Home»Professione giornalista»Il futuro di Inpgi e Casagit: la previdenza dei giornalisti tra incognite e rilanci

Il futuro di Inpgi e Casagit: la previdenza dei giornalisti tra incognite e rilanci

4
Shares
Pinterest Google+
Raffaele Lorusso, Segretario Generale Fnsi

Sono periodi di incertezza quelli che sta vivendo l’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. Spesso, quello della pensione è un argomento sottovalutato, se non del tutto ignorato, da chi svolge la professione giornalistica in Italia, che si parli di professionisti le cui aziende contribuiscono alla costruzione della loro previdenza oppure (e sono la gran maggioranza, ormai) di freelance che fatturano cifre basse e versano contributi altrettanto bassi al fondo riservato ai collaboratori, la cosiddetta Inpgi 2. Ma il tema non è solo tecnico e, soprattutto, è destinato a diventare di strettissima attualità per tutti coloro che arriveranno prima o poi al termine della loro attività giornalistica senza sapere se, per quel giorno, l’ente cui hanno versato contributi sarà ancora vivo, o se avrà denaro sufficiente per pagare le pensioni, o ancora se le stesse (quest’ultimo discorso vale per chi contribuisce l’Inpgi 2) saranno decenti o se si verseranno prestazioni da fame. A tal proposito, l’ente mette a disposizione dei giornalisti un simulatore per calcolare la futura pensione erogata dall’Inpgi – gestione separata.

L’ultimo bilancio dell’Inpgi parla di un disavanzo di 167 milioni di euro; per quanto riguarda invece l’Inpgi 2, che versa pensioni con calcolo contributivo (ed è una contribuzione, come noto, modesta rispetto ad altri enti giacché si “accontenta” del 10% dei ricavi al netto delle tasse più il 2% del lordo versato dal committente) l’avanzo di gestione previsto per l’anno 2019 è pari a 52,4 milioni di euro. 

La prima, e più attuale, incognita è legata al cosiddetto “decreto crescita”, che contiene un emendamento del governo che prevede l’ingresso dei comunicatori nella platea previdenziale dell’Inpgi. L’adozione del provvedimento in esame al consiglio dei ministri potrebbe, infatti, cambiare la vita – e soprattutto la pensione – di migliaia di giornalisti: si parla di circa 13.000 dipendenti di aziende pubbliche e private impiegati in uffici per le relazioni con il pubblico o uffici stampa non come giornalisti, ma che esercitano un’attività assimilabile al giornalismo almeno per quanto riguarda l’ambito previdenziale. Sulla testa dell’Inpgi pende anche lo scontro politico in atto tra Lega e Movimento 5 Stelle. Mentre questi ultimi, a partire dal Ministro del Lavoro Di Maio, si sono opposti alla soluzione dell’ingresso dei comunicatori, la Lega invece è a favore dell’emendamento che permetterebbe alla Cassa dei giornalisti di attingere a nuove risorse.

Con queste premesse, per mantenere anche la sua autonomia rispetto all’Inps, Inpgi e Casagit (la cassa autonoma di assistenza integrativa dei giornalisti italiani) affrontano ora la sfida di un allargamento contributivo, un processo ancora in corso, non privo di incognite. «L’emendamento presentato dal Governo e all’esame della Camera in questi giorni si prefigura come una sorta di “test” per provare poi a fare una riforma delle pensioni più ampia», ha detto Raffaele Lorusso, segretario generale Fnsi, nel corso dell’assemblea annuale della Stampa Subalpina a Torino.

Il quadro complessivo dipinto da Lorusso è più ampio e non riguarda solo la riforma delle pensioni, ma il modo di vedere i giornalisti e il loro ruolo nella società democratica: «Venendo meno il pilastro previdenziale – ha aggiunto – ci sarebbe un messaggio chiaro: un attacco all’autonomia della professione e a quello che la professione ha costruito in questi anni. Che ci sia un’aggressione, al netto delle pretese datoriali, è sotto gli occhi di tutti. Ancora pochi giorni fa si parlava di “ricambio generazionale”, ma “ricambio” significa che, per ogni giornalista che esce, almeno uno andrebbe assunto. E non è così». Nonostante centinaia di prepensionamenti e licenziamenti, il turn-over si è pressoché bloccato, riducendo al minimo il numero delle nuove assunzioni. Quindi, il primo problema è chiaro: l’Inpgi paga sempre più pensioni a giornalisti inattivi, e non riesce a compensare le uscite con un numero sufficiente di contributi versati dai giornalisti che dovrebbero averli sostituiti. Senza correttivi a questo saldo cronicamente negativo, tra spese e ricavi, l’Inpgi rischia di collassare.

«Nei periodi di crisi – ha aggiunto ancora Lorusso – bisogna investire su di un’occupazione di qualità, altrimenti come si può parlare di qualità dell’informazione? Al redattore ordinario, che costa in media 60.000 euro all’anno, si sostituisce un precario che ne costa 10.000. La figura del co.co.co, il collaboratore coordinato e continuativo, è stata abolita per gli altri àmbiti, ma è rimasta in vigore per il lavoro giornalistico. È una norma da cancellare, ma l’emendamento per eliminare i co.co.co è stato bocciato ben quattro volte in questa legislatura». E perché? Un’idea, Lorusso se l’è fatta: «C’è un pregiudizio negativo nei confronti di questa professione da parte del Governo: gli Stati Generali dell’editoria partono dal fondo, dai tagli all’editoria; c’è poi il caso di Radio Radicale, che faceva sicuramente un grande servizio pubblico. Se si accettano questi tagli, si arriva via via alla Rai e ai “giornaloni”».

Cosa fare, allora? «Bisogna fare massa critica e trovare sponde nella società e nella politica per non autorelegarsi nell’angolo, altrimenti consegneremo la democrazia di questo paese a una dimensione che non è quella conosciuta fino a oggi».

Da sinistra Stefano Tallia, Daniele Cerrato, Raffaele Lorusso

Anche la Casagit, come ha spiegato il suo presidente Daniele Cerrato durante l’assemblea della Subalpina, sta attraversando un’analoga crisi, dovuta per prima cosa all’età che passa dei suoi contribuenti: «Il mondo della Casagit invecchia – ha detto – e la Cassa dei giornalisti sta facendo un percorso di trasformazione che va verso l’integrazione con altre “popolazioni”, altre sigle, altre aziende». Dal 2009,  ha prima consolidato i suoi conti e poi ha dato vita alle formule Casagit 2,3 e 4, includendo così nuovi colleghi che non avrebbero potuto iscriversi alla prima fascia. «Pensiamo ai tanti collaboratori, ad esempio delle regioni del centro-sud che si occupano di inchieste di mafia e camorra, ma che sono pagati pochissimo», ha spiegato Cerrato. E ora è il momento di aprire ad altri gruppi produttivi, con i quali creare una società di mutuo soccorso per aumentare il numero degli iscritti complessivi. Per Cerrato, la destrutturazione dei corpi intermedi, come gli enti legati alla professione giornalistica, è dovuta all’astio di chi vuol far passare tutta l’informazione dai social e da notizie composte di poche righe. Per Stefano Tallia, segretario della Stampa Subalpina il rischio è di essere perdenti, di trovarsi in una società peggiore di prima: «Se costruiamo una società feroce, senza diritti, è difficile che tenga conto del valore della solidarietà. Bisogna ristabilire diritti e regole nel mercato del lavoro, bisogna creare alleanze sociali per non essere sopraffatti».

Previous post

Bahrain, aperture al dialogo tra le religioni ma stretta sui giornalisti liberi

Next post

Giornalismo costruttivo: raccontare la complessità del reale non è buonismo