, e UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ho potuto cogliere con maggiore consapevolezza l’interrelazione fra tendenze sociali e tematiche ambientali, ma anche come questi argomenti siano troppo spesso noti e vagliati a livello di nicchia, anche se di eccellenza. Mi è sembrato quindi interessante valutare la sfida di fare informazione ambientale anche per “volgarizzare” questi temi e proporli all’attenzione di più gente possibile.

Quanto spazio si dà ai temi ambientali nel campo dell’informazione in Italia?
Purtroppo molto poco, o comunque non abbastanza. Anche perché in genere si ritiene che ci siano argomenti più importanti su cui far convergere attenzione e risorse. Eppure fare informazione ambientale è un elemento fondamentale anche per educarci al rispetto dell’ambiente, ed è ormai evidente il nesso che c’è tra le tematiche ecologiche e l’economia, il lavoro, la salute e, quindi, anche la società e la politica. Non si può continuare a ritenerli argomenti interessanti ma collaterali. Bisogna parlarne e quotidianamente, in modo semplice e preciso. I riferimenti non mancano… penso ad esempio all’impegno di giornalisti come John Vidal o Fred Pearce che da anni fanno informazione ambientale per il grande pubblico su giornali come The Guardian, con il linguaggio adatto ma senza essere superficiali.

I media quindi per te hanno un ruolo importante per migliorare anche il nostro approccio all’ambiente e quindi a tutto quello che della nostra vita ci gira intorno…
L’informazione costante, precisa, semplice su temi scottanti – e l’ambiente purtroppo lo è – crea voglia di approfondire e magari di prendere posizione.
È un livello iniziale, ma imprescindibile se si vuol ingenerare consapevolezza.
E poi chiaramente ci sono anche i libri, i filmati ecc. Penso al tuo lavoro con Pallante uscito nel 2011 “Scorie radioattive” e all’imminente uscita di un tuo nuovo libro e di un documentario.

Ce ne vuoi accennare?
“Scorie radioattive” ha come sottotitolo “Chi sa trema, ma in silenzio” e mi sembra sia indicativo… Quanto al nuovo libro, edito dalla casa editrice Lindau, si dovrebbe intitolare Generazione Decrescente: una sorta di indagine – se vuoi, per certi aspetti, anche un autoesame di coscienza – sulla percezione che la mia generazione, quella dei 30-40enni, ha del nostro sistema di vita basato sul “Lavora-consuma-crepa”. E un tentativo di iniziare a trovare delle alternative.

E il documentario?
Lo stiamo finendo di montare… Dico solo che si intitolerà “Presi per il PIL” e ha lo scopo di fare emergere quanto sia fuorviante l’approccio usuale all’economia proposto generalmente dalla politica alla gente. Sarà un documentario reportage con le testimonianze di vita di chi ha provato sulla propria pelle l’esperienza di ribaltare un certo paradigma culturale di cui non possiamo più coprire il fallimento. Far conoscere storie concrete e “controcorrente” e i principi su cui si fondano è parte di quella corretta informazione a tutto tondo a cui ha diritto il nostro pubblico.

Al Congresso Weec 2013 in Marocco, il tuo intervento è stato accolto con interesse. Ti hanno espresso il loro apprezzamento anche le studentesse della Fondation Mohamed VI pour la protection de l’environment. Che rapporto hai con i ragazzi e che pensi dei più giovani che desiderano intraprendere il tuo percorso professionale?
Mi piace stare con i ragazzi e spesso ci sono occasioni di incontro a cui partecipo molto volentieri. Insieme è facile parlare dei temi ambientali con semplicità e accuratezza allo stesso tempo. Specie quando vi sono contesti che agevolano una formazione anche in campo ecologico, ne usciamo tutti molto arricchiti: non è facile trovare megasoluzioni, ma è molto utile trovarsi insieme a parlarne… rafforza un impegno positivo in tutti. Quanto alle studentesse della Fondazione, alcune di loro erano molto “cariche” di entusiasmo e voglia di capire e di fare… Vedere giovani così entusiasti riesce davvero a dare speranza.
Il mio non è un settore facilissimo, specie in questi tempi di crisi e per un ambito come quello che ho scelto, e anche quando si lavora bene non sempre si è opportunamente pagati. Non bisogna mollare: i media hanno bisogno di giornalisti giovani e seri, che per primi non rinuncino a dare dignità al loro lavoro, nonostante tutto.

Previous post

Quirico, la foto a Palazzo Ceriana

Next post

Libertà di stampa in Grecia