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Francesco Cavalli, in Somalia sulla strada di Ilaria

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Alessandra Comazzi, Stefano Tallia, MC Sidoni, Raffaele Masto e Francesco Cavalli
Alessandra Comazzi, Stefano Tallia, MCristina Sidoni, Raffaele Masto e Francesco Cavalli

Voci scomode, in Italia, sono quelle di molti e seri giornalisti che fanno indagini in territori di mafia o nel mondo degli affari lobbistici, quelli che per le loro inchieste sono stati messi sotto scorta, quelli di cui non si conosce spesso neppure il volto o il nome, ma a cui è legata la speranza di arrivare a comprendere e conoscere la verità.

“La loro scomodità è gradita”: ha concluso così il suo saluto Maria Cristina Sidoni del Caffè dei Giornalisti, prima di introdurre il dibattito dedicato a Ilaria Alpi e al ruolo del giornalismo d’inchiesta. Moderato da Raffaele Masto di Radio Popolare, l’incontro si è snodato attorno ai rapporti tra Italia e Somalia, in un intreccio di Storia e di storie che legano a doppio filo i due Paesi.

Come ha ricordato Francesco Cavalli, autore del libro “La strada di Ilaria” e uno dei fondatori del Premio Ilaria Alpi, prima di partire per la Somalia – dove era stata 7 volte – Ilaria cercava di rassicurare i suoi genitori dicendo: “Non preoccupatevi, la nostra famiglia ha già dato alla Somalia”. Si riferiva al nonno, assassinato vicino a Mogadiscio nel periodo della presenza italiana. Invece, il 20 marzo 1994 Ilaria e l’operatore Miran Hrovatin sono stati uccisi in un agguato: una brutale esecuzione per insabbiare ciò che dalla loro inchiesta era emerso sulle navi dei veleni e sui rifiuti tossici nascosti nella costruzione della strada Garoe-Bosaso.

Quella di cui parla appunto il libro di Francesco Cavalli, che per scriverlo l’ha percorsa sulle orme di Ilaria. “Durante il viaggio, sentivo la distanza dell’Italia dalla Somalia. Eppure nelle persone incontate l’Italia era enormemente presente. Il mio romanzo serve proprio per accorciare questa distanza”. Il libro si sarebbe dovuto intitolare “Somalia-Italia” e con un gioco di grafica si sarebbe evidenziato il suffisso “alia” che le accomuna e le unisce. A chi gli domanda se sia opportuno tornare su quella strada per aggiungere elementi, risponde che “bisogna tornare per andare a scovare cosa c’è sotto”. Molto infatti resta ancora da scoprire: ci sono le coordinate GPS dei luoghi dove i camion scaricavano i rifiuti tossici e un magnetometro a protoni per il rilevamento delle discariche abusive ha evidenziato dati inequivocabili della loro presenza in 3 di quei 7 punti.

“Sono passati vent’anni, ma la morte di Ilaria ha alimentato il nostro desiderio di sapere e di capire cos’è successo perché non si ripeta”, ha commentato Alessandra Comazzi, giornalista de La Stampa e critico televisivo.

Stefano Tallia, giornalista e segretario dell’Associazione Stampa Subalpina, ha aggiunto che, prima con il lavoro di inchiesta di Ilaria e poi con quello di colleghi sulle sue piste, la Rai ha dato spazio alle indagini: si può dire che si è arrivati alla verità sostanziale, a quella processuale ancora no. Ha lamentato che in Italia in generale si parla poco di ciò che accade fuori dai confini, mentre allargare l’orizzonte aiuterebbe a capire meglio il nostro Paese. “Sono stato da poco in Spagna. Mi ha colpito leggendo El Pais che le prime 12 pagine fossero dedicate agli esteri. Le prime 12 dei nostri quotidiani sono occupate da notizie che riguardano l’Italia”. È sempre minore lo spazio dedicato al giornalismo d’inchiesta, sia in televisione, sia sulla carta stampata. I media, dunque, non solo sono coinvolti, ma sono responsabili di non coprire, di non approfondire. Si dovrebbe tenere sempre a mente, come ha concluso Tallia che “una buona informazione è sinonimo di una buona società”.

Il video integrale della prima serata di Voci scomode

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