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Free the press: una cartolina per non dimenticare

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Il Cpj, il comitato per la protezione dei giornalisti, ha appena lanciato a New York la sua campagna annuale Free the Press. In che cosa consiste? Chi vuole sostenere la campagna è invitato a inviare cartoline fisiche o digitali – ai giornalisti incarcerati, per tenere vivo il ricordo del loro caso e per far sapere ai governi che li hanno arrestati che il mondo li sta guardando.
La campagna Free the Press 2018 ha scelto di occuparsi di cinque giornalisti in particolare. Qualcuno di loro è in prigione da qualche mese, altri lo sono da anni. Dove? In Cina, Egitto, Kirghizistan, Turchia e Congo. Ecco chi sono.
Il blogger e attivista Alaa Abdelfattah, imprigionato in Egitto nel 2014. Si è occupato di politica e violazioni dei diritti umani per numerosi media, tra cui il quotidiano indipendente al-Shorouk e il sito di notizie progressista Mada Masr. Sta scontando una pena di cinque anni con l’accusa di aver organizzato una protesta illegale e di aggressione a pubblico ufficiale. Abdelfattah nega le accuse; la sua famiglia, gli avvocati e le organizzazioni per i diritti umani hanno detto al CPJ che ritengono che il blogger sia stato accusato – almeno in parte – per rappresaglia per aver scritto dei presunti abusi dei diritti umani da parte della polizia e delle forze di sicurezza.

Andiamo ora in Congo, per conoscere la storia di Ghys Fortuné Dombé Bemba, redattore del giornale Talassa, imprigionato nel 2017. Il procuratore generale congolese André Oko Ngakala ha dichiarato che Bemba era sotto inchiesta per “complicità nel minare la sicurezza dello Stato” in accordo con Frédéric Bintsamou, noto anche come Pastor Ntumi, un ex leader ribelle che il governo ha accusato di terrorismo. Dopo l’arresto di Bemba, varie agenzie di stampa hanno riferito che il suo giornale aveva pubblicato una dichiarazione del pastore Ntumi molto critica nei confronti dell’esercito, e che aveva presumibilmente fatto arrabbiare il capo dell’ufficio stampa statale. I notiziari locali hanno riferito che l’arresto di Bemba potrebbe essere collegato a rapporti che invitano le autorità congolesi a costringere i funzionari militari anziani a ritirarsi.

Ci sono anche due le donne tra i protagonisti (loro malgrado) della campagna. Una è la turca Zehra Doğan, dell’agenzia pro-curda Jin News (JİNHA), realtà composta di sole donne, incarcerata in Turchia nel 2017. Un tribunale l’ha condannata a due anni, nove mesi e 22 giorni con l’accusa di “far parte di un’organizzazione terrorista” e “di fare propaganda eversiva”. Una corte d’appello ha confermato il verdetto e, secondo quanto riferito la polizia, Doğan è stata incarcerata il 12 giugno 2017.
Al momento dell’arresto di Doğan, Nusaybin era il teatro della guerra urbana tra le forze di sicurezza turche e i combattenti curdi. Secondo il resoconto del suo interrogatorio, le prove della sua incriminazione poggiano sulle testimonianze di alcune persone che dicono di aver visto Doğan parlare con la gente per strada. I testimoni hanno detto che non potevano ascoltare le conversazioni, ma che erano “riunioni di organizzazione”. Hanno anche detto di aver visto Doğan chiedere ai locali di posare per fotografie, come se stessero aiutando i combattenti a scavare trincee e costruire barricate, per mostrare il sostegno della popolazione locale alla lotta. Doğan ha negato di appartenere al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ha sostenuto che le conversazioni in questione fossero interviste, condotte come parte del suo lavoro, e ha negato che le fotografie fossero state fatte in posa.
L’altra donna è la cinese Ding Lingjie, direttore del sito di notizie sui diritti umani Minsheng Guancha, imprigionata in Cina nel 2017. Il fratello di Ding ha detto al CPJ di non aver ricevuto alcun mandato o spiegazione da parte della polizia sul motivo per cui sua sorella è detenuta. Le autorità hanno poi detto che il motivo dell’arresto è che Ding “ha insultato il capo dello Stato”.
Tra i cinque giornalisti sotto i riflettori della campagna Free the Press 2018, quello che da più tempo è in carcere è Azimjon Askarov, imprigionato in Kirghizistan nel 2010, oltre sette anni fa. Askarov, collaboratore di siti di notizie indipendenti, tra cui Voice of Freedom e direttore del locale gruppo per i diritti umani Vozdukh (Aria), è stato condannato per istigazione all’odio etnico e complicità nell’omicidio di un agente di polizia. Le accuse sono state raccolte durante le violenze che hanno colpito il Kirghizistan meridionale nel giugno 2010. Askarov, cittadino uzbeko, stava documentando le violazioni dei diritti umani nella sua città natale Bazar-Korgon durante i disordini.
Secondo Askarov, i suoi avvocati e i testimoni della difesa, le autorità si sono vendicate perché aveva scritto di corruzioni e abusi della polizia e dei pubblici ministeri. Il caso è stato costruito sulla testimonianza di ufficiali che sostenevano che il giornalista avesse fatto commenti provocatori. Nessun testimone ha detto di aver visto l’omicidio o di aver visto Askarov partecipare a un atto di violenza.

«Questi intrepidi giornalisti provengono da ambienti diversi e hanno coperto una varietà di temi, ma sono stati tutti incarcerati per aver fatto il loro lavoro – ha detto il direttore dell’ufficio di patrocinio del CPJ, Courtney Radsch – ecco perché chiediamo che vengano rilasciati immediatamente e che i governi che li detengono mettano fine alle leggi che hanno portato alla detenzione dei giornalisti». Il CPJ, organizzazione indipendente senza scopo di lucro che lavora per salvaguardare la libertà di stampa, ha documentato il numero record di 262 giornalisti dietro le sbarre nel mondo, il numero più alto da quando ha iniziato a stilare questo elenco nei primi anni ’90.

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