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Fare il giornalista in Spagna

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portadasLa storia del giornalismo spagnolo è segnata dal regime franchista, che 50 anni fa istituì una norma repressiva delle libertà di pensiero e di stampa, la Ley de prensa e imprenta, regolata tra le altre cose da una rigida censura. La dittatura di Franco crollò solo nel 1975 ma la nazione – che fa parte dell’Unione dal 1986 – è da tempo allineata ai criteri europei di libertà e democrazia. Dal punto di vista della professione, la Spagna è una Paese decisamente aperto e libertario. Lo Stato spagnolo non ha previsto un Ordine a disciplinare il mestiere del giornalista, né esiste un organo assimilabile; per essere giornalista, quindi, è sufficiente una laurea in giornalismo o equivalente (scienze dell’informazione, comunicazione audiovisiva), senza necessità di alcun periodo di praticantato né di superare esami. Non ci sono leggi specificamente dedicate alla materia: le uniche tracce in merito si ritrovano nell’articolo 20 della Carta fondamentale (“Si riconoscono e tutelano i diritti a esprimere e diffondere liberamente il pensiero, le idee e le opinioni per mezzo della parola, degli scritti o con qualunque altro mezzo di riproduzione […] a comunicare o ricevere liberamente informazioni veritiere attraverso qualsiasi mezzo di diffusione. La legge regolerà il diritto alla clausola di coscienza e il segreto professionale nell’esercizio di tale libertà. L’esercizio di questi diritti non può essere ristretto da nessun tipo di censura preventiva”) e in una legge approvata nel 1997, che prevede proprio la disciplina della cosiddetta clausola di coscienza (cioè la possibilità che il giornalista si dimetta per giusta causa nel caso di cambiamento dell’indirizzo politico del giornale) e statuisce il principio del segreto professionale.

La popolazione dei giornalisti spagnoli è, anzi, era molto nutrita. Fino all’inizio della crisi globale del 2008, c’erano circa 100.000 giornalisti attivi su una popolazione di 46 milioni: una media notevole di un giornalista ogni 460 persone (il quadruplo rispetto a UK e Francia, un numero simile alla media italiana). I dati ufficiali del Fape (vedi più sotto) contano, però, in 12.200 i posti di lavoro perduti dal 2008. Nello stesso lasso di tempo, del resto, sono state chiuse per problemi economici ben 375 testate. La Spagna è uno dei Paesi in cui la  precarietà economica dei giornalisti è più evidente: il fenomeno del “falso autónomo”, il giovane precario che lavora da abusivo in redazione a tempo pieno pur figurando come collaboratore esterno, secondo gli ultimi studi è in continuo aumento. Questa zona grigia, che somiglia molto alla fascia dei freelance italiani dipendenti “di fatto” di alcuni editori e delle false partite Iva, è anche difficile da inquadrare economicamente: non si sa con precisione quanto vengano retribuiti, anche se le associazioni di categoria non lesinano termini come sfruttamento e schiavismo giornalistico.

Per riunire i rappresentanti della categoria, in Spagna esiste dal 1992 una federazione, denominata Fape (Federación de Asociaciones de Periodistas de España), con sede a Madrid. La Fape riunisce 49 associazioni di giornalisti e ha circa 21.000 iscritti. Tuttavia, la legge non assegna (diversamente da ciò che capita in Italia) a questo ente alcun potere: farne parte o meno non è obbligatorio e non c’è alcuna discriminazione contro i giornalisti non associati, nonostante in passato si sia tentato di renderlo un passaggio necessario per esercitare la professione. Né la Fape può, come accade in Italia con l’istituto di previdenza Inpgi, procedere a ispezioni per verificare irregolarità nelle posizioni di lavoro e contrastare il fenomeno dell’abusivismo e dello sfruttamento dei precari. Si può limitare, come è accaduto recentemente, a segnalare al ministero del Lavoro la situazione in cui versano molti giovani giornalisti sottopagati e non contrattualizzati e ha elaborato un “Codice per la contrattazione dei giovani giornalisti”, che contiene le norme di base da rispettare per tutte le parti interessate: imprese, editoriali, giornalisti, praticanti o stagisti.

A proposito di compensi: la Spagna è il Paese che avvicina di più gli infimi livelli salariali dell’Italia, che tra quelli già esaminati è lo Stato che offre meno denaro e prospettive ai giornalisti. Negli ultimi cinque anni, poi, la situazione è divenuta drammatica: i lavoratori dell’informazione che ottengono un contratto mediato dalle associazioni locali della stampa ricevevano, fino al 2010, un salario di 35.000 euro lordi annui (un direttore ricavava mediamente 53.200 euro, un caporedattore o assimilato 38.500 e un giovane assunto  26.000). Nel 2015, la media di stipendio annuale si è ridotta a circa 27.000 euro.

Un’altra questione molto sentita in Spagna è quella relativa alle cause per diffamazione e le restrizioni della libertà di espressione: così come in Italia (nonostante un lungo iter legislativo ancora incagliato in Parlamento), una legge spagnola sulla pubblica sicurezza, approvata nel 2015 e presto ridefinita ley mordaza (legge-mordacchia) prevede, tra le altre cose, che giornali e giornalisti possano essere multati se pubblicano fotografie non autorizzate che ritraggono forze di polizia.  L’abuso di cause per diffamazione dal notevole peso economico, soprattutto contro cronisti che lavorano sul web e  non godono della protezione di un editore, è un problema che tiene in allerta tutte le associazioni locali e la federazione della stampa: finora, però, sono mancati provvedimenti legislativi a tutela dei giornalisti.

 

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