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DisOrdine dei giornalisti: dai freelance di Einaudi ai 5 stelle

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1997: il partito radicale di Marco Pannella – che fu iscritto per anni all’Ordine dei giornalisti – condusse una serrata campagna elettorale, con l’appoggio del suo braccio destro Emma Bonino, proponendo una serie di referendum. Tra questi, compariva la proposta di abolire l’Ordine dei giornalisti. Il referendum ottenne più di 11 milioni di pareri favorevoli all’abrogazione, pari all’85% dei voti validi espressi. Solo che quel referendum, e con lui gli altri sei della medesima tornata, non raggiunsero il quorum del 50% più uno degli aventi diritto di voto.

Pannella giustificava la sua presa di posizione sostenendo che «non è accettabile che la democrazia vada bene per il volgo, mentre per certe cose ci debbano essere fori particolari, corporazioni, ordini». Secondo lui, la «concezione, seppur altamente, fascista della società di Alfredo Rocco, Gentile, quella degli ordini, è opposta alla visione liberale della società, all’empirismo anglosassone, dove c’è una unica giurisdizione valida per tutti». E citava il presidente Luigi Einaudi, nei suoi scritti del 1944. Effettivamente, Einaudi aveva scritto parole di fuoco sull’esistenza di un albo.

«Albi di giornalisti! Idea da pedanti, da falsi professori, da giornalisti mancati, da gente vogliosa di impedire altrui di pensare colla propria testa. Giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire o che semplicemente sentono di poter dire meglio o presentar meglio la stessa idea che gli altri dicono o presentano male. L’albo è un comico non senso se, per mezzo di esso, si presume di dare un giudizio sulla attitudine tecnica, sulla capacità ad esercitare l’arte, sulla durata più o meno lunga del tirocinio prestato. Inteso così, si ridurrebbe ad una farsa, qualunque imbrattacarte essendo certissimo di ottenere il certificato di frequenza da uno dei tanti direttori di giornale. In ogni paese di grande libero giornalismo vi sono i free lances, i selvaggi che non vogliono appartenere ad alcun giornale, ma inviano trafiletti, notizie, commenti che i direttori sono lieti di pubblicare perché dicono quel che il professionale non sa o non inventa o non intuisce; vi sono i liners, i quali mandano primi la notizia dell’avvenimento interessante, che i cronisti non conoscono ancora, del fattaccio del giorno visto in modo particolare e non sono nemmeno conosciuti, firmano con un numero convenzionale e son pagati a un tanto per rigo pubblicato, da un cassiere che forse è il solo ad averli mai visti. Chi propugna l’idea dell’albo in realtà vuole conseguire un fine tutto diverso: creare un corpo, chiuso od aperto, in cui vi siano giudici e giudicabili, in cui vi siano giornalisti i quali si pronunciano sulla dignità od indegnità civile politica o morale di altri giornalisti».

Spesso, per dare più forza all’argomento distruttivo, si confonde l’istituzione dell’albo professionale – previsto con provvedimento legislativo nel Ventennio e poi decaduto – con l’Ordine dei giornalisti, la cui nascita risale al 1963, e non certo per mano di due fascisti: la legge fu proposta dai parlamentari democristiani Aldo Moro e Guido Gonella. Tuttavia, la questione è piuttosto semplice: il giornalismo è un mestiere da normare con un albo e restrizioni all’accesso, da gestire con la forma dell’autogoverno? Oppure è una libera professione, esercitabile da chiunque senza vincoli? Quali ragioni sostengono il sì e il no? Non esiste una risposta “giusta”, esistono punti di vista.

A meno di non voler vedere il dolo in chi sta dall’altra parte, essere favorevoli all’Ordine non significa parteggiare per le lobby, le caste, i circoli ad accesso ristretto. Così come chi lo vorrebbe abolire si suppone non lo desideri per poter disporre a proprio piacimento di un mestiere non più ufficialmente rappresentato né giuridicamente tutelato. Le ragioni di chi desidera mantenere l’Ordine hanno a che fare con il ruolo dell’informazione nella società. Tra i suoi sostenitori, lo storico presidente dell’Odg della Lombardia, Franco Abruzzo, che ha spiegato così le sue ragioni:

«Senza la legge sulla professione di giornalista, i cronisti diventerebbero degli impiegati copia-e-incolla del computer e di internet. La legge professionale fissa delle regole ed esalta dei valori, che possono riassumersi così: 1) la libertà di informazione e di critica; 2)  la tutela della persona umana e  il rispetto della verità sostanziale dei fatti; 3) l’esercizio delle libertà di informazione e di critica ancorato ai doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà; 4)  il dovere di rettificare le notizie inesatte; 5)  il dovere di riparare gli eventuali errori; 6) il rispetto del segreto professionale; 7) il dovere di promuovere la fiducia tra la stampa e i lettori; 8) il mantenimento del decoro e della dignità professionali; 9) il rispetto della propria reputazione; 10)  il rispetto della dignità dell’Ordine professionale; 11)  il dovere di promozione dello spirito di collaborazione tra i colleghi; 12)  il dovere di promozione della cooperazione tra giornalisti ed editori. Le “regole” fissate dal legislatore sono il perno dell’autonomia dei giornalisti: l’editore non può impartire al direttore disposizioni in contrasto con la deontologia professionale. Di importanza strategica , per una società democratica, è il nuovo diritto fondamentale dei cittadini all’informazione (“corretta e completa”), costruito dalla Corte costituzionale sulla base dell’articolo 21 della Costituzione e dell’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo. Questo nuovo diritto fondamentale presuppone la presenza e l’attività di giornalisti vincolati a una deontologia specifica e a un giudice disciplinare nonché a un esame di Stato

«L’eventuale abrogazione – conclude Abruzzo – della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi rischi: 1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge. 2) risulterà abolita la deontologia professionale; 3) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del “segreto professionale sulla fonte delle notizie”. Nessuno, in futuro, darà una notizia ai giornalisti/impiegati privati dello scudo del segreto professionale; 4) senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione».

Ormai, però, quasi nessuno – indipendentemente dal parere sulla questione – nega che l’Ordine e soprattutto la legge che norma la professione giornalistica, così come sono, non servano più. Lo sostiene per primo il suo presidente, Carlo Verna. Lo suggeriscono i dati: i “free lances” citati da Einaudi nel 1944, grazie alla crisi e al crollo dell’editoria tradizionale sostenuta dalle inserzioni pubblicitarie e dall’assenza di concorrenti digitali, sono diventati non più una fetta marginale ma addirittura la maggioranza dei giornalisti. Il profilo medio del giornalista italiano di oggi è quello di un freelance che non ha contratti, tutele o protezioni di alcun tipo, viene costantemente sottopagato e fattura circa 10.000 euro l’anno. Stando così le cose, l’autonomia dei giornalisti garantita da una legge superata dai tempi è già andata a farsi benedire: già oggi, sette giornalisti su dieci non hanno alcuna paracadute né contro gli editori che li sfruttano e cacciano a loro piacimento, né contro direttori o caporedattori che li usano e gettano alla bisogna.

Cavalcando l’onda di chi ha avuto gioco facile nel dipingere i giornalisti come una setta di privilegiati arroccati nel loro castello e dediti alla distribuzione di notizie false fatte per sostenere governi e potentati, il partito che ha ottenuto più voti nell’ultima tornata elettorale, il Movimento 5 stelle, non ha perso tempo nel prendere in mano la questione dell’abolizione dell’Ordine. Il sottosegretario con delega all’editoria, Vito Crimi, ha dichiarato apertamente di puntare all’abolizione nonostante non sia un punto del programma di governo stretto con la Lega. 

Crimi, che rispetto alle posizioni tradizionali del suo partito sembra aver iniziato a scorgere una differenza tra lavoratori dell’informazione (giornalisti) e imprenditori dell’informazione (editori), sostiene che vi siano tre priorità: rendere trasparenti i finanziamenti ai giornali, in modo che si sappia chi investe in pubblicità sulle testate; incentivare il giornalismo digitale e, infine, combattere il precariato dei giornalisti. Il problema è complesso: come si può lottare contro i pezzi pagati cinque euro l’uno, o contro le false partite Iva? Istituendo nuove norme che introducano dei minimi tariffari, per esempio: ma sarebbero altre norme, altri leggi, uno spirito contrario alla libertà della professione e del mercato. In più, potrebbero essere leggi contrarie alle normative antitrust, come già ventilato nel caso del progetto  naufragato – dell’equo compenso. Non solo: abolendo l’Ordine e tutte le norme di disciplina del mestiere del giornalista, chi si occuperà di controllare che le notizie vengano diffuse rispettando valori ormai incardinati nella nostra società (riservatezza, dignità, etica), seppur non manchino gli esempi di violazioni di tutti questi princìpi da parte dei giornalisti? Chi tutelerà gli informatori di professione, un sindacato forte come succede in Gran Bretagna oppure sarà il far west? La trasparenza così spesso invocata, come la si garantirà in un mondo (soprattutto quello digitale) in cui chiunque può produrre informazione (o presunta tale, come nel caso dei cosiddetti influencer, o meglio piazzisti di merce spacciati per esperti disinteressati) senza dover dichiarare cosa è sponsorizzato e cosa no? Cosa intende dire nel dettaglio, il sottosegretario Crimi, quando parla di finanziamento della filiera dell’editoria da rivedere? 

Bisognerà aspettare l’autunno, quando l’Ordine proporrà un ultimo progetto di autoriforma. Se non passerà, la strada del taglio netto sarà sempre più probabile. 

 

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