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Donne e media Un incontro a Torino

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L’appuntamento del 5 maggio a Torino nasce per iniziativa dell’associazione Pulitzer, dove delle giornaliste si occupano di libertà di stampa e di promuovere un nuovo modo di proporre la donna e il femminile. Il titolo della mattinata è Donne e Media. Il diritto a una diversa comunicazione del femminile, e l’argomento è sempre attuale, perché riflette la maniera con cui i mezzi di informazione dipingono la figura femminile. Il verdetto: la donna che viene rappresentata non è reale, rispecchia una società in forte crisi e penalizza le donne “normali”.

“A dirigere il New York Times oggi è Jill Abramson – raccontano le organizzatrici. – Una donna, la prima a ricoprire questo incarico da quando il quotidiano fu fondato nel 1851. Una conquista? Certamente, per una testata che in passato ha dato pochissimo spazio alle donne, ma soprattutto un’eccezione, perché nel mondo dei media ad occupare i posti di responsabilità e di potere continuano ad essere in larga parte gli uomini. Su 522 aziende mediatiche in tutto il mondo, le donne rappresentano solo un terzo della forza lavorativa a tempo pieno (Global Report on the Status of Women in the News Media 2011)”.

L’incontro si apre con un video: un servizio del Tg1 sulle donne del Festival di Sanremo. Protagonista, circondata dai due conduttori maschi, la valletta di Sanremo, una bella figliola che parla a stento l’italiano. “La tv pubblica inglese non manderebbe mai in onda un servizio del genere – afferma categorica Natasha Fioretti, responsabile pari opportunità associazione Pulitzer.

In Italia, l’immagine femminile in tv è per il 42,8% quello della velina e della donna spettacolo, per il 42% quello della vittima o del carnefice e per il 23,8% quello dell’esperta (Dati Censis).

Il problema non è solo italiano, tutt’altro. In Inghilterra la stampa è stata accusata di essere sessista. Negli Stati Uniti organizzazioni come missrepresentation.org si battono perché i media trasmettano alle nuove generazioni modelli femminili positivi e reali”.

E si inizia il giro del tavolo con una domanda: l’Italia è un paese per donne? “Nel 2011 ci siamo svegliate, ma il problema c’era già prima – risponde la giornalista Patrizia Corgnati, conduttrice del programma Balun – l’anno scorso scopriamo il bunga bunga, affiorano gli scandali, iniziano le manifestazioni di piazza. Ma ci siamo dimenticati della pubblicità del formato ridotto del giornale l’Unità del 2008? Campeggiava un sedere e una minigonna (formato mini) e una seria di scritte a doppio senso, ed era direttrice una donna, Concita de Gregorio. Prima ancora le copertine dei grandi settimanali, dove il corpo della donne veniva usato per vendere qualsiasi cosa”.

Un elemento di diversità interessante viene messo in luce dalla storica Paola Pallavicini che nella sua analisi cita il documentario – scandalo di Lorella Zanardo “Il corpo delle donne”: “Era in fondo un dèja vu, mentre la novità assoluta, oltre al mostrare i culi e le tette di sempre, è la presenza dei volti. E questo significa una dimensione di soggettività nel modo in cui si rappresenta una donna, una diversa concezione del sé e dei propri diritti”.

“I dati non sono confortanti: quelli relativi al lavoro (e quindi al potere) – spiega Laura Preite, giornalista, coordinatrice di Woman’s Journal – e soprattutto quelli relativi alle giovani: l’occupazione femminile fra i 18 e i 29 anni è inferiore di molti punti rispetto a quella maschile, il 52% delle donne sono sottoimpiegate rispetto agli uomini (di cui il 41% fa un lavoro meno qualificato), e poi ci sono le differenze retributive: le donne guadagnano meno a parità di ruolo”.

“Se in passato tante battaglie sono state fatte e portate a termine per i diritti e l’uguaglianza delle donne – chiude Fioretti – oggi non possiamo non rivendicare il diritto ad una più corretta informazione del genere femminile. Una informazione che in campagna elettorale non si curi delle rughe della Clinton, del seno rifatto della Palin o delle rughe della Merkel. Si è mai vista una battaglia di cravatte fra politici maschi nei media?

E quando in Italia ci saranno le condizioni perché si possa avere un Primo Ministro donna, come in Germania e in Danimarca, e non solo accontentarsi di tre ministre?”

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