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Elif Gunay: essere figlia di un giornalista imprigionato

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Elif accoglie il padre Turhan Gunay all’uscita dal carcere

Elif è la figlia di Turhan Gunay, per 25 anni direttore generale delle inserzioni libri del quotidiano nazionale Cumhuriyet che, insieme a dodici suoi colleghi, è stato arrestato nello scorso mese di novembre. L’accusa rivolta a Gunay è gravissima: quella di svolgere attività per conto di un’organizzazione terroristica, pur non essendone un membro. L’organizzazione di cui si parla è la FETO-PDY, ossia la comunità religiosa guidata dall’ex imam Fethullah Gulen, ex alleato del partito al governo, un ente accusato di aver pianificato e realizzato il tentativo di colpo di stato del mese di luglio 2016.

«Prima che arrestassero mio padre – dice Elif – mi occupavo di produzione cinematografica e traduzioni dal turco all’inglese e viceversa. Ora, invece, la maggior parte del mio tempo passa nell’organizzazione di iniziative per tenere alta l’attenzione sulla sua detenzione e sulla libertà di stampa in Turchia». Elif ha 36 anni, è laureata in Cinema e Televisione e, dopo l’arresto di suo padre, ogni venerdì è andata a trovarlo in carcere, partecipava a conferenze sulla libertà di stampa, ritirava premi in nome di suo padre e presenziava ai colloqui con i suoi avvocati. Dopo otto mesi di detenzione, Turhan Gunay è stato rilasciato dal procuratore alla fine di una serie di udienze che sono durate cinque giorni. Il 28 luglio, finalmente, Elif e Turhan si sono riabbracciati. Anche se non si tratta di un’assoluzione, perché Gunay è stato rilasciato in attesa di giudizio, almeno padre e figlia possono trascorrere del tempo insieme, come è capitato ad altri sei suoi colleghi. Secondo Elif, la detenzione è una situazione difficile per chi sta dentro il carcere ma cambia decisamente anche la vita dei cari che stanno fuori: «Per via dello stato di emergenza in vigore, solamente i parenti di primo grado possono andare a trovare i detenuti, per cui io sono l’unica che mio padre potrebbe vedere. Anche se per tutta la vita non abbiamo mai avuto necessità di sederci attorno un tavolo e parlare per un’ora ininterrottamente, una volta a settimana abbiamo parlato di tutto: mi raccontava ciò che viveva, io quello che accade fuori e, ogni tanto, mi dettava anche delle lettere». Prima che suo padre entrasse in carcere, Elif non aveva mai parlato in pubblico. «Dopo il suo arresto sono stata invitata in diverse occasioni, pure all’estero. In quei colloqui da un’ora, lui era riuscito a spiegarmi come mi sarei dovuta comportare, mi ha incoraggiato. Per via del traffico e della grandezza di Istanbul spendevo, per andare e tornare a casa, almeno tre ore. Per entrare, passavamo per una serie di controlli severi, e così quando uscivamo. Ogni volta, per vedere mio padre, passavo una giornata intera; se avessi avuto un lavoro fisso non mi sarei potuta permettere di visitarlo una volta a settimana. Forse mi sarei licenziata».

Turhan Gunay

Assumere una responsabilità così grande, cioè parlare di temi così complessi in varie circostanze e combattere l’emotività per il dolore della detenzione del padre, per Elif non è stato così facile. «Quando mi sentivo in difficoltà ho sempre cercato di fare qualcosa che mi facesse svagare, come passare del tempo con i nostri animali domestici. E poi certo, i miei amici, con i quali però ho sempre cercato di non parlare di mio padre, altrimenti non sarebbe stato sostenibile». Per Elif Gunay è stato molto prezioso far parte di una nuova famiglia, quella dei familiari dei giornalisti in carcere; l’hanno aiutata per le iniziative in cui era coinvolta come relatrice, l’hanno sostenuta nei momenti difficili e resa più sicura e serena. Per contro, non ha ricevuto nessun sostegno dai familiari dei giornalisti detenuti appartenenti ad altri giornali: «Con loro ci vediamo sui bus per essere trasportati dall’ingresso del carcere fino al punto in cui potevamo incontrare in nostri cari. Il nostro dialogo, però, è stato molto limitato e, al di fuori dal carcere, non mi hanno mai cercato».

Il centro di detenzione di Silivri, dove è rimasto suo padre, è molto grande; tra i controlli severi e la strada da percorrere fino alla zona dei colloqui, spesso accadono episodi grotteschi: «Oltre a mettere in carcere i nostri cari, il sistema vorrebbe che noi fossimo sempre tristi e depressi. Io, invece, cercavo di vedere sempre quella parte buffa, divertente, assurda e satirica di ciò che ci stava capitando, come quando sulla navetta che raccoglie i parenti dei detenuti salivano altri parenti di carcerati accusati di reati differenti da quello per cui è stato arrestato mio padre, come i detenuti politici di area PKK e FETO. Spesso ci scambiavamo sguardi di sospetto e, per rompere il ghiaccio, qualcuno se ne usciva con una battuta di spirito. A volte riuscita così bene che pure l’autista si metteva a ridere… E questo, per me, era una sorta di resistenza. Anche perché, con un padre in prigione, è difficile pensare a cosa fare, un giorno l’altro».

Il procuratore ha chiesto il rilascio di sette dei giornalisti in carcere e ha disposto il rinnovo della custodia cautelare per altri cinque. Tutti sono stati accusati di propaganda per conto delle organizzazioni terroristiche PKK, KCK, FETO, PDY. Ma se l’accusa è così grave, le prove sono decisamente deboli, quando non inesistenti. Per esempio, nel caso di Turhan Gunay il giudice che ha emesso il mandato d’arresto ha utilizzato quattro casi di conversazione telefonica tra lui e altre persone accusate di appartenere alla comunità di Gulen. Come ha specificato in aula anche Gunay, tuttavia, si tratta di telefonate fatte per discutere di alcune fiere del libro oppure conversazioni con gli autori di testi nuovi. Dato che selezionare e recensire i libri sarebbe il suo lavoro, non si dovrebbero poter considerare prove sufficienti per avanzare un’accusa così pesante.

Un altro giornalista detenuto, Kadri Gursel, ex consulente della linea editoriale di Cumhuriyet, parla così del suo caso: «Secondo un perito anonimo che ha sentito il giudice, in uno dei miei articoli avrei trasmesso dei messaggi subliminali! E per questo solo motivo io sono qui, da nove mesi». Ahmet Sik, invece, è uno dei dodici giornalisti in stato di detenzione da nove mesi. La sua difesa, da lui definita “non difesa” perché «essere giornalista non è un reato, quindi non ci sarebbe nulla da difendere», secondo il procuratore «offende il sistema giuridico e il governo stesso»: tanto che Sik, oltre a rimanere ancora in carcere, è stato anche denunciato dal procuratore stesso. Sik ha parlato del rapporto storico tra la comunità di Gulen e il partito al governo. Secondo il Times, con questo discorso il giornalista ha criticato la dinastia sporca di Erdogan: «Coloro che pensano che questo sistema corrotto e il regno criminale dureranno per sempre, sbagliano. Esattamente come è successo a tutti i dittatori che hanno oscurato le pagine della storia, chi va avanti con la fame per l’odio e per l’avidità, appetiti che non si saziano mai, lavora sempre per la sua stessa fine. Ieri ero un giornalista, oggi sono un giornalista e domani farò il giornalista. Non finirà mai il conflitto tra me e coloro che vorrebbero strangolare la verità. La decisione di oggi vorrebbe che ci inchinassimo ma io vorrei dire a tutti che mi sono inchinato solo per baciare le mani di mio padre e di mia madre, e sarà così anche domani».

Dopo la scarcerazione di suo padre, Elif ha scritto queste parole su Facebook: «Questa è una felicità a metà. Non possiamo essere sereni senza vedere uscire anche gli altri. Sono entrati tutti insieme ma sembra che non usciranno insieme… Rimango sicura che usciranno tutti, alla fine».

In Turchia ci sono, attualmente, 170 giornalisti in carcere: è un record mondiale. In una dichiarazione rilasciata alla BBC l’11 luglio scorso dal presidente della Repubblica Erdogan, solamente due di questi sono giornalisti; gli altri sarebbero «persone che lavorano per il conto delle organizzazioni terroristiche,  vandali e ladri».

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