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Fare il giornalista in Germania

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Fiato corto, a volte, sì. Profonda crisi, sostanzialmente no. Che la Germania abbia vissuto in maniera meno cruenta della nostra la recessione dell’editoria, e che fare il giornalista da quelle parti rappresenti ancora un’opzione ragionevole per chi si affaccia al mondo del lavoro, è suggerito da molti ger1indicatori. Anche da singole storie: è sufficiente prendere in esame le vicende della maxisocietà fondata dal defunto editore Axel Springer (un colosso dell’editoria proprietario del tabloid Bild, di Die Welt e di altre testate come Business insider, Auto Bild, Sport Bild, Computer Bild, ma anche di compagnie digitali come aufeminin, buy.at, immonet, StepStone) che, negli ultimi cinque anni, ha aumentato il fatturato del 30%, circa chiudendo il 2015 a 3,3 miliardi di euro; proprio mentre i colossi italiani, come Rcs, subivano cali tremendi e riducevano investimenti e dipendenti con politiche da lacrime e sangue.

Ma andiamo con ordine. In Germania si contano circa 73.000 giornalisti: gli ultimi dati rilevano un totale di 26.000 freelance, 13.500 impiegati nelle testate di quotidiani o nell’informazione televisiva, 9.000 nei periodici e free-press, 9.000 nelle radio, 7.000 negli uffici stampa, 4.000 nel comparto online e 1.000 nelle agenzie cui si aggiungono 3.000 giornalisti “volontari”: non significa che costoro lavorano senza compenso, ma che aderiscono al volontariat, che è il loro modo di chiamare la pratica giornalistica (anche se non c’è un esame finale: dura due anni ed è un inserimento retibuito). I freelance tedeschi, pur essendo numerosi e la loro popolazione in aumento, vivono in un mondo sconosciuto agli italiani privi di contratto (quelli del non-equo compenso e degli 11.000 euro lordi di reddito medio). L’ultimo rapporto disponibile, pubblicato dal sindacato tedesco DJV, individua in 2.180 euro lordi mensili l’entrata media del giornalista “libero”: in Germania, peraltro, è considerato giornalista freelance anche il fotografo o il fotoreporter, che – a differenza di chi scrive o parla – deve considerare alte spese per dotarsi di macchine e telecamere professionali.  Rispetto all’Italia, comunque, è il bengodi. In rapporto alle entrate di chi è contrattualizzato, tuttavia, è un reddito basso: un redattore con 15 anni di esperienza, in Germania, percepisce 5.000 euro mensili al lordo delle imposte (che, lassù, pesano – beati loro – intorno al 30% per uno scaglione di reddito di 60.000 euro lordi).

Uno dei capisaldi del giornalismo tedesco è l’assenza di leggi.  Manca addirittura una norma generale e astratta dedicata alla professione, ed è una scelta voluta: opinione comune è che incamiciare la definizione di giornalista in un testo giuridico possa, in qualche maniera, limitare la libertà di stampa. Esiste un’associazione nazionale di riferimento: si chiama, per l’appunto, DJV (la Deutscher Journalisten-Verband) e fa funzione di sindacato ed ente professionale. L’iscrizione alla DJV è facoltativa; di fatto, raccoglie la stragrande maggioranza dei giornalisti titolari di posto fisso, che sono attualmente circa 38.000 (in lieve calo negli ultimi anni, cinque anni fa erano intorno ai 40.000). Ed è proprio dal sindacato DJV che arrivano, per voce di Eva Werner, notizie che restituiscono una sensazione di sostanziale stabilità e di mancati allarmi: «Non esiste molto materiale statistico sull’andamento del nostro mestiere negli ultimi anni». Evidentemente è perché tutto sommato anche i più deboli, come i freelance, se la cavano. «Certo, in questi ultimi anni abbiamo assistito a chiusure di testate, o a giornali che hanno smesso di essere indipendenti economicamente come il Financial Times Deutschland (FTD), il Westfälische Rundschau (WR) o il Frankfurter Rundschau (FR) per nominarne alcuni. Altri hanno ridotto l’organico. Però sì, c’è da dire che esiste un buon numero di freelance che viene pagato bene e che, per questo motivo, non baratterebbe la sua posizione con una assunzione a tempo indeterminato, anche perché ama il tipo di lavoro che fa».

die_welt-thumb-largeNel 2011, ultimo dato reso noto, i giornalisti disoccupati erano 4.700: una percentuale molto bassa rispetto a molti partner europei, ma che non dice tutto sul fenomeno: la maggior parte dei licenziati ha trovato lavori autonomi, quindi risultano occupati anche se, in alcuni casi, guadagnano meno di prima e con meno garanzie. Interessante è anche il fatto che la Germania, da tempo, ha istituito una sorta di contratto ibrido per i giornalisti: si chiama fester-freier, letteralmente libero-fisso, ed è un paradosso solo apparente. Il giornalista con questo tipo di trattamento è indipendente ma gode di alcune tutele tipiche dei lavoratori subordinati: le ferie annuali, la mutua in caso di malattia. Prestazioni praticamente sconosciute ai nostri precari.

Curioso è anche rilevare che, secondo gli ultimi dati disponibili, la maggioranza assoluta dei giornalisti in attività (sopra il 60%) abbia frequentato una scuola di giornalismo. Ce ne sono parecchie, sia universitarie sia (e soprattutto) private: una di queste è finanziata da Axel Springer, ed è l’omonima Academy (che ammette solo 120 studenti l’anno). Esistono, poi, parecchie collaborazioni tra le scuole pubbliche e i media tedeschi, che “pescano” direttamente dalle aule tirocinanti per giornali, radio e tivù: ecco spiegata la ragione dei tanti giornalisti figli di una scuola di specializzazione. Senza ordini, senza leggi, con istruzione e mercato: fare il giornalista, in Germania, ancora si può.

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