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Eredi polacchi

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C’è un aspetto che accomuna i tre “eredi” di Kapuscinski ospiti al Festival di Internazionale: tutti i loro libri nascono da storie vere, ovunque esse si svolgano nel mondo.
Che si scriva di Caucaso, di Repubblica Ceca, di ex Jugoslavia o di Africa, i tre giornalisti Wojciech Jagielski, autore di “Le torri di pietra. Storie dalla Cecenia” (Bruno Mondadori, 2005), Mariusz Szczygiel, autore di “Fatti il tuo paradiso” (Nottetempo, 2012), Wojciech Tochman, autore di “Come se mangiassi pietre” (Keller, 2010), sono considerati le nuove voci del reportage polacco.

“Si tratta di reportage narrativo, non di fiction – spiega Szczygiel -. È un genere letterario inventato affinché le persone possano capire il mondo che li circonda e capire meglio gli altri. Sentirsi vicini alla storia. Perchè se l’uomo comprende di più il mondo, ha meno paura”.
Jagielski, Szczygiel e Tochman trattano temi diversi e in modi diversi e sul palco della Sala Estense di Ferrara si presentano con ironia e complicità. I principi che caratterizzano la loro scrittura sono l’umiltà dello sguardo delle storie che vengono raccontate, il rispetto assoluto delle fonti e un racconto asciutto, senza retorica ed enfasi. E ovviamente una grande capacità di ascolto e di approcciarsi alla realtà senza preconcetto né ribrezzo.
D’altronde se così non fosse dovrebbero cambiare mestiere.
“Faccio il giornalista per raccontare la realtà. – confida Jagieslki – E sono giornalista perché è esistito Kapuscinski. Lui non ha mai insegnato in Polonia, ma in Messico. Nonostante questo abbiamo potuto osservarlo e non ci ha potuto impedire di leggere i suoi libri. E sono sono stato sedotto dai suoi libri, fino a voler fare come lui”.
La sua carriera è molto simile alla sua. Ha conosciuto Kapuscinski 25 anni fa e ha lavorato con lui: “Era una guida, ma anche maledizione. – ammette Jagielski – Io scrivo di Africa e Asia e ogni volta sembra che lui abbia già scritto tutto ciò che si potrebbe dire. In realtà si può scrivere di tutto più volte con più punti di vista e il mio racconto dell’Africa sarà molto diverso dal suo”.

Szczygiel si è sempre occupato di Repubblica Ceca, nonostante la vicinanza, ogni viaggio è come come una “trasposizione nella galassia”. La platea sorride quando con estrema ironia racconta l’aneddoto sul miracolo di Fatima: mentre in Polonia i titoli dei giornali scrivevano della “ragazza che ha parlato con la Madonna”, nella Repubblica Ceca (il “paese più ateo del mondo”), si leggeva “a quanto pare ha parlato con la Madonna” e del “cosiddetto miracolo”.
Ciò che accomuna la generazione di giornalisti come loro è quella di aver potuto scrivere non solo di attualità e cronaca ma anche di esteri, in qualità di inviati delle proprie redazioni.
“Una volta la Gazeta Wyborcza (il più importante giornale indipendente polacco) – racconta Tochman – permetteva a noi reporter di stare via alcuni mesi per scrivere un reportage. Ora questi tempi sono finiti”. Che i tempi attuali per il giornalismo non siano dei più semplici già è stato detto molte volte, e lo ricorda anche Jagielski: “Gli anni 90 sono stati il periodo d’oro del reportage polacco. C’era una grande curiosità per il mondo e la Gazeta era l’unica che si poteva permettere di mandare 20 volte l’anno un reporter in Afghanistan. Ed è quel vissuto, quelle esperienze, che ci permettono oggi di scrivere dei libri. Oggi non ci sono più periodici interessati a pubblicare reportage così lunghi come a quel tempo”.

Parte della loro vita è stata vissuta sotto un regime totalitario e questo ha influito sul loro lavoro di giornalisti, così come quello di altre arti, come il cinema.
“Ogni artista, non solo uno scrittore, costruisce il suo lavoro partendo dal dettaglio. – risponde Szczygiel – Ognuno pensando ad un film partirebbe dal dettaglio, per riportare l’immagine alla memoria. Allora esisteva la censura, non si poteva stampare neanche un cartellino del prezzo delle mutande senza che passasse sotto il controllo del sistema. I reporter quindi prendevano i dettagli e li descrivevano, ma i lettori sapevano che in questi dettagli c’era l’universale. Parlavamo di gocce d’acqua invece che del mare. Scrivevamo della paura e di come gestirla, di come vivere nei sistemi oppressivi, di come si ama e si odia”.
Il grande insegnamento della scuola polacca è che si deve “partire dall’uomo”, non dalla fiction. Sempre l’uomo si interessa ad un altro uomo e alla sua realtà. È ciò che permette di riflettere, di imparare e di apprezzare le storie che arrivano dall’altra parte del mondo.

 

Il Festival di giornalismo organizzato dal settimanale Internazionale si è svolto a Ferrara dal 5 al 7 ottobre 2012. È un weekend di incontri, dibattiti, spettacoli e proiezioni con grandi ospiti da tutto il mondo, interamente gratuito, giunto quest’anno alla sesta edizione.

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