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Erdogan verso il voto: dalle purghe ai giornalisti alle manovre elettorali

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Akin Atalay

Mancano due mesi scarsi alle elezioni in Turchia e, sul fronte libertà di stampa, continuano ad arrivare notizie poco confortanti. Il 25 aprile scorso, 15 giornalisti del quotidiano Cumhuriyet, da sempre organo di riferimento dell’élite laica del Paese, sono stati condannati da due a otto anni di carcere. Fra questi ci sono l’editore, Akin Atalay, che da quasi due anni si trova anche in stato di carcerazione preventiva e alcune fra le più importanti firme del giornalismo turco. Due su tutte: Kadri Gürsel e Ahmet Sik, giornalisti di inchiesta da sempre scomodi alle autorità di Ankara.

Formalmente, tutti e 15 sono stati condannati per sostegno a organizzazione terroristica, in particolare a Fetö, esplosa dopo il fallito golpe del luglio 2016. Si tratta del sedicente network di Fethullah Gülen, ex imam in autoesilio negli Usa, un tempo potente alleato per convenienza di Recep Tayyip Erdogan per distruggere gli apparati laici dello Stato. Considerato la vera eminenza grigia della politica turca, Gülen, che da anni è a capo di una corrente della destra islamica turca opposta a quella di Erdogan, una volta rotto con il Presidente della Repubblica, è diventato il nemico numero uno suo e del Paese, accusato di essere anche l’artefice del tentato golpe del 2016. Che cosa abbiano a che vedere i giornalisti di Cumhuriyet, da sempre schierato contro l’Islam politico in Turchia, nel Paese lo hanno capito in pochi. Quel che sembra sempre più probabile è che il capo dello Stato abbia utilizzato le purghe seguite al golpe non solo per eliminare i gulenisti, ma tutti i suoi possibili oppositori, curdi e laici inclusi.

Sono settimane di grandissima tensione, anche politica, nel Paese. La scelta a sorpresa di Erdogan e del suo alleato, il segretario del Partito nazionalista Devlet Bahceli, di andare al voto anticipato e di formare una coalizione per le politiche, suona come un tentativo di chiudere definitivamente in una morsa autoritaria la Turchia. L’obiettivo, il 24 giugno prossimo, è quello di conquistare il secondo mandato da presidente della Repubblica e la maggioranza in parlamento. Con il voto entreranno anche in vigore alcuni articoli approvati lo scorso anno tramite referendum e inizierà concretamente per il Paese il passaggio da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale.

Erdogan sembra avere sempre più fretta di chiudere la partita, sostanzialmente per quattro motivi. Il primo, come si è già scritto, è la possibilità di fare entrare in vigore in anticipo una parte della Costituzione che gli attribuisce “superpoteri”. Un secondo motivo è il fattore sorpresa con cui ha colto le opposizioni, che al momento stanno facendo fatica a trovare una quadra su alleanze elettorali e candidature. Il terzo motivo è poter sfruttare la campagna nel nord della Siria, ufficialmente contro tutte le forme di terrorismo ma ufficiosamente contro i curdi. C’è però anche un motivo che preoccupa il presidente e non poco: l’economia turca, nonostante i segnali positivi del Pil, non sta andando bene. I cambi fuori controllo su euro e dollaro da tempo hanno avuto effetti deleteri sulle importazioni e sul potere di acquisto degli stipendi. La crescita del benessere, che è sempre stato il fiore all’occhiello della sua politica a partire dal 2002, anno in cui ha preso il potere, questa volta potrebbe essere un’arma da usare contro di lui in campagna elettorale, che per i più pessimisti ha un esito già scontato.

In molti, dentro e fuori il Paese, temono che con tutti i principali quotidiani e network televisivi ormai diventati schiettamente filogovernativi sarà molto difficile per l’opposizione, soprattutto quella curda, fare passare le proprie posizioni. Lo stato di emergenza in vigore in Turchia da quasi due anni, poi, rischia di compromettere anche la stessa trasparenza del processo elettorale

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