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Fare il giornalista – meglio se pensionato – in Portogallo

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Il Portogallo non è la prima meta cui si pensa se l’argomento è la professione giornalistica, eppure lo spunto viene da un dato riscontrato dall’istituto di previdenza dei giornalisti, l’Inpgi, secondo cui sono già almeno 300 i giornalisti italiani che hanno deciso di prendere residenza (non abituale, cioè trascorrendo almeno la metà dell’anno all’estero) proprio in quel Paese. Giornalisti pensionati, però, che grazie a un accordo bilaterale siglato nel 1980 tra l’Italia e il governo di Lisbona possono ricevere la pensione al lordo delle tasse, incassando quindi quasi il 40% in più e sfruttando il favorevole costo della vita che, anche nelle località più rinomate, è decisamente inferiore a quello italiano. 

Per chi deve ancora guardare lontano per intravedere un miraggio di pensione, il Portogallo è una nazione in cui l’attività giornalistica è regolata in maniera piuttosto stretta. Fino al 1974, i giornalisti ricevevano la tessera dalla corporazione stampa e tipografi; dall’abolizione dell’ente, vige una legge nazionale che regola la professione. Secondo il codice che regola la professione, giornalista è colui che esercita in maniera permanente la propria attività professionale, svolgendo le funzioni di ricerca, raccolta, selezione e trattamento di fatti, notizie e opinioni con testi, immagini o suoni attraverso gli strumenti forniti alla stampa (pubblicazioni cartacee, radio, televisione o altra forma di diffusione elettronica). La tessera professionale, solitamente ottenuta con la mediazione di uno dei sindacati (che sono molto forti e radicati sul territorio) costa poco meno di 60 euro. Secondo lo statuto in vigore dalla fine degli anni Settanta, un giornalista può esercitare altre attività professionali, a parte quelle espressamente citate come cause di incompatibilità: incarichi politici o militari, attività di marketing e ufficio stampa, lavori nel ramo commerciale e pubblicitario.

L’accesso al mestiere è piuttosto rigido, dal momento che la legge impone uno stage obbligatorio di almeno 12 mesi – in caso di candidato laureato, ma la laurea non è obbligatoria – oppure di 18, prima di ottenere la qualifica. La particolarità del caso portoghese è che, durante un tirocinio, non si ha diritto alla firma dei testi pubblicati: norma che crea parecchio malcontento soprattutto ai nostri giorni, con la nota precarietà lavorativa e la difficoltà di trovare spazi, quando la visibilità della firma sarebbe uno strumento per aprirsi opportunità. Tuttavia, anche in Portogallo si è diffusa la pratica dei giornalisti privi di contratto o inquadrati con altre forme: i sindacati lamentano la diffusione di rapporti di lavoro “liberi”, senza tutela contrattuale, soprattutto nelle realtà medio-piccole, con compensi anche inferiori ai 500 euro mensili senza ferie né protezione in caso di malattia o infortuni.

Per mantenere viva la professione e favorire l’accesso da parte dei giovani, dalla fine degli anni Ottanta è stato istituito un Centro permanente di formazione sul giornalismo, il Cenjor, che si occupa principalmente dell’aggiornamento di chi esercita la professione. L’ente ha sede a Lisbona e offre corsi per imparare le tecnicità richieste ai giornalisti (operatore televisivo, speaker radio, anchor tivù, stampa scritta, web, fotogiornalismo) e le rette di iscrizione sono nell’ordine di qualche centinaio di euro (scontate del 50% per i titolari di tessera). Tuttavia, la crisi del settore è evidente: l’ultimo studio specialistico, datato fine 2015, denunciava il calo di iscritti da quasi 7.000 a poco più di 5.500 unità tra il 2007 e il 2014. Stimando in circa 10 milioni di cittadini la popolazione nazionale, il rapporto è di un giornalista ogni 1.800 abitanti, una cifra in linea con i dati europei (a parte il caso italiano, del tutto peculiare). Peraltro, i sindacati – ed è notizia di quest’anno – lamentano una situazione intollerabile nelle retribuzioni, giacché più della metà dei professionisti dell’informazione, stando ai loro studi, sarebbero costretti a sopravvivere con meno di 1.000 euro al mese. Il reddito medio mensile di un giornalista portoghese è di 1.113 euro e, attualmente, la percentuale di lavoratori privi di contratto è salita al 33%; un giornalista su otto, negli ultimi quattro anni, non si è visto riconoscere alcun aumento salariale. Infine, la maggioranza degli intervistati (lo studio ha coinvolto più di 1.500 giornalisti) si è detta molto pessimista sulla possibilità, nel caso di perdita dell’impiego, di reinserirsi nel mondo del lavoro senza cambiare mestiere.

 

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