Home»Professione giornalista»Domenico Quirico e il grande Califfato

Domenico Quirico e il grande Califfato

0
Shares
Pinterest Google+
Domenico Quirico
Domenico Quirico

il_grande_califfato_02Invitato a un incontro dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte per presentare il suo nuovo libro, “Il grande Califfato” (editore Neri Pozza) e per confrontarsi con i colleghi sulla professione, Domenico Quirico esordisce parlando del mestiere che esercita da molti anni, un po’ provocatoriamente: “I giornalisti non dovrebbero scrivere libri: non perché non conoscano la consecutio temporum – anche se qualcuno non la conosce – ma perché scrivono già tutti i giorni, sui giornali: perché sentono il bisogno di estendere la loro attività compositiva? Con grande orgoglio, posso affermare che quelli che scrivo sono i libri di un giornalista, nel senso che sono e vogliono essere scritti come la prosecuzione, negli stessi termini, dello stile, del metodo, degli scopi che uso quando il giornale mi consente di scrivere un articolo”.

Il racconto giornalistico è un modo di scrivere assolutamente unico, che offre occasioni straordinarie, racconta ancora Quirico, ma proprio per quello che per molti è ritenuto un limite, cioè per il suo carattere totalmente provvisorio. “Credo che l’ebbrezza maggiore, insostituibile, nello scrivere su un giornale sia proprio il sapere che nel momento stesso in cui tu giornalista componi la tua povera tela, che dura poche ore e il giorno dopo non conta più nulla, tu debba ricomporla secondo formule totalmente diverse, in un rapporto di continuo confronto fra ciò che è materia del racconto e la realtà. Una realtà che cambia, in un rapporto seducente, e presente solo nel giornalismo”. E ancora: “ Nella obbligatoria umiltà di quel tipo di scrittura vi è il senso insostituibile dello scrivere su un giornale, che non esiste in nessun altra forma: non nella saggistica, non nel romanzo, solo nella scrittura giornalistica, che è un unico nella sua provvisorietà, nella sua inconsistenza materiale”.

Imprescindibile diventa, allora, andare a cercare quella realtà, immergervisi totalmente come se fosse un pozzo da cui emergere portandosi dietro tutto quello che c’è “di sporco, di pulito, di straordinario, gocce d’acqua e rifiuti, di melma e di luce” per poi trasformarlo in scrittura.
Ecco perché il giornalista non può accontentarsi di stare sul bordo del pozzo e guardarci dentro: “così non vedrà mai che cosa c’è in fondo” e non inizierà il viaggio perfetto, cioè quello senza ritorno, “quello che non si conclude, o meglio si conclude nell’indeterminatezza, nello sparire, nel diventare parte della realtà che si è cercato di raccontare”.

Il ritorno da quel tipo di viaggio è obbligatoriamente quello di un’identità umana diversa da quella che si aveva alla partenza, non può essere altrimenti: “Perché se ritorno uguale a com’ero quando ho preso l’aereo o il barcone e ho incontrato i guerriglieri, i jihadisti, se torno uguale, con la mia esperienza, significa che non ho capito, non ho condiviso, mentre ogni mio viaggio è un passaggio da un’identità a un’altra. Che io voglia o meno, è inevitabile. E sta in questo la professione giornalistica, la vertigine dello scrivere su un giornale”.
Quanto al raccontare la realtà, Quirico aggiunge: “Il giornalista vate, il sedicente Mosè che garantisce di attraversare il mar Rosso senza bagnarsi i piedi se gli andate dietro, è quanto di più contrario al mio mestiere che io conosca. Bisogna essere ben consapevoli ancora prima di agire e sapere bene di cosa si sta parlando. Sono rimasto all’intuizione fondamentale della filosofia greca: le cose sono quelle che vediamo, esistono in quanto diamo loro un nome”.

Anche quando la realtà è dolore, di fronte al quale, come disse Albert Camus, il grido dell’uomo è cultura; di fronte al quale e contro il quale, il grido e il silenzio dell’uomo sono giornalismo, dice Quirico: “Il grido e il silenzio: perché nei posti dove generalmente vado e che testimonio tramite il racconto, il dolore si manifesta qualche volta con un un urlo, con un grido, con una richiesta di aiuto, con l’invocazione, con la bestemmia, ma il più delle volte si manifesta con il silenzio. I miei libri e ogni attività giornalistica dovrebbero ispirarsi a questo principio. Raccontare il grido, il silenzio dell’uomo contro il dolore”.

Quirico cita allora un personaggio che definisce “discusso e discutibile”, Oriana Fallaci, che in un’intervista disse: “Cercami là dove c’è il dolore” e precisa: “La più grande ambizione, il più grande ‘certificato di autenticità’ di chi fa questo mestiere, è poter dire, alla richiesta sul dove cercarlo: cercami là dove è il dolore”.

Previous post

Carmen Aristegui, licenziata per il supporto a Méxicoleaks

Next post

Un codicillo, un giudice e una sentenza storica