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Medio Oriente: il fiume sotterraneo dei diritti delle donne

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Intrappolati nella narrazione jihadista sul Medio Oriente e il rapporto, tutt’altro che pacifico e positivo, con l’islam in Occidente, rischiamo di perdere di vista alcuni passi avanti che hanno riguardato – anche quest’anno – diversi paesi musulmani, con al centro le donne e il loro ruolo all’interno della società. L’ultima notizia è quella riguardante il paese più chiuso verso i diritti delle donne: l’Arabia Saudita, l’ultimo a vietare ancora alle donne di guidare l’automobile. Con un decreto, il Re Salman ha sorpreso un po’ il mondo perché, a partire da giugno 2018, alle donne sarà permesso mettersi al volante. Bene, festeggiano giustamente tutti ma bisogna fare molta attenzione a non cadere in una trappola. Scambiare un’operazione di immagine per una vera svolta storica sui diritti delle donne in quel Paese, visto che sono ancora recluse giuridicamente nella posizione di “minore” e, senza un tutore maschio, non vanno da nessuna parte. Compreso con il permesso di guidare la macchina.

Al di là di questa operazione, che è certamente un passo avanti ma non evento storico come molti si sono affrettati a commentare, quello che è passato in sordina sulla nostra stampa è un’altra iniziativa che invece segna, ancor di più che una falsa patente, un’importante svolta nel Regno dei Saud. In questi stessi giorni, infatti, è stata approvata (con 107 voti) una norma secondo cui anche le donne parteciperanno all’emissione delle Fatwa, cioè i pareri giuridici e religiosi, nel Regno. Ciò avviene dopo 45 anni nei quali solo gli uomini avevano il potere di emettere una Fatwa, nonostante vi sia una presenza femminile di esperte e dotte in Sharia e scienze islamiche.

Ma il vento a favore delle donne soffia più forte nel Maghreb, con la Tunisia che si fa promotrice di un passo davvero ambizioso ma anche di rottura con certe interpretazioni misogine e anacronistiche. Il paese dei gelsomini, infatti, non solo ha promosso una legge più concreta contro la violenza sulle donne, ma ha anche cancellato la norma che vietava il matrimonio tra una donna musulmana e un uomo non musulmano. Un’apertura che ha fatto gridare allo scandalo molti conservatori; di più, è stata bollata dalla Università Zitouna e da quella di Al Azhar come anti islamica. Poco importa: la Tunisia è andata avanti e ha promesso di mettere mano anche sulla questione delle eredità, ancora squilibrata a sfavore delle donne, con un’impostazione femminista per una donna dell’epoca del profeta Muhammad ma discriminatoria e maschilista per molte donne musulmane contemporanee. Per adesso, la Tunisia rimane il vero faro sui diritti delle donne, fungendo anche da traino per gli attivisti dal Maghreb al Mashreq che lavorano per cambiare la condizione sociale femminile. 

La Giordania ha seguìto l’esempio tunisino, approvando una legge contro le violenze così come il Libano:  il parlamento di Beirut ha abolito, a metà agosto, l’art. 522 del codice penale, che prevedeva l’assoluzione degli stupratori disposti a sposare le vittime delle violenze da loro commesse. A deludere, in questo senso, è il Marocco che sembra arenarsi dopo aver precedentemente avviato riforme importanti quali il diritto di famiglia, la Mudawwana (il codice di statuto personale) e aver tolto per primo dal suo codice penale un articolo simile a quello libanese, presente un po’ in tutti i paesi musulmani. In Marocco è ancora un dramma la criminalizzazione delle ragazze madri e il mancato riconoscimento giuridico dei figli nati fuori dal matrimonio, solo per fare qualche esempio. L’Onu è stata molto severa con il paese, considerato tra i più liberali e moderati dell’area, nel suo ultimo report sui diritti umani. Ma la risposta del governo locale non è stata degna delle ambizioni che si prefigge la sua classe politica e intellettuale, sempre in prima linea per costruire una società più giusta ed equilibrata in materia di diritti: da Rabat, la risposta alle critiche dell’Onu è stata quella di nascondersi dietro l’alibi religioso, richiamandosi alla peculiarità islamica. Una porta chiusa all’evoluzione.

Intanto si spera, perché il vento dei diritti delle donne sta soffiando forte. Molti temi che erano tabù sono stati smantellati e la questione dell’eredità, pur non avendo ancora trovato un condottiero che possa risolverla, è diventata un tema centrale della discussione, dal Maghreb al Mashreq: il segnale di un percorso già tracciato. 

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