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Fare il giornalista in Gran Bretagna

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Our front windowNon c’è un ordine nazionale, manca il contratto di lavoro dedicato, non si trova traccia di una legge che disciplini il mestiere o anche solo la registrazione di una testata. Il Regno Unito è la culla del common law, un sistema concepito e rafforzato dalle idee espresse nelle sentenze, insomma, l’opposto del diritto continentale basato sui codici. Non stupisce che molte professioni sguazzino nel liberalismo puro e che il caso dei giornalisti non faccia eccezione.

In Gran Bretagna, quindi, è giornalista chi lo fa. L’ultima indagine sulla professione indica in 64.000 i cittadini del Regno che si dichiarano tali. In due anni, la cifra è diminuita di 6.000 unità ma, a differenza di quanto accade in Italia, la maggioranza assoluta dei giornalisti made in UK ha un lavoro stabile: sono quasi 40.000 gli assunti a tempo pieno, circa 8.000 i titolari di un contratto fisso part-time. Freelance e precari compongono un partito di minoranza: risultano appena 8.000 giornalisti autonomi (assimilabili alle nostre partite Iva) a tempo pieno e, approssimativamente, altri 10.000 freelance part-time, che si guadagnano da vivere anche con altre attività. In più, vige il principio del todos caballeros: vengono considerati genericamente giornalisti i fotografi, gli esperti in relazioni pubbliche, alcune categorie di manager e di produttori. Vero è che molti pubblicisti italiani sono (anche) fotografi, producer televisivi, lavoratori nel ramo della comunicazione o affini.

The Journalist, il bimestrale della Nuj
The Journalist, il bimestrale della Nuj

Se mancano statuti e regole, per contro l’ente rappresentativo dei giornalisti è forte e organizzato. Il sindacato dei giornalisti italiano, la Fnsi, nonostante i 100.000 iscritti all’Ordine (1), non arriva a 22.000 tesserati e, in aggiunta, non rappresenta che in minima parte la popolazione – in crescita vertiginosa – dei precari. In Gran Bretagna esiste, dal 1907, la Nuj (National union of journalists), che conta circa 35.000 affiliati.

Che mondo immagina, l’Unione dei giornalisti, per chi fa informazione in Gran Bretagna? Forse non lo immagina, tanto da aver dedicato l’ultima copertina del suo house organ a un progetto di esplosione, intitolato “Anno Zero”. Nell’editoriale, il direttore Christine Buckley lamenta le mosse del governo conservatore e, in particolare, i progetti di riduzione del personale alla Bbc. Il gruppo Bbc dà lavoro a più di 22.000 persone (la Rai, nel complesso, ha circa 13.000 dipendenti) e, da solo, il ramo Bbc News impiega circa l’8% dei giornalisti di tutto il Paese. A partire dal 2008, anno ufficiale di evidenza della crisi, la politica dei tagli, nel pubblico e nel privato, è stata applicata su vasta scala: hanno annunciato cure dimagranti l’editore Newsquest, così come il gruppo Trinity Mirror; dopo i pesanti ridimensionamenti del 2012 del Guardian, sono arrivati quelli del Telegraph Media Group. Nel giro di pochi anni, anche Express Newspapers – editore di alcuni tabloid di successo – ha deciso un piano di riduzione di 200 giornalisti su una forza lavoro di 650 e neppure il Times è riuscito a superare la depressione del settore senza perdite, anzi: il proprietario Rupert Murdoch ha usato la mano pesante per diminuire i costi.

Proprio quest’estate, Bbc ha annunciato il taglio di mille posti di lavoro – tra giornalisti e personale amministrativo – perché, come spiegato dal direttore generale Tony Hall, la gente guarda sempre meno tivù, sempre più gli streaming e i filmati che trova sul web: quindi meno canoni pagati e meno fatturato. Il popolo di minoranza dei precari, insomma, è destinato a crescere ed è esposto al mare aperto della contrattazione privata col datore di lavoro: che poi è quanto capita anche da noi, con la differenza che in Italia si abusa del precariato violando la legge e utilizzando giornalisti come (finti) collaboratori esterni a partita Iva. Per aiutare chi lavora in proprio, esiste un sito di riferimento per tutti i freelance. Per esempio: un qualunque “pezzo” di cronaca per un giornale nazionale vale non meno di 100 sterline (135 euro); per un giornale locale, la tariffa scende a un minimo di 50 (68 euro, che si restringono a 27 per una breve). Il confronto con il tariffario italiano (abolito dalla legge sulla liberalizzazione delle professioni nel 2012) mostra un divario notevole: i compensi previsti per un articolo partivano da un minimo di 60  per toccare, nei casi di pubblicazioni oltre le 250.000 copie (cioè quasi nessun giornale) i 170 euro. Un gap che si fa imbarazzante se confrontato con l’accordo, firmato dalla Fnsi, sull’equo compenso: in quella sede si convenuto che un articolo possa essere pagato anche 20,83 euro.

Il salario medio dei giornalisti britannici che lavorano per l stampa scritta si attesta intorno alle 22.000 sterline (33.000 euro), in linea con le medie italiane; i neoassunti, spesso, se ne devono far bastare 12.000, con un costo della vita elevato soprattutto per chi vive nelle grandi città (Londra, Liverpool, Birmingham, Cambridge eccetera). Interessante notare che, se un redattore ordinario Rai denuncia un reddito medio di 85.000 euro, il suo omologo nella televisione di Stato britannica (il broadcast journalist Bbc)  percepisce 31.000 sterline, 42.000 euro. La metà.

I giornalisti freelance italiani hanno un unico vantaggio rispetto ai lavoratori autonomi privi di albo professionale: pagano pochi contributi pensionistici (anche se, a fronte di ciò che versano, otterranno una pensione da fame). L’Inpgi 2 si accontenta del 10% del reddito netto, mentre l’Inps pretende circa il 30% e arriverà aun insopportabile 34%. In Gran Bretagna, dove i giornalisti assunti sono privilegiati come i colleghi italiani poiché è il datore di lavoro a versare il 90% dei contributi, i freelance devono versare una quota pari al 9% del loro reddito lordo alla National Insurance. La tassazione sul reddito, invece, è decisamente più conveniente: da zero a 32.000 sterline (cioè la media di reddito dei giornalisti) si paga il 20% con una no tax area di 10.000 sterline (la nostra Irpef è decisamente più alta), mentre da 31.000 a 150.000 sterline il 40%.

Mancando una via maestra, a parte il sindacato c’è chi si rivolge ai privati per cercare lavoro come giornalista: il Nctj (National council for the training of journalists), per esempio, è un organo privato nato nel 1951 per formare e guidare gli aspiranti giornalisti. Per il vero, l’organizzazione non sta vivendo tempi fausti, giacché la rivoluzione del web e l’accesso sempre più variegato al mestiere hanno messo in dubbio anche il valore dei certificati rilasciati dal Nctj. Tuttavia una laurea e un master Nctj sono ancora caldamente consigliati per bussare alla porta di un caporedattore.
Gilbert Keith Chersterton, in era ampiamente pre-digitale, ebbe a dire che, in gran parte, il giornalismo consisteva nel «dire che Lord Jones è morto a gente che manco sapeva che Lord Jones fosse mai stato vivo». Se non troverà presto un’altra ragione di vita, verrà fagocitato dal web e da fenomeni anche felici e utili come il citizen journalism che però, come caratteristica riconosciuta universalmente, ha la gratuità. E un mestiere non pagato, la si prenda dal verso che si vuole, non può più essere un mestiere.
(1) Come richiamato nel testo dedicato al giornalismo in Italia, solo 50.000 iscritti hanno una posizione Inpgi aperta, cioè risultano attivi. Tuttavia esiste anche una sacca di evasione o elusione contributiva, per cui non è necessariamente esatto individuare in soli 50.000 i giornalisti italiani che effettivamente esercitano in tutto o in parte la professione.

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