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Dignità e necessità dei giornali: responsabilità e vie di uscita

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«La presentazione del prodotto va bene, ma si assiste ormai alla lettura di interi articoli, con parti che nelle rassegne stampa vengono evidenziate. Bisogna far capire a tutti che questo non può più avvenire».
Lo sostiene Andrea Riffeser Monti, nuovo presidente della Fieg (la Federazione italiana degli editori dei giornali), secondo cui il lavoro dei giornalisti viene regolarmente saccheggiato. Sia in tivù, sia nella vita di tutti i giorni, anche quando si fa colazione: «Dobbiamo difendere la profittabilità del nostro lavoro, che invece spesso ci viene usurpato. Penso ad esempio ai bar: ci sono esercizi in cui si trovano copie su copie di giornali. Le pay tv hanno offerte specifiche per i bar. Perché non se ne può parlare per i giornali?»

Queste affermazioni del presidente sono state corollario di un discorso più ampio, nel quale la Federazione chiede che lo Stato torni ad aiutare le aziende che producono informazione, ricordando per esempio che la Francia ha versato 120 milioni a France Presse per sostenere l’editoria. E che, soprattutto, i giornali sono un presidio democratico: difendere il prodotto significa difendere lo Stato di diritto. Anche se, mai come oggi, i giornali vengono visti da una fetta considerevole della popolazione non come uno strumento affidabile per interpretare i fatti e il mondo ma, al contrario, come un mezzo inquinato e non veritiero di manipolare l’opinione pubblica. Infine, il presidente ha affermato che tocca agli editori gestire il passaggio dalla carta al digitale.

Il grande buco nero delle vendite dei giornali e delle riviste coincide proprio con la diffusione del web: da quando molti italiani hanno accesso a Internet, sostanzialmente da un decennio a questa parte, da un lato si è moltiplicata l’offerta informativa; dall’altro, molti editori italiani hanno prima sottovalutato e poi malamente tentato di cavalcare il fenomeno, o regalando i propri contenuti online, oppure riservando alle versioni digitali delle proprie testate un’informazione di scarsa qualità, scritta e redatta da giornalisti sottopagati e spesso inadeguati. Oppure, ancora, scegliendo la via dei contenuti di bassa qualità e “acchiappa clic”, una soluzione che ha inficiato l’autorevolezza di alcuni giornali storici e, peraltro, non ha mai garantito introiti pubblicitari sufficienti a compensare le perdite di vendite e di investimenti delle aziende per promuovere i loro prodotti.

In una situazione economica simile, poi, si è incancrenita una malattia cronica del giornalismo, mai come oggi additato come professione esercitata da mercenari, da persone vendute al proprio editore, da spacciatori di notizie false e “contro il popolo” interessati solo a blandire il potere. C’è poco da dire: è una visione parziale, riduttiva, offensiva per tutti coloro che vivono questo mestiere come esercizio di competenza, conoscenza e come lavoro “sociale”, nel senso di attività che ha la grande responsabilità di informare decine di milioni di cittadini, orientando – indirettamente – anche il loro modo di pensare. Ed è una visione superata dalla realtà: i conti dell’istituto di previdenza dei giornalisti dicono che, ormai, i giornalisti che guadagnano di più sono quelli che sono andati in pensione con contratti che oggi sarebbero economicamente improponibili. Di quest’ultima situazione gli editori sono corresponsabili, avendo deciso di scaricare sul lavoro giornalistico le perdite delle loro aziende con tagli, chiusure, ricorso indiscriminato ai freelance pagati pochi euro ad articolo, prepensionamenti e i cosiddetti “contratti depotenziati” (cioè si lavora più di prima e si viene pagati molto meno). Ha fatto il suo anche il sindacato dei giornalisti, che per anni ha tutelato quasi esclusivamente le oasi dei cosiddetti “articolo uno”, i giornalisti assunti a tempo indeterminato. Che, ormai, rappresentano una minoranza della categoria: dei 50.000 giornalisti che pagano i contributi pensionistici, quasi il 70% non è assunto

Se gli editori decideranno di nutrire tutta la filiera dell’informazione, tornando a pagare i giornalisti con contratti e tariffe degne; se i giornalisti bravi e competenti riusciranno a sfruttare il web per dare visibilità alle proprie competenze e riusciranno a mantenersi con il loro lavoro; se la politica smetterà di dare addosso all’informazione in maniera indiscriminata, cogliendo il valore di un Paese in cui esiste la professione del giornalista, con i suoi doveri e le sue regole che un post su Facebook scritto da una qualunque persona che si vuole ergere a “informatore”, magari pure in buona fede, non può rispettare, allora si sarà presa la strada giusta. Tutelare il giornalismo – lo si dovrebbe spiegare alle masse “distratte” da anni di scemenze drenate sui social network – significa tutelare ciascun cittadino, perché informare è un mestiere nobile e delicato, e molti di coloro che lo praticano lo fanno con passione, onestà, affrontando difficoltà economiche e pressioni indebite. Il mito della “casta dei giornalisti” è, appunto, un mito: per qualche decina di figure iperprotette e iperstipendiate, una intera categoria di lavoratori dell’informazione vive in condizioni precarie e, giornalmente, viene subissata da pregiudizi e false accuse. 

In autunno potrebbe muoversi qualcosa: il sottosegretario con delega all’editoria, Vito Crimi, ha incontrato rappresentanti dell’Ordine dei giornalisti (che il partito di Crimi, il Movimento 5 stelle, vuole abolire) e, con il presidente dell’Odg Carlo Verna, si è parlato di una riforma della professione che prenda atto della rivoluzione digitale e tuteli il giornalismo fatto per mestiere. Peccato che lo stesso Crimi sia colui che, negli anni, ha manifestato palese fastidio per la categoria dei giornalisti, sostenendo la battaglia per l’abolizione del finanziamento pubblico e ritenendo i cronisti una presenza tutt’altro che necessaria nella società, poiché identificati come coloro che, come dice il suo leader spirituale, “raccontano solo balle”.

 

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