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Foulards e imeni, la rivoluzione è sessuale

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Mona Eltahawy
Mona Eltahawy

Il libro Foulards e imeni, perché il Medio Oriente deve fare la sua rivoluzione sessuale (edito da Belfond, disponibile in lingua francese) è un’invettiva come ce ne sono poche nel mondo arabo e mussulmano, e tanto meno fatte da una donna. La sua autrice, Mona Eltahawy, giornalista egiziana-americana, è nata in Egitto, paese che ha lasciato all’età di sette anni. Poi, per gli spostamenti lavorativi dei suoi genitori, ha vissuto otto anni nel Regno Unito e ha trascorso sei anni in Arabia Saudita.

Durante la primavera araba è tornata al Cairo, per essere più utile al suo Paese. L’aumento del prezzo del pane aveva gettato la gente nelle strade del paese, sotto Mubarak. Un giorno, nel 2011, accade l’insopportabile: viene picchiata, imprigionata e violentata da alcuni soldati. Per lei la vita cambia, c’è un prima e un dopo questa data. Di fronte alla constatazione che la primavera araba ha avuto scarsi risultati nel Paese che fatica a stabilizzarsi, Mona decide di parlare, di agire e spezzare la linea rossa del tabù, della messa sotto silenzio di  crimini impuniti, dell’educazione maschile di onnipotenza rispetto alla loro sessualità e ai propri poteri. Aspira a un quadro giuridico equo, giusto.

Articolo ripreso da Babelmed vai al sito
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Il suo approccio è un innesco per capire come e perché si è in questa situazione in Medio Oriente, ma purtroppo anche altrove. A partire da una ricerca pressante che porterà a cercare donne che hanno agito prima di lei per affermarsi (Alifa Rifaat, Nawal El Saadawi, Doria Shafik, Huda Shaarawi, e altre come Malika Mokkedem o ancora poetesse dell’epoca della dinastia omayyade e abbaside), selezionando le statistiche ancora in aumento del numero di donne mutilate in Egitto, osservando, studiando e riflettendo, ha intrapreso, come dice lei, “la mia rivoluzione femminista, la lenta maturazione, (che) ha girato il mondo con me stessa”.

“Gli uomini ci odiano”.  Anche se questa affermazione è un po’ eccessiva, permette all’autrice di colpire duramente, scioccando per sviluppare la sua analisi. Nessuno può odiarsi senza odiare l’altro e viceversa. Le donne rappresentano la metà del mondo: si può odiare mezzo mondo? Nella sua vita ha portato il velo per otto anni e poi lo ha lasciato, sottolineando che “indossare l’hijab è più facile che toglierlo”. Capisce che non è più una donna che si vuole velare, che rinuncia alla sua femminilità. Aggiunge che “il velo è reso estraneo al mio corpo.” Reagisce dopo la tragedia di Jeddah, nel 2002, quando un incendio in una scuola per ragazze di 13-17 anni, porta a 15 il numero di ragazze calpestate a morte e 52 ferite che non hanno ricevuto alcun aiuto per il fatto di non essere velate, e che “è peccato avvicinarsi a loro”. L’ironia è che proprio sugli scaffali di una biblioteca presso l’Università di Jeddah troverà i testi femministi di quelle intellettuali che daranno un senso alla sua vita e, di conseguenza, la cambieranno per sempre.
elta_250fraMona Eltahawy traccia un parallelo con quello che è successo in Europa, e anche in Francia, sul dibattito confuso che solleva la questione del velo. Anche se ci sono uomini benevoli e rispettosi, restano una minoranza. Pertanto, l’autrice ritiene che il cambiamento verrà dalle donne e attraverso di loro. Devono effettuarsi, secondo lei, due rivoluzioni concomitanti: da una parte contro gli oppressori politici, dall’altra contro la misoginia. Entrambe le rivoluzioni vanno spesso di pari passo, perché gli uomini sanno che dare libertà a un essere considerato inferiore equivale a non averlo più sotto controllo. Il titolo di questo libro, così provocatorio, suona come un’ingiunzione immediata al cambiamento radicale. Mona Elhatawy lancia il guanto, ci crede e non farà marcia indietro. Un’altra rivoluzione è in corso, a livello globale: quella delle donne che non sopportano più l’alienazione. Quelle stesse che hanno combattuto, come gli uomini, gli oppressori di ogni genere in Egitto, Algeria e altrove. Quelle stesse che continuano a lottare ogni giorno, mettendo in pratica questa citazione di Nawal El Saadawi: “La democrazia comincia a casa, nelle case, in ogni casa”.

Djalila Dechache

 

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