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Fare il giornalista in Svizzera

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L’unico aspetto povero della condizione dei giornalisti in Svizzera è la legislazione. La Confederazione ha scelto di lasciare i destini del mestiere al mercato e di intervenire il meno possibile, nonostante la Costituzione approvata nel 1998 contenga ben due articoli (il 17 e il 93) dedicati ai princìpi che ispirano la professione di chi informa. L’articolo 17, intitolato “Libertà dei media”, sancisce la garanzia di «libertà della stampa, della radio e della televisione nonché di altre forme di telediffusione pubblica di produzioni e informazioni»; in più, la Carta vieta espressamente la censura e garantisce il segreto redazionale (cioè la protezione delle fonti).
L’articolo 93, invece, è dedicato esclusivamente alla televisione e alla radio, e statuisce che «contribuiscono all’istruzione e allo sviluppo culturale, alla libera formazione delle opinioni e all’intrattenimento. Considerano le particolarità del Paese e i bisogni dei Cantoni. Presentano gli avvenimenti in modo corretto e riflettono adeguatamente la pluralità delle opinioni».

gat130614_30La televisione e la radio di Stato vengono reputate degne di particolare attenzione: del resto, il canone di abbonamento annuale alle reti pubbliche è obbligatorio e costa molto caro, 451 euro l’anno (286 per la tivù, 165 per la radio). Come contropartita, al cittadino svizzero viene offerta la promessa di un’informazione fornita anzitutto in quattro lingue (italiano, tedesco, francese e  romancio) e, soprattutto, di programmi pensati con il privilegio per la missione di servizio pubblico. Su tutte le reti pubbliche, peraltro, la pubblicità è strettamente contenuta in quantità e orari: assente per anni, ora rappresenta circa il 20% del fatturato (meno della metà rispetto alla Rai). Sulla radio, invece, è tuttora vietata .

La disciplina del lavoro giornalistico svizzero, quindi, è completamente affidata al diritto privato. Il testo fondamentale, anche se privo di forza di legge, è la Dichiarazione dei doveri e dei diritti dei giornalisti, nella quale si legge che il giornalista ha «diritto a un contratto d’assunzione individuale, che garantisca la sua sicurezza materiale e morale, e a una retribuzione adeguata alle funzioni che svolge, alle responsabilità che assume e alla sua posizione sociale, tale da assicurargli l’indipendenza economica». Sul rispetto delle regole vigila il Consiglio della stampa, formato da 21 membri, che tuttavia ha poteri di persuasione e mai (a differenza del Consiglio italiano, che può anche sospendere o radiare un giornalista) di sanzione.

Di fatto, in Svizzera, si è giornalisti esercitando il mestiere: non serve altro. Nella pratica, si è creata l’abitudine di richiedere la tessera stampa, molto spesso identificata con la tessera del RP (Registro Professionale): per averla, è necessario iscriversi a uno dei tre sindacati nazionali (Impressum, Sindacato mass media e Comedia-Syndicom) dopo aver provato di vivere, da almeno due anni e come minimo al 50%, di redditi da lavoro giornalistico. A seconda del sindacato e della qualifica professionale, la tessera può costare anche uno spropositofino a 750 franchi (quasi otto volte il costo della nostra, già ritenuta cara). Da dieci anni a questa parte, però, è nata una carta concorrenziale, rilasciata dall’ente degli editori: si chiama Presse Suisse, costa solo 80 franchi l’anno e consente di accedere a una serie di agevolazioni e convenzioni. Manco a dirlo, i sindacati dei giornalisti non vedono di buon occhio un documento rilasciato agli operatori dell’informazione per mano della controparte, cioè gli editori.

Ai giornalisti svizzeri dovrebbe essere applicato il contratto collettivo. Che è vincolante da qualche anno e viene ritoccato e aggiornato continuamente. Il salario minimo garantito dal CCN svizzero è di 5.218 franchi svizzeri, cioè 4.783 euro (1). Stiamo parlando di un giornalista al primo giorno di lavoro in redazione. Una cifra che fa impallidire la retribuzione minima di un redattore di prima nomina (1.700 euro), per non parlare dei due anni da praticante (mal contati, 500 euro al mese più 500 di contingenza). Del resto, le associazioni di categoria indicano – senza potere di imporlo – in circa 7.000 euro al mese lo stipendio medio di un redattore con esperienza. Cifre iperboliche, se raffrontate al misero mercato italiano, e risulta che circa il 50% dei giornalisti svizzeri pecepisca meno di quanto statuito mediamente dal contratto. Vero è altresì, e non va sottovalutato, che il costo della vita – in specie nei maggiori centri svizzeri – può essere altissimo: c’è un sito interessante che compara, in tempo reale, lo stesso paniere di prodotti comprati a pochi chilometri di distanza, di qua e di là rispetto al confine. Senza entrare in analisi qui poco pertinenti, e comunque influenzate da una miriade di variabili (la città, la casa, le abitudini e consumi), la vita in Svizzera può costare anche il 60% in più rispetto a una grande città italiana. Ma si tratta comunque di trattamenti economici privilegiati: quando Reto Lipp, giornalista economico della tivù pubblica, fece outing in diretta televisiva, ammettendo di percepire uno stipendio di lusso (100.000 euro l’anno), nessuno si scandalizzò per la cifra ma, semmai, per la scelta – decisamente controcorrente in Svizzera – di appoggiare una sorta di “operazione trasparenza” in favore dei cittadini. E si sta parlando non degli Stati Uniti, ma di uno Stato con 8 milioni di abitanti.

TiPress_corriere del ticino, la regione ticino, il giornale del popoloLa popolazione del Canton Ticino arriva a malapena a 350.000 persone: una comunità molto ristretta, nella quale la crisi della professione dovrebbe essere avvertita. Eppure, una ricerca sulla condizione di lavoro dei giornalisti svizzeri di lingua italiana evidenzia – tra gli altri dati in clamorosa controtendenza rispetto all’Europa e particolarmente all’Italia – che 3 giornalisti su 4 trovano che salari e livello del lavoro, negli ultimi anni, siano migliorati. In realtà non si fatica a comprenderlo, se risultano in vita circa 60 testate giornalistiche e si stampano 356 copie di giornale per 1000 abitanti, contro le 90 (in diminuzione) italiane. Nonostante qualche lamentela per l’extralavoro online talvolta non pagato e qualche disparità nelle retribuzioni delle donne, gli stipendi medi dei giornalisti ticinesi, circa 700 persone, sono superiori ai 6.000 euro mensili (la RSI, che paga di più rispetto alle radio private, offre un contratto di avvio, al praticante appena formato, di 6.851 franchi, 6.280 euro). Chi lavora solo sul web se la passa un po’ meno bene: gli interpellati dell’inchiesta denunciano redditi medi di 4.800 franchi al mese, ingaggi che rimangono stellari se raffrontati alle misere paghe dei tanti freelance italiani inseriti in catena di produzione, per i quali è stato pensato il grottesco equo compenso.

A proposito dei freelance, tenetevi forte: in Svizzera sono protetti dal contratto nazionale, con norme paradisiache per chi lavora in Italia. «Il contratto nazionale – si legge nel preambolo – è valido sia per i dipendenti, sia per i giornalisti detti liberi (“freelance”)». Non solo: il testo stabilisce che «i freelance non possono essere svantaggiati a livello di retribuzione rispetto ai dipendenti a impiego fisso […]  L’onorario per i freelance corrisponde almeno agli onorari minimi previsti dal Regolamento. […] Nella determinazione dell’onorario occorre tenere in adeguata considerazione il dispendio di tempo necessario, la difficoltà del compito, la qualità del lavoro, l’esclusività o uso multiplo, l’orario normale di lavoro dell’impresa, la durata della collaborazione, l’infrastruttura necessaria». Sono concetti di buon senso, eppure di qua dal confine appaiono inafferrabili.

Certo, qualche segno della crisi c’è: la raccolta pubblicitaria, negli ultimi anni, è in decrescita (intorno al 20% di calo tra il 2011 e il 2013) e il sindacato lamenta episodi gravi, come il licenziamento – a loro dire avvenuto con metodi inaccettabili – di 18 collaboratori di Rsi, una vicenda su cui tuttora è accesa una forte polemica. E c’è il mondo, in crescita, dei giornalisti pagati “a pezzo”, con poche tutele e un carico ponderoso di lavoro. Ma è davvero un altro mondo: la disoccupazione, in Svizzera, è una malattia rara che colpisce il 4% della popolazione. C’è molta preoccupazione per la crescita del tasso di senza lavoro tra i giovani: era sotto il 2% nel 1991, nel 2015 è salito al 6%. In Italia, abbiamo da poco superato il 44%: serve aggiungere altro?

(1) Ecco i minimi salariali nel dettaglio, secondo il contratto nazionale svizzero dei giornalisti: da 0-2 anni di anzianità professionale 5.218 franchi; da 3 a 5 anni di anzianità, 5.657 franchi; da 6 a 8 anni di anzianità, 6.263; da 9 anni di anzianità, 6.813.

 

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