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Essere una scrittrice araba per Jumana Haddad

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jumana HaddadJumana Haddad, poetessa e docente universitaria in Libano, autrice di romanzi, tra cui “Ho ucciso Sharazade”, libro profetico per la visione della lotta femminile nelle rivoluzioni che subito dopo esplosero nel 2011 a partire dalla Tunisia, parla di libertà di stampa nel mondo arabo – grazie all’incontro organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Torino – qualche mese prima dei fatti di Parigi.

“Ho scelto di parlare della libertà di espressione nel mio mondo perché, se da voi è sentito un diritto, da noi c’è un altissimo prezzo da pagare, soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto triangolo delle bermuda: religione, politica e sesso. Lo si coglie anche dal linguaggio. La lingua araba fonda il suo orgoglio sulla ricchezza di allegorie, simboli e sinonimi e allora non si rischia di pronunciare una parola come “seno”, quando puoi andare avanti all’infinito con “colline” e “montagne”, a seconda della taglia del reggiseno, e “mele” o “pere”, secondo la forma delle curve, né si ferisce la sensibilità del lettore menzionando il clitoride, quando puoi usare la tua immaginazione per descriverlo come “il fiore del paradiso” o, se sei veramente talentuoso, “la soglia del vulcano”. Io amo le immagini, senz’altro fanno parte del gioco poetico, ma sono altrettanto convinta che le metafore debbano essere una scelta, non un’imposizione, per non nominare le cose per quelle che sono. E nel mondo arabo, sono oggi un’imposizione.
Jumana Haddad è anche fondatrice e caporedattrice della rivista libera che si chiama “Il corpo”, pubblicata in arabo. La rivista affronta temi considerati tabù in molti paesi arabi, ha ampia diffusione, come in Libano (perfino nei quartieri sciiti o appartenenti al partito Hezbollah), mentre in alcuni paesi come l’Arabia Saudita non può circolare.

“È una rivista soprattutto politica: c’è stata una presa di posizione nei riguardi di tutti i divieti, le proibizioni, tutte le limitazioni che erano imposte a me e ad altri intellettuali, su questo e altri temi. Parlare di erotismo in questo momento così difficile e delicato della nostra storia, è più politico che artistico e letterario.
Per questa ragione, un giorno ho scelto di dire basta e mi sono ribellata alla codarda paura delle parole arabe, dannosa come un cancro che ti divora in silenzio, e mi sono chiesta: perché devo accettare di farmi trattare come una minorenne? Esiste atto peggiore di privare uno scrittore delle proprie parole? Sono innumerevoli e codardi i labirinti imposti alla parola, all’azione, ai fatti e alle verità. E, tutte queste doppie misure, frustrazioni e limitazioni, sono applicate molto più dispoticamente alle donne che agli uomini, perché la donna non è nata per esprimersi, ma piuttosto per essere espressa, ricevitrice benedetta della parola degli uomini, soggetto passivo dei loro testi.
Noi scrittori scherziamo, dicendo che la censura ci risparmia, perché nessuno legge… ma è una triste situazione. Alcuni arabi, per non dire la maggioranza, parlano sempre della virtù e della purezza della letteratura e scrittura, come se queste avessero una missione solo morale, mentre negano agli scrittori la libertà d’espressione. Nel mio paese siamo afflitti dall’ipocrisia: c’è la paura di vivere come si vuole, e dire le cose come le si pensa, e scriverle come si vorrebbe scriverle. In questo ambiente, vivere significa avere un ruolo, essere esposti, essere come su un palco”.

Quindi, si chiede Jumana, cosa significa essere una scrittrice araba che scrive senza compromessi in un paese arabo oggi?
“Non è facile. Significa senz’altro cadere in una serie di pratiche di svalutazione, che comportano l’emarginazione innocente o sistematica dagli uomini, dalle donne o da entrambi. Essere piuttosto sfuggente, mostrare un po’ qui e celare un po’ là; significa spesso fronteggiare l’offensivo sospetto che quello che stai pubblicando a tuo nome sia stato scritto da un uomo; significa imporsi una severa autocensura, mille volte più dura di qualsiasi altra censura ufficiale imposta dall’esterno; significa dover essere sfacciata, rude e coraggiosa, pronta allo scandalo.
Significa spogliarsi, strato dopo strato, di fronte ad estranei. Non è facile mostrare le tue idee, se sono contro corrente, la tua vita, le tue visioni, i tuoi sogni, le tue sconfitte, a dei lettori che sono anche spietati giudici della tua persona.
Non è facile affrontare il mostro del pregiudizio.
Non è facile essere una donna araba che pensa e scrive in un paese arabo, sapendo di essere ascoltata, osservata e riconosciuta; perché non è semplice né indolore trovarsi al suo posto. Ecco perché vi sono grata di avermi dato oggi la possibilità di raccontare una delle sue molte storie: la mia!”

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