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Fare il giornalista in Francia

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Se l’Italia è lo Stato in cui si è (inutilmente) normata a più non posso la categoria dei giornalisti, e la Gran Bretagna  è la casa del liberismo brado che di fatto garantisce più lavoro e meno precariato, la Francia è una terra di mezzo.

carte-presseLo è, anzitutto, nella teoria: per ottenere la tessera, la carte de presse, non serve un esame. Ma è necessario il vaglio di un organismo governativo, la CCIJP (Commission de la Carte d’Identité des Journalistes Professionnels). La legge nazionale 29 marzo 1935 stabilisce che i postulanti devono presentare domanda alla commissione, tenuta ad a verificare che il richiedente ottenga “la maggior parte del  reddito dall’esercizio della professione giornalistica”, cioè “svolga come attività principale, regolare e retribuita l’esercizio della sua professione in una o più aziende editoriali giornalistiche, pubblicazioni quotidiane e periodiche o agenzie di stampa e ne ricavi la parte principale delle
sue entrate’’. Niente prove orali scritte: per ottenere la tessera è sufficiente aver praticato la professione per tre mesi consecutivi (non i 18 italiani!) e aver ricavato più del 50% dei redditi da tale attività. La commissione è formata da una selezione di giornalisti e di editori, le due parti in causa nel mondo dell’informazione: evidentemente si ritiene questo vaglio “privato” più che sufficiente mentre – benché solo formalmente – l’Italia continua a obbligare i giornalisti professionisti a sostenere un esame di abilitazione nazionale alla stregua degli avvocati, dei medici, degli ingegneri.

Una curiosità: la tessera costa meno della metà di quella italiana, 48,80 euro l’anno. Cifra necessaria perché, essendo un ente privato non sovvenzionato, la commissione sopravvive col solo contributo degli iscritti; metà della quota, peraltro, è previsto debba essere pagata dal datore di lavoro.

Nel 2014, la commissione – deve farlo ogni anno, per tutti gli iscritti: ciò significa che, se i requisiti non sussistono più, si viene cancellati dall’elenco – ha rinnovato 36.317 tessere. Sicché i giornalisti, in Francia, sono uno su 1.800 abitanti. Meno della metà rispetto all’Italia, anche volendo scremare il dato complessivo sottraendo i giornalisti inattivi o evasori dei contributi (su centomila iscritti all’ordine italiano, infatti, solo 50.000 hanno una posizione Inpgi aperta). Nel 1975, in Francia, i giornalisti erano 13.600 e, da circa 15 anni, la popolazione degli informatori di professione è sostanzialmente stabile.

lemoAttualmente, quasi il 60% dei giornalisti francesi è impiegato nella stampa scritta; quelli televisivi non arrivano al 16%. Ciò che conta è che, al di là del medium, la precarietà è una condizione ancora di minoranza: nel 2014, al 74,5% dei giornalisti veniva applicato il contratto nazionale di lavoro, il CDI (contratto a durata indeterminata) mentre i freelance e i praticanti, i cosiddetti pigistes, rappresentavano solo il 18,8% degli occupati; il restante 2,5% era sotto la copertura del CDD, cioè il contratto che disciplina i tempi determinati. Il raffronto con l’Italia è imbarazzante: solo il 20% dei giornalisti attivi italiani ha un contratto a tempo indeterminato e le percentuali, come avevamo verificato, sono in calo costante da circa 10 anni.

Tuttavia, non è che la Francia sia il Bengodi: se, nel 2000, il 65% dei giornalisti otteneva la prima iscrizione alla categoria presentando un contratto a tempo indeterminato, oggi la percentuale si è dimezzata: da anni, ormai, gli ingressi nel mondo delle redazioni sono affidati in maggioranza a soluzioni di precariato. E che il mestiere del giornalista, in Francia, sia sempre più ostaggio di situazioni instabili e mal pagate, è testimoniato da recenti inchieste che mostrano come i giovani giornalisti siano meno pagati e meno tutelati rispetto agli anziani “stabilizzati” con il CDI. Tanto che, ormai, circa il 30% dei giornalisti francesi ammette di avere un secondo lavoro, necessario per integrare le entrate. Interessante, poi, un fenomeno pressoché sconosciuto in Italia: la cancellazione dall’albo per mancanza dei requisiti economici. In Francia, parecchi giovani giornalisti si vedono negato il rinnovo annuale della tessera proprio perché, come già accennato, la commissione nazionale vaglia ogni 12 mesi la sussistenza delle condizioni per conservare la carta. Ciononostante, questi continuano a esercitare la professione; anche perché, in Francia, la tessera non è obbligatoria,  non esiste una legge che la imponga. L’unica norma fissata in un testo legislativo (la legge del 1935) impone al datore di lavoro di non utilizzare per più di tre mesi giornalisti privi di tessera.  La prospettiva è ribaltata: chiedere la tessera è un diritto del giornalista che lavora da almeno 90 giorni in una redazione, sempre che guadagni a sufficienza.

Le disparità, talora odiose, tra gli assunti e i freelance italiani (60.000 euro lordi annui medi contro 10.000) fanno parte di un mondo di disuguaglianze in buona parte sconosciuto alla Francia: siccome tre giornalisti su quattro godono del CDI, vengono loro applicate le condizioni del testo nazionale. Lo stipendio medio del giornalista francese sotto CDI è di 3.469 euro mensili, circa 42.000 annuali. I pigistes si devono accontentare, mediamente, di 1.961 euro, 23.500 annui: comunque è più del doppio della misera paga dei colleghi precari italiani. E un recente accordo, studiato principalmente con il SNJ (il sindacato nazionale, la sigla principale insieme al FO, nato da una scissione del 1982) ha migliorato la copertura previdenziale a tutti i pigistes, assicurando maggiori prestazioni e assegni più cospicui in caso di decesso, incapacità, invalidità e maternità. Coperture che si sommano a quelle che i precari sono tenuti a finanziarsi assicurandosi con l’Audiens, una sorta di Casagit. Ma non è il caso di indulgere in paragoni: dal 1974, in Francia, grazie alla legge Cressard, i pigistes sono giuridicamente assimilati ai lavoratori dipendenti e quindi spettano  loro – anche se talora gli editori fanno orecchie da mercante – le stesse prestazioni dei contrattualizzati: congedi pagati, disoccupazione, formazione professionale, addirittura una tutela contro il licenziamento. Una galassia di diritti sconosciuta a tutti i collaboratori italiani.

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