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No Impunity Day: Roma, capitale delle minacce ai giornalisti

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Il 2 novembre si celebra la Giornata Mondiale per la fine delle impunità per i crimini contro i giornalisti, un’iniziativa dell’Onu che cade nell’anniversario dell’uccisione di due giornalisti francesi in Mali, Ghislaine Dupont e Claude Verlon. In Italia, per l’occasione, la onlus Ossigeno per l’informazione (che si occupa di tutelare i giornalisti minacciati nel nostro Paese) ha organizzato a Roma, Palazzo Madama, un convegno dal titolo “Giornalisti aggrediti, colpevoli impuniti. Che cosa accade in Italia. L’allarme ONU”.
Tra gli interventi, quello del segretario dell’Associazione Stampa Romana, Lazzaro Pappagallo, giornalista Rai, che ha condiviso con il Caffè i contenuti della sua relazione: è un allarme per quanto sta capitando nella regione italiana più colpita dal fenomeno delle intimidazioni (legali e non) contro i giornalisti, in un quadro economico che vede sempre più freelance esposti ai pericoli della professione, senza tutele e senza adeguati compensi. 

Lazzaro Pappagallo

Il Lazio continua a detenere la maglia nera nella speciale (e poco nobile) classifica delle minacce ai giornalisti. L’ultimo aggiornamento segna quota 112 su 321 casi, da gennaio a ottobre: la regione sopravanza nettamente la Sicilia con 40 casi e la Campania con 39.
Si conferma la tendenza degli ultimi quattro anni e si conferma, grosso modo, la percentuale complessiva di minacce che si aggira intorno al 35%, un dato ha avuto negli scorsi anni picchi del 40% sul totale).

I 112 casi di minacce registrati sono così suddivisi: 50 denunce e azioni legali, 42 avvertimenti, 11 ostacoli all’informazione, 8 aggressioni fisiche, un danneggiamento. Abbiamo provato a sollecitare le istituzioni, la linea dei comitati per l’ordine e la sicurezza pubblica, trovando ascolto a Latina e Roma, ma non risposte o azioni da mettere concretamente in campo. Questi dati hanno alcune costanti linee di tendenza: il territorio sconta la presenza di redazioni massicce e importanti. Roma resta sempre la capitale d’Italia con i suoi riflettori, i suoi coni d’ombra, le insidie nella ricerca della verità. Se l’esaurirsi dell’impatto mediatico della vicenda di Roma capitale, che aveva provocato il record di 201 casi nel 2015, restano invece tutte le difficoltà strutturali nel rapporto tra informazione – e diritto costituzionale di informare ed essere informati – versus diritti alla privacy o altri diritti meritevoli di tutela, sempre derivanti dalla Costituzione.
In più si sta sviluppando, come forma di pressione, l’insulto o la minaccia via social network. Sembra che il mare magnum della Rete, con l’implicita garanzia dell’anonimato o, ancor meglio, della confusione, del mucchio selvaggio, sia un’altra scorciatoia per comportamenti censori o per esercitare pressioni illecite.
L’altro filone costante è quello della querela temeraria, per chi percorre la strada del procedimento penale e/o della richiesta di risarcimento danni in sede civile: mentre attendiamo che il codice Rocco sia archiviato definitivamente, eliminando il collegamento tra diffamazione e carcere, tocca notare che lo Stato si impegna e si indigna ma non conclude. Anzi: alcuni politici non nascondono la loro contrarietà alla cancellazione della diffamazione come reato. Basta citare i dati forniti a Ossigeno per l’informazione dal ministro Orlando e dai suoi uffici lo scorso anno: sono quasi 6mila, i nuovi procedimenti penali per diffamazione, in crescita dell’8% annuo. Il 90% di queste azioni legali non produce niente, si conclude con un nulla di fatto ai danni dei giornalisti. un fatto che dà riscontro della la correttezza generale del comportamento dei colleghi. A 155 giornalisti sono stati inflitti, invece, 103 anni di carcere, anche se questi non si traducono in detenzione. E, di tutti questi colleghi condannati, sarebbe il caso di capire quanti sono precari.

Questo ultimo aspetto apre il terzo corno della questione. Se per un cronista assunto in una redazione ci sono garanzie legate al posto fisso e agli uffici legali della testata (anche se gli effetti sul lavoro non mancano: basti chiedere, per esempio, a Gianluca Paolucci se ha potuto lavorare sul dossier Unipol che aveva in mano ed era uno scoop), per un freelance (cioè la buona parte dei cronisti di provincia di città, dell’informazione capillare e diffusa, di quella più schiettamente territoriale) non c’è nulla che li garantisca. Per questi colleghi, che guadagnano mediamente tra i 9mila euro (se sono co.co.co) e i 14mila euro annui (se sono partite Iva) diventa un autentico sacrificio restare ancorati alla loro professionalità. Sacrificio, in latino, significa fare sacro, rendere sacro il mestiere. Essi sanno o capiscono, quando piove la querela, che se incontrano qualche potente non hanno alle spalle studi legali o redazioni in grado di proteggerli, e non tutti hanno la vocazione al martirio. Ecco perché mi auguro che l’Ordine dei giornalisti, rinnovato nei suoi vertici, segni la discontinuità e fornisca materia e fondi per varare un fondo antiquerele che garantisca i più deboli all’interno della nostra comunità.
Segnalo quanto accaduto a due colleghi campani della Voce delle voci, una vicenda rilanciata dal sindacato territoriale guidato da Claudio Silvestri: due giornalisti sono stati condannati per diffamazione in primo grado dal giudice di Cassino. Il magistrato ha imposto il pagamento della provvisionale per 5mila euro a favore di ciascuna delle due persone che hanno messo in moto il procedimento penale. Uno dei due procedimenti penali, chiusosi recentemente, riguarda un fatto di cronaca datato 1991. Una delle colleghe in causa, Rita Pennarola, scrive: «Non esercito più né il giornalismo d’inchiesta né quello anticamorra, come avevo fatto per oltre 20 anni, da quando sono diventata bersaglio di azioni esecutive a ripetizione, che sarebbero state forse meno cruente se, in quei 20 anni, fossi stata io stessa un boss della malavita organizzata».
Non c’è altro da aggiungere.

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