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Dragonfly, il mostro cinese che insidia la libertà di informazione

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Quando la app Dragonfly verrà attivata in Cina, il motore di ricerca di Google non indicizzerà più Facebook, Twitter e anche il New York Times. In questo modo, la stretta sull’informazione sarà più efficace per tutti: cittadini, attivisti, giornalisti. Peccato che la app sia stata sviluppata direttamente da Google su richiesta del governo e dunque serva un mercato di miliardi di dollari di fatturato. Quel che è certo è che l’applicazione sviluppata da Google è in linea con un trend censorio che si osserva nella Repubblica Cinese dall’inizio di quest’anno, ossia da quando, qualche ora dopo che il Partito Comunista Cinese aveva proposto un cambio della costituzione per ridisegnare i limiti del termine presidenziale, ogni parola, frase o affermazione che citasse il presidente Xi Jingping era stata bloccata sui social media. La censura ha colpito gli hashtag “Emperor Xi” “The Emperor’s Dream”, “Dream of Returning to the Great Qing” e “Winnie the Pooh”, che è il soprannome che il popolo della rete ha dato al presidente Xi, data la sua somiglianza con il personaggio della Disney.

La profferta di Google dà dunque una sterzata in favore del governo, rendendo assai più difficile la vita a chiunque utilizzi il sistema VPN, capace di ingannare la censura locale; ciò che accade oggi segue la pubblicazione, lo scorso 30 gennaio, a carico della Cyberspace Administration of China, di una lista di 462 siti e social media che hanno ottenuto dal governo il permesso di operare. Chiunque si muova fuori da questa griglia, è passibile di accuse e processi e avrà molta difficoltà anche nel trovare un avvocato che lo rappresenti. Infine, i media che creeranno un sito senza una licenza, andranno incontro anche a una multa di 30mila yuan cinesi (pari a 4700 dollari).

Per chi invece è un semplice utente della rete, non potrà porre alcun contenuto in essa se prima non si sarà registrato fornendo nome, carta di identità, codice fiscale, numero telefonico e avrà dichiarato a quale organizzazione appartiene. Questo nuovo regolamento è entrato in vigore lo scorso 20 marzo. Non solo: quelle compagnie straniere, compresi i singoli che utilizzeranno tecnologia VPN (un esempio per tutti, gli accounts Weibo) non potranno accedere a qualsiasi piattaforma ma bensì richiedere la licenza d’uso solo per i VPN approvati dallo stato cinese. Una misura che soprattutto scoraggerebbe l’uso che ne fanno giornalisti ed attivisti per comunicare con i loro clienti e per spedire notizie concernenti il Paese ovunque nel mondo.

 

Contemporaneamente, in Cina, i reporter ritengono che da tempo lo Stato controlli social media, chat e comunicazioni non approvati dallo Stato. CPJ ha intervistato un giornalista che ha voluto restare anonimo e che ha dichiarato di essere stato spiato nelle sue comunicazioni su WeChat: “Sono stato costretto a un log out forzato e non ho potuto utilizzare lo strumento per una settimana. Stessa cosa per Weibo: la funzione di invio messaggi privati è stata disabilitata”. Non solo: il reporter ha notato come una sua fonte sia stata attenzionata dai servizi segreti cinesi, solo subito dopo che il suo account è stato violato. Coloro che avrebbero approcciato la sua fonte erano in possesso delle stesse informazioni del reporter e conoscevano già il media per il quale la fonte avrebbe fornito disponibilità e informazioni. Da quando sono accaduti questi episodi, i reporter hanno di molto ridotto l’uso sia di WeChat che di Sina Weibo.

 

Questa virata ulteriormente censoria accade in un scenario in cui, in Cina, la polizia di Pechino ancora detiene il giornalista francese Heike Schmidt, corrispondente di Radio France International. Come accade di solito, ai giornalisti cinesi succede pure di peggio: in gennaio la moglie del giornalista cino-americano Chen Xiaoping è scomparsa dalla loro casa di Guangzhou. Ancora nel febbraio scorso, la polizia ha arrestato Xu Qin, un ricercatore indipendente sui diritti umani spesso ascoltato da molte agenzie come fonte, tra cui Radio Free Asia. A sua volta Xu Qin era stato arrestato dopo avere raccolto informazioni sulla detenzione di Sun Lin, una giornalista imprigionata a causa di una serie di articoli critici sul partito Comunista.

 

Non solo gli attivisti ma anche gli avvocati dei giornalisti in arresto subiscono in Cina trattamenti senza precedenti, tra cui minacce e ostracismi di varia natura. Lo scorso 12 febbraio, il dipartimento di giustizia di Guangdong ha detenuto temporaneamente Sui Muqing, l’avvocato dell’editore del sito sui diritti umani 64 Tianwang. Sui sarebbe accusato di avere utilizzato “parole offensive e poco civili” durante la sua difesa, oltre ad avere portato con sé in dibattimento un telefono mobile con cui avrebbe scattato foto di un attivista per i diritti umani in un centro di detenzione. L’avvocato, difensore dell’attivista ritratto, ritiene che la sua detenzione temporanea sia servita da deterrente per tutti gli altri avvocati impegnati nelle cause a favore dei diritti umani, affinché desistano. Lin Qilei, un altro avvocato che rappresenta il giornalista detenuto Wang Shurong, ha confermato di avere avvertito la pressione delle autorità dello stato dopo l’arresto del collega Sui Muqin ma, ha detto a CPJ, “ero già preparato mentalmente a qualsiasi evenienza, detenzione inclusa. Non sarà mai abbastanza, comunque, rispetto a quanto rischiano i miei assistiti”.

 

 

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