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DIG Awards, per tutelare le videoinchieste che l’Italia non accoglie

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Inchieste e qualità: due parole che raccontano i DIG Awards, i premi internazionali dedicati al giornalismo d’inchiesta in video che saranno assegnati a Riccione durante il prossimo DIG Festival, dall’1 al 3 giugno.
Sono oltre 350 i progetti selezionati alla fonte, e che portano in Italia il meglio della produzione mondiale dell’anno. Tra le candidature inviate la giuria (presieduta dal reporter statunitense Jeremy Scahill) ha selezionato 25 finalisti, suddivisi in sette sezioni di concorso. Ne parliamo con il direttore, Matteo Scanni.

Che cos’è DIG?
«Siamo un network internazionale di giornalisti europei e non. Vogliamo diventare un punto di riferimento per chi fa inchieste video, per tutti quei giornalisti orfani di spazi dedicati a questo genere di lavori. Ci sono pochi spazi di distribuzione in Rai, o altrove: il fatto è che in Italia non c’è una tradizione sui viedoreportage, come negli USA o in Inghilterra. Da noi è difficile vederli passare in tivù, specialmente a orari abbordabili. A parte Report non ci sono molte inchieste e approfondimenti. Ecco, noi vogliamo essere un punto di riferimento autonomo per tutti quegli autori che hanno belle idee. Vogliamo metterli in contatto con broadcaster internazionali, fare da collegamento.
Ci consideriamo il punto di riferimento che finora mancava. Ci siamo resi conto che c’era uno spazio vuoto da riempire, in Italia ci sono molte storie interessanti da raccontare ma pochi spazi in cui farlo. Mancano agenzie indipendenti, come in Francia, e contributi statali a cui accedere per finanziare i propri progetti. Noi vogliamo capire e raccontare che cosa c’è stato di buono durante l’anno».

Matteo Scanni, direttore DIG Awards

Cosa intendi con giornalismo di qualità?
«Con le inchieste e il reportage che mostriamo, vogliamo dare spazio ad argomenti che modificano la percezione abituale delle cose, modificano i comportamenti. Ci concentriamo su responsabilità, principi, minoranze, insomma ciò che c’è di buono nel senso più ampio possibile del concetto di giornalismo. Il giornalismo investigativo si sta trasformando: diventa sempre più collaborativo. Ne sono la prova i consorzi internazionali di giornalisti che si stanno diffondendo. Prendiamo ad esempio il caso Panama papers: se ci lavorano cento giornali insieme, allora si riesce a far emergere un quadro globale. Le tecniche di indagine si sono raffinate, anche la capacità di filtrare i dati attraverso fogli di calcolo molto grandi permette di validare dati che, altrimenti, sarebbe molto difficile gestire. Tutto ciò accresce la qualità del giornalismo e delle indagini».

Come siete organizzati?
«Sostanzialmente lavoriamo su tre filoni: il Premio, che propone il meglio dei reportage dell’anno; il network internazionale, che è l’occasione per vedere e comprare i prodotti realizzati; infine, la formazione. Ci occupiamo di formazione professionale: dall’uso dei microfoni e delle telecamere nascoste, fino alle tecniche per le interviste. Un altro argomento di punta dei nostri corsi riguarda il metodo di verifica “parola per parola”. In Italia non si fa molto fact checking, all’estero sì. Noi organizziamo seminari gratuiti, soprattutto durante le giornate del premio a Riccione e Milano. Lavoriamo in collaborazione con gli Ordini dei Giornalisti di Emilia e Lombardia, proponendo workshop di base ma di grande qualità. E poi abbiamo quella che chiamiamo Academy, per i saperi più tecnici».

Come funziona il Premio?
«La sezione più interessante è quella chiamata Pitch, una modalità di presentazione di cinque minuti per ogni autore. Vi partecipano progetti già strutturati con una storia, dei personaggi eccetera. Ogni autore presenta la sua idea alla giuria, in palio ci sono 20.000 euro che il vincitore deve usare per realizzare il suo progetto, per fare ricerche e completare l’iter verso la produzione. Alcuni lavori che hanno superato questa fase sono stati trasmessi anche all’estero, l’ultimo è stato un vero e proprio scoop: parlava di un trafficante di uomini, un certo Mered. Purtroppo è stata arrestata la persona sbagliata e ora è in carcere a Palermo. Gli investigatori internazionali sono sulle tracce del vero Mered, che dovrebbe trovarsi in Uganda. Questa inchiesta è stata realizzata da giornalisti italiani e trasmessa dalla tivù pubblica svedese grazie al contributo di DIG, ed è stata ripresa anche dal Guardian».

In finale, quest’anno, ci sono Rosy Battaglia con Alta felicità, Vito Foderà con Il primo anello, Gianluca Loffredo e Sandro Di Domenico con Miracolo d’agosto, Marco Ferrari con Never Whistle Alone, Francesco Murana con Sex Slavery: In the Name of God, ed Emanuele Piano con The Rise of the Social Bots. I temi spaziano dal movimento No Tav al narcotraffico, dalle battaglie contro le multinazionali ai whistleblower, dalla tratta delle prostitute nigeriane ai troll online.

Chi sono i giornalisti che parecipano al Premio?
«Alcuni sono di una generazione, diciamo così, più vecchia, e vengono da noi perché si confrontano con ospiti internazionali ed escono da un’atmosfera un po’ asfittica. Altri sono autori emergenti. Uno degli aspetti centrali del premio è la giuria: 14 membri che provengono dalle più prestigiose testate del mondo, pochi italiani e molti stranieri. Non sono giurati in senso stretto, ma amici che si fanno carico tutto l’anno di promuovere e sostenere gli autori che hanno buoni progetti per aiutarli a coprodurli e distribuirli».

Nella giuria, presieduta da Jeremy Scahill, due volte vincitore del George Polk Award e fondatore del sito The Intercept, ci sono Galia Bador (Docaviv), Claudine Blais (Société Radio-Canada), Alexandre Brachet (Upian), Riccardo Chiattelli (laeffe), Nils Hanson (SVT), Morten Møller Warmedal (NRK), Marco Nassivera (ARTE), Alberto Nerazzini (Dersu), Juliana Ruhfus (Al Jazeera), Andrea Scrosati (Sky Italia) e Pia Thordsen (TV2 Denmark).

Cosa vedremo quest’anno

Nella sezione Investigative Long (inchieste lunghe fino a 90 minuti), si sfidano la coproduzione ucraino-rumena Killing Pavel, firmata da Anna Babinets per l’agenzia Slidstvo.info, che ricostruisce l’assassinio del giornalista bielorusso Pavel Šaramet – spina nel fianco dei regimi di Lukašenko, Putin e Porošenko – ucciso da un’autobomba a Kiev nel 2016. Nell’inchiesta trasmessa da France 2 The Cost of Cotton, Sandrine Rigaud documenta le condizioni dei lavoratori della filiera del cotone, dall’Uzbekistan al Bangladesh. In Spy Merchants il team di Al Jazeera Investigations indaga sotto copertura sul traffico di software per lo spionaggio: un mercato che favorisce dittatori di tutto il mondo e passa anche per l’Italia.
Al Jazeera conquista la finale anche nella sezione Investigative Medium (inchieste fino a 27 minuti) con North Korea: The Death of Kim Jong-nam. Il team del programma 101 East, guidato dalla giornalista australiana Mary Ann Jolley, indaga sull’incredibile assassinio del fratellastro del leader nordcoreano Kim Jong-un, avvenuto per avvelenamento all’aeroporto di Kuala Lumpur. In Silent Death on Syrian Journey invece Mouhssine Ennaimi, dell’emittente turca TRT, presenta le storie di alcuni profughi siriani, costretti a vendere i propri organi a trafficanti spietati. A contendere il premio alle due inchieste internazionali è Sacha Biazzo di Fanpage.it con Bloody Money, inchiesta su rifiuti, affari e politica da cui sono nate un’indagine della magistratura e uno scandalo politico che ha coinvolto la famiglia del governatore campano De Luca.
Nella sezione Reportage Long (fino a 90 minuti) l’inviato di France 2 Tristan Waleckx incontra le vittime dei dossieraggi di Putin, mentre nella coproduzione franco-canadese The Empire of the Red Gold Jean-Baptiste Malet e Xavier Deleu mostrano il lato oscuro dell’industria del pomodoro, tra Africa, Italia, Cina e America. Il terzo finalista è un documentario prodotto dal Guardian, White Fright: sul tentato attacco contro la comunità islamica e afroamericana di Islamberg, nello Stato di New York; il responsabile del piano, Robert Doggart, non mai è stato formalmente incriminato per terrorismo.
La sezione Reportage Medium (fino a 27 minuti) ci porta in Medio Oriente, con Iraq: Dying for Mosul di Bernard Genier sulle operazioni umanitarie in Iraq di un’ONG cristiana fondata da un ex soldato statunitense. Raqqa: The Battle of the Euphrates di Sophie Nivelle-Cardinale e Sylvain Lepetit mostra l’ex capitale dello Stato Islamico nei giorni della sua liberazione, grazie a immagini esclusive raccolte al seguito delle truppe curde. Ci spostiamo in sudamerica con Monoculture of Faith di Joana Moncau, che denuncia le violenze dei gruppi evangelici del Mato Grosso do Sul sulle popolazioni Guarani Kaiowá che rifiutano di abbandonare i tradizionali culti sciamanici.
I servizi videogiornalistici brevi (Short, fino a 12 minuti) vedono sfidarsi gli italiani Nemo e Piazzapulita: il programma di Rai 2 vede in lizza David Chierchini e Matteo Keffer con Coltan Mines, servizio sull’inferno delle miniere del Congo, ed Emanuele Piano con Doping, il mistero di Alex Schwazer. La trasmissione di La7 raggiunge la finale con Francesca Nava e il suo Ceuta nascosta, viaggio in una frontiera prossima al tracollo. C’è un’opera italiana anche tra i finalisti della sezione Masters: Roma. Golpe capitale di Francesco Cordio, racconta ascesa e caduta di Ignazio Marino. A contendergli la vittoria sono una produzione tedesca, Truth Detectives, e una statunitense, This in Congo: nella prima Anja Reiss documenta l’impatto delle nuove tecnologie nelle indagini sui crimini di guerra; nella seconda Daniel McCabe offre uno sguardo inedito sul conflitto che insanguina la Repubblica Democratica del Congo.

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