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Falsi di stampa, la disinformazione come strategia

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Alberto Gaino alla presentazione del suo libro Falsi di stampa
Alberto Gaino alla presentazione del suo libro, “Falsi di stampa”

“Ho deciso di dedicare il mio tempo a una ricerca sull’informazione condizionata. Qualcosa di molto diverso (ovvio) dalla censura tout court. Qualcosa di molto più ambiguo. E ho scelto di ricostruire tre “fatti” di cui mi sono occupato a lungo, diversi per scenari, personaggi e interessi in gioco, ma che in comune hanno espresso la scelta dei protagonisti di usare i media ai loro fini: la strategia dei padroni dell’amianto, lo scandalo Telekom Serbia nelle mani del centrodestra e il caso Stamina di Davide Vannoni, specializzato in “comunicazione persuasiva” e non nella cura di gravissime malattie.
La scelta di questi casi giudiziari è maturata anche in relazione ai diversi sistemi di condizionamento rintracciabili dietro alla cronache che li hanno raccontati ai silenzi e alle ambiguità di certa informazione”.

Così Alberto Gaino, giornalista che per oltre vent’anni si è occupato di cronaca giudiziaria per La Stampa, spiega le motivazioni che lo hanno portato a scrivere Falsi di stampa (appena pubblicato per le edizioni Gruppo Abele).

Si parte dal processo Eternit. Nel libro si fa riferimento alla disinformazione, portata avanti dagli anni Settanta, sugli effetti dell’amianto sulla salute. A che cosa si riferisce?
“I produttori commissionavano ricerche sulla pericolosità dell’amianto già dagli anni ’50. Le ricerche a sfavore dell’amianto venivano tenute in un cassetto e le ricerche altrui venivano sminuite e negate. Come nel caso emblematico di Irving Selikoff, che aveva pubblicato i suoi studi sull’amianto su un campione di 17.800 lavoratori, confermando la sua convinzione che l’esposizione all’amianto potesse causare il cancro e li aveva presentati a un convegno negli Stati Uniti nel ’64. Selikoff evidenziava che le persone che lavoravano a contatto con l’amianto anche per un breve periodo, riportavano segni a livello polmonare fino a 30 anni dopo. L’ordine delle aziende produttrici era di sminuire il nome di Selikoff e i suoi studi. Oggi le grandi aziende hanno i loro istituti di ricerca, che si contrappongono a quelli delle istituzioni pubbliche. Lo scopo è quello di seminare il dubbio”.

E in Italia? Anche da noi si è attuata la stessa strategia? 
falsi di stampa“In Italia, e in particolare per quanto riguarda il processo Eternit, siamo di fronte a una vera e propria strategia di disinformazione e di condizionamento dell’informazione. La Eternit aveva incaricato uno studio di relazioni pubbliche di Milano di occuparsi del suo caso, in modo da limitare i danni.
La strategia, i nomi dei giornalisti, quelli più malleabili e quelli meno, le lettere con le indicazioni sul da farsi e i report delle udienze del processo. Tutto ciò è stato conservato ed è stato trovato nel 2005, durante le perquisizioni legate all’indagine: si tratta del cosiddetto Archivio Bellodi, dal nome appunto della società di pubbliche relazioni di Milano incaricata dalla Eternit a Zurigo di monitorare ogni notizia apparsa sulla stampa italiana sull’amianto.
L’archivio Bellodi è una testimonianza importantissima di come per vent’anni i giornalisti fossero stati mappati e analizzati”.

Quali erano le regole per condizionare l’informazione?
“Osservare e spiare i giornalisti, il loro interesse per la questione dell’amianto, le reazioni che potevano scatenare nel pubblico, i limiti da porre in essere per contrastare queste reazioni.
Il primo passo era quello di contenere le informazioni a livello locale, di non far uscire le notizie sulle pagine nazionali, se non in minima parte, in forma di flash.
In secondo luogo si doveva far leva su una certa pigrizia del giornalista medio, sopratutto per quanto riguarda gli argomenti tecnici e scientifici, fornendogli direttamente informazioni, dossier e comunicati adattati alle esigenze dell’Eternit. In questo modo si condizionavano le informazioni e si pilotavano i dati da diffondere o meno. Se poi qualche giornalista “eccedeva”, l’indicazione era di passare al livello successivo e fare pressioni sui direttori.
Alle udienze che io seguivo io erano più numerosi i rappresentanti dello studio di pubbliche relazioni Eternit piuttosto che i giornalisti. Eppure il giorno successivo leggevo molti articoli sul processo!”

Le strumentalizzazioni a cui è sottoposta la scienza, nel caso Eternit come nel caso Stamina, mettono in crisi l’idea della sua oggettività: i dati scientifici, le opinioni degli esperti, vengono comunemente presi per veri, ma se si mette in luce che sono invece al servizio di questo o quell’interesse, come ci si può fidare della scienza? Se, invece di garantire oggettività, la scienza si presta a manipolazioni e condizionamenti di parte come fa il giornalista a discernere tra le fonti scientifiche, come fa a capire se sono veritiere o condizionate?
“Bisogna capire i conflitti di interesse che ci sono nelle varie questioni, per non cadere nei tranelli di veri e propri falsi scientifici. Noi giornalisti ci dividiamo anche in base alle nostre competenze. Come appunto nel caso dell’Eternit c’erano colleghi che avevano informazioni diverse da quelle che avevo io, che seguivo costantemente le udienze. E poi non basta seguire il processo, bisogna entrare nel merito di quello che si segue. Non basta farselo spiegare dagli uffici stampa delle aziende”.

Il giornalismo scientifico in Italia è sufficiente?
“In Italia non c’è un vero giornalismo investigativo di carattere scientifico come negli Stati Uniti, dove hanno fatto scoppiare anche degli scoop su questi argomenti. Sarebbe servito anche nel caso Stamina, in cui Vannoni fa leva sulle debolezze della politica e dell’informazione. In questo caso l’informazione cade nell’inganno della narrazione basata sull’emotività per i bambini malati. Ora si cominciano a organizzare dei corsi di formazione per giornalisti su questi temi”.

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