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Digitalife: il docufilm che racconta come la Rete trasforma la vita

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Tappa torinese per il docufilm «Digitalife» prodotto da VareseWeb con Rai Cinema e la Fondazione Ente per lo Spettacolo: un film corale, un collage di 50 storie raccontate dai protagonisti in video autoprodotti per narrare come internet e il digitale siano entrati nella loro quotidianità per trasformarla. Storie e non opinioni sul web, scelte tra le 350 raccolte in quasi due anni di lavorazione. È un racconto collettivo di temi che si incastrano fino a confondersi. «Si parla di amore, lavoro, riconnessioni, scoperta, viaggi, disagio», ha provato a sintetizzare il regista Francesco Raganato, intervenuto in videoconferenza alla serata organizzata presso Rinascimenti Sociali.

«L’intento corale è stato raggiunto. Ma è altrettanto importante la visione collettiva: questo film va visto insieme, non da soli. Cinematografiche non sono le riprese, sono le visioni.»
Come, allora, il digitale ha cambiato la vita di tutti i giorni? C’è chi ha risposto facendo riferimento alla nascita di internet e all’esperienza della sua diffusione all’inizio degli anni Novanta («Per mia nonna internet era una droga»), chi alle nuove prospettive inaugurate e all’evoluzione nel mondo del lavoro («Grazie a internet si è ribaltato il mito del posto fisso a favore di un ufficio liquido nel tempo e nello spazio»), chi ancora alla scelta radicale di diventare hikikomori, termine giapponese per indicare chi si ritira dalla vita sociale, cercando livelli estremi di isolamento e confinamento («Internet non è la causa del mio isolamento. Senza internet sarei morto»). E poi il bullismo raccontato da chi è riuscita a emergere grazie all’esponenziale visibilità del suo talento data dalla condivisione online. Un amico ritrovato dopo quarant’anni grazie ai social. La promozione dell’accesso all’istruzione e dell’assistenza sanitaria in un villaggio rurale del Nicaragua.

Internet è mezzo di comunicazione tra generazioni, come ha dimostrato l’esperienza dei corsi di avvicinamento al digitale tenuti in una casa di riposo. È sinonimo di accessibilità: grazie al robottino Ivo, un ragazzino costretto da un tumore al sistema linfatico a trascorrere un lungo periodo di assenza da scuola ha potuto simulare la sua presenza in classe. È massima partecipazione: dà un’estrema possibilità di socializzare, viaggiare, condividere esperienze ed emozioni. Lo sa bene chi, sperimentando grazie ai social la mobilità condivisa e la riduzione dei gradi di separazione – passati da 6 a 3 – è riuscita a fare il giro del mondo in 360 giorni da sola e senza un grande budget. Il modo di viaggiare si è profondamente trasformato con la diffusione di internet e chi lavora nel settore della ricettività turistica ne sta approfittando anche per migliorare la qualità del servizio e per velocizzare il cambiamento di un territorio.
E per quanto riguarda i media? Tigella, com’è conosciuta in rete, spiega come è riuscita a raccontare alcuni dei più grandi movimenti degli ultimi anni stando «in un paesino di 200 anime scarse dell’Appennino reggiano. Con una connessione a internet e la capacità di sapere dove trovare le informazioni e come fare a capire se erano vere o no, rilevanti o no, ho raccontato quello che è successo in Tunisia e che ha inaugurato le primavere arabe. Per tutto il 2011 ho continuato a raccontare fatti.» Una stagione di proteste, dunque, documentata da casa.
Che dire, poi, dell’esperienza di Radio B92 nella Belgrado del 1996? Durante i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia, quando rappresentanti del governo compirono delle incursioni dei locali dell’emittente e disattivarono i suoi trasmittenti, OpenNet, la sezione internet, ha continuato a trasmettere i programmi radio su internet. Il segnale venne ritrasmesso via satellite da altre stazioni radio di paesi confinanti. Radio B92 come organo di stampa indipendente fu particolarmente preziosa nel periodo del regime di Miloševic e il suo impegno gli è valso importanti riconoscimenti per il giornalismo e l’attivismo per i diritti umani.

La capillarità e l’immediatezza del giornalismo digitale possono essere insidiose: lo ha raccontato la moglie di una delle vittime dell’attentato terroristico del 17 agosto 2017 a Barcellona, denunciando come l’interconnessione e la ricerca del sensazionalismo e dell’anticipazione sui concorrenti hanno reso spietati i mezzi di informazione, che hanno invaso la sfera personale in uno dei momenti più intimi e delicati e non hanno permesso l’elaborazione del lutto.
Eppure, al contrario, c’è chi elabora il lutto proprio affidandosi a internet e alle nuove tecnologie: è un papà che ha perso il figlio di sei anni e ha deciso, persi 40 chili, di dedicare a questa relazione che sopravvive al tempo e allo spazio la corsa della maratona nel deserto, condividendo sui social ogni passo.
Digitalife, insomma, è un’inchiesta dal basso, partecipata, dell’impatto che la rete ha sulla vita. Un film che racconta un mondo fatto di connessioni e condivisioni. E’ l’istantanea di quello che eravamo, di come siamo cambiati e degli scenari che si aprono all’orizzonte se della tecnologia si impara a fare buon uso.

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