Home»Professione giornalista»Diffamazione e codice penale

Diffamazione e codice penale

0
Shares
Pinterest Google+

La grottesca notizia dell’arresto di un giornalista pubblicista 79enne di Reggio Calabria, Francesco Gangemi, purtroppo rimasta in gran parte confinata su siti web locali, riporta (o dovrebbe riportare) l’attenzione su un problema annoso, quello della responsabilità penale dei giornalisti per il reato di diffamazione.
Gangemi è un pluripregiudicato per il delitto punito dall’articolo 595 del codice penale e, nella sua collezione privata, vanta pure una condanna definitiva per falsa testimonianza (per essersi rifiutato di rivelare la fonte di una notizia di reato nel corso di un procedimento penale per corruzione della giunta comunale reggina, negli anni Novanta); in carcere, va detto, ci è entrato anche per sua negligenza, avendo omesso di presentare la domanda di concessione delle misure alternative alla galera nei tempi prescritti.

Sulla diffamazione a mezzo stampa si è detto e scritto molto, nei mesi scorsi, principalmente in relazione al “caso Sallusti”, la vicenda del direttore del Giornale condannato più volte per diffamazione e, nell’ultima occasione, colpito da ordine di arresto dopo un’altra sentenza di condanna, ottenuta per la responsabilità indiretta del direttore di una testata, il cosiddetto omesso controllo. Sallusti, in sostanza, non aveva esercitato il diritto-dovere di verificare la decenza giornalistica e la liceità di un commento apparso sul quotidiano, firmato dallo pseudonimo Dreyfus, poi attribuito all’ex giornalista (già radiato dall’Ordine) Renato Farina, ritenuto lesivo della reputazione di un giudice. Il direttore fu arrestato e ristretto ai domiciliari per qualche giorno prima che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli commutasse la pena in sanzione pecuniaria.

Per essere inquadrata correttamente, però, la questione necessita di un chiarimento: la diffamazione, pur odiosa se usata come strumento per reprimere o frustrare la libertà di informazione, non è un reato di opinione. E la difesa usata spesso dai giornalisti, segnatamente da Alessandro Sallusti nel caso richiamato, di essere cioè vittima di una persecuzione in ragione delle proprie opinioni, è giuridicamente e concettualmente infondata. Nel nostro sistema penale, benché non esistano categorie distinte con nettezza, la dottrina prevalente ritiene infatti reati di opinione il vilipendio, l’apologia o la propaganda: propugnare idee di stampo razzista, per esempio, è un danno morale nei confronti della società, e come tale viene punito. La diffamazione no, perché è una condotta che lede il singolo, non la morale o i sentimenti collettivi:

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente (cioè nei casi di ingiuria: la differenza tra ingiuria e diffamazione, insomma, è la presenza o meno dell’offeso al momento della lesione, ndA) comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516. [art. 595 c.p.]

Insomma: se Tizio, come è avvenuto nel caso Sallusti, sostiene che il giudice Taldeitali sia un mascalzone perché ha obbligato una ragazzina riottosa ad abortire, si capisce bene che non si è di fronte a un reato di opinione. Non è infatti la contrarietà, anche violenta, alla pratica dell’aborto a essere oggetto del processo, ma solo la lesione della reputazione di una persona (in questo caso un magistrato) cui si sono attribuiti falsamente dei comportamenti gravi. Lesione che è giusto venga sanzionata, ma senza che lo spettro della detenzione possa minare l’aspirazione del giornalista onesto – ma che può comunque sbagliare – alla ricerca e diffusione delle notizie.

Purtroppo, l’annunciata riforma della diffamazione a mezzo stampa è ancora arenata in Parlamento, e la sua discussione si è rallentata dopo la pausa estiva. La nuova legge, tuttavia, dovrebbe contenere alcune novità radicali:

  • l’abolizione della detenzione dei condannati per diffamazione aggravata dal mezzo della stampa;
  • l’obbligo di smentita (non commentata) entro 48 ore e relativa scriminante (che “cancella” il reato ma solo se è di uguale peso rispetto alla notizia falsa: correggere un articolo da sei colonne con tre righe a fondo pagina il giorno dopo, in altre parole, non basta);
  • l’alleggerimento della responsabilità del direttore per omesso controllo (sacrosanta, perché non è pensabile che il direttore legga tutti i giorni tutti gli articoli del suo giornale: tuttavia, per operare, dovrà esserci un accordo scritto con colleghi della sua redazione che assumano la sua responsabilità, ciascuno per aree determinate del giornale);
  • l’eliminazione del tetto del danno morale a 30mila euro (per cui si potrà essere condannati a pagare cifre maggiori e non limitate; questa norma, però, potrebbe scomparire nel testo definitivo).

L’unico aspetto positivo dello stop all’iter della riforma è che, a quanto pare, alcuni deputati stanno inserendo degli emendamenti che proteggano da un altro pericolo incombente sui giornalisti, segnatamente sui free-lance: le cause civili.

Difatti non è raro che il presunto offeso da un articolo giornalistico rinunci alla tutela penale, che monetariamente è dimostrato valere poco (se si vince, si ottiene il pagamento delle spese legali e una multa quasi sempre ridicola) e citi in giudizio l’autore solo civilmente, chiedendo risarcimenti del danno anche milionari. Tempo fa, aveva fatto scalpore la storia di un collaboratore del manifesto, che si era visto pignorare i mobili di casa per conto dell’allora vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, perché condannato (solo civilmente) per diffamazione e non protetto dalla sua testata. A fronte dei pochi editori dalle spalle larghe, che offrono tutela legale anche ai loro collaboratori e non solo agli assunti, esistono infatti moltissime realtà in cui i cronisti sono sprovvisti di protezione economica in caso di citazioni in giudizio, e rischiano in proprio (salvo stipulare un’assicurazione per la responsabilità civile, che tuttavia costa cara e non sempre offre un riparo adeguato). La nuova legge potrebbe intervenire anche in questi frangenti, scoraggiando quelle cause civili intimidatorie in cui vengono avanzate, spesso immotivatamente, richieste milionarie di ristoro del danno con l’unico risultato di inibire l’attività dei giornalisti più esposti e di rovinare loro la vita: in futuro, chi avanza pretese infondate potrebbe essere condannato a pagare al giornalista la metà della cifra chiesta al giudice come risarcimento.

In attesa della riforma, urge un intervento presidenziale per liberare Francesco Gangemi e, magari, per sollecitare il legislatore a risolvere, una volta per tutte, un caso che rende l’Italia una nazione preistorica rispetto agli altri ordinamenti europei.

 

Previous post

Fruitori di notizie, un corso a Torino

Next post

Comunicare il mondo rom