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Giornalismo costruttivo: raccontare la complessità del reale non è buonismo

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Il punto di partenza è la campagna per la «Parità di Informazione Positiva»: il mondo dell’informazione deve riappropriarsi del suo ruolo di strumento a servizio della comunità, a cominciare da un modo diverso di fare giornalismo e da una trasformazione dello sguardo con cui viene interpretata e descritta la realtà. Se ne è discusso durante la giornata di formazione per giornalisti e comunicatori «Nuove pratiche per un’informazione positiva», promossa dal Movimento Mezzopieno e inserita nella programmazione della formazione continua prevista dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte: un’occasione di confronto per elaborare buone pratiche sul giornalismo costruttivo e analizzare l’effetto delle buone notizie sul benessere della società.
Comunicare le buone notizie non risponde al criterio dell’autoconsolazione, piuttosto dà una rappresentazione della realtà più variegata e complessa. L’eccesso di cronaca nera, infatti, oltre a essere una strategia mediatica, non dà conto della complessità del mondo. Si può fare informazione in modo più consapevole e completo, a partire dal linguaggio. «Le parole che scelgo mi rappresentano, danno forma al pensiero», ha commentato Nicoletta Polliotto, formatrice di “Parole O_Stili”, progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole. «Occorre prendersi tempo per esprimere al meglio quello che pensiamo. Le parole sono un ponte, un punto di incontro, hanno conseguenze, non sono strumenti inerti». Usare le parole corrette è già l’espressione di un approccio costruttivo al giornalismo. E lo è anche cominciare a rispettare con rigore le carte e i codici deontologici, dalla Carta di Roma sui richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta e migranti a quella di Treviso, che disciplina l’informazione su bambini e adolescenti.

Dopo un momento in cui le parole hanno dovuto contribuire al risveglio e «comunicare nuovi modi di comunicare», ora è tempo di allentare i toni e ricercare la pacatezza. Soprattutto per bilanciare la tendenza che i social media hanno alimentato a fare un uso della parola iperbolico, roboante, da ricerca del consenso facile (il cosiddetto clickbaiting). Ma si può anche ripensare ai social network come a una cassa di risonanza di buoni pensieri, nel rispetto della netiquette e partendo dal presupposto che «le idee si possono discutere, le persone si devono rispettare. E soprattutto che siamo tutti non on-line, ma on-life».
In una comunicazione «polarizzata tra gattini e squali», come l’ha definita Luisa Tatoni, direttrice di GG Giovani Genitori (rivista, associazione e casa editrice), non si deve necessariamente andare alla ricerca di buone notizie: piuttosto, dedicare tempo e attenzione a raccontarle bene, privilegiando i fatti piuttosto che le opinioni, avendo cura delle fonti, rinunciando al sensazionalismo.
«All’indomani dell’11 settembre, i principali quotidiani hanno diffuso la notizia di un numero di vittime sproporzionato. Lo stesso Corriere della sera ha titolato “20 mila morti sotto le macerie” – ha riferito Silvio Malvolti, presidente dell’Associazione italiana Giornalismo Costruttivo. Senza voler minimizzare il dramma delle 2.974 vittime accertate, si tratta quasi di dieci volte tanto. Allo stesso modo, quando si riportano dati numerici, occorrerebbe prendere in esame il contesto e un orizzonte temporale più ampio. Ad esempio, i titoli enfatizzano sempre il drammatico numero di vittime di incidenti stradali, ma io insisterei piuttosto sul fatto che in vent’anni il numero di questi incidenti è più che dimezzato».
L’approccio costruttivo al giornalismo è, dunque, un modo di pensare out of the box. Come ha ribadito Davide Demichelis, giornalista Rai, ideatore del programma «Radici», è doveroso far sapere che «l’Africa non è il continente delle guerre e della fame» e anche che «non è vero che gli esteri non interessano e neppure che raccontare il sociale è “raccontare la sfiga”», come ha aggiunto Silvia Pochettino, giornalista, fondatrice di ONG 2.0, (comunità digitale e online training).
Una narrazione differente, attenta alle piccole storie, meno note, che contribuisca a “decostruire” gli stereotipi può capovolgere la prospettiva e allargare l’orizzonte, per dare più respiro al nostro modo di ragionare. E pubblici meglio informati sono in grado di influenzare le politiche e cambiare un pezzo di mondo.

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