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Diario di viaggio in una Tunisia ferita

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20 luglio, volo TunisAir Malpensa Tunisi, momento dell’imbarco. Tante famiglie con bambini. Donne, velate e non. Poche persone con in mano il passaporto europeo, quei pochi sono giovani; scoprirò che alcuni sono ragazzi delle seconde generazioni che, per l’estate, vanno a trovare le loro famiglie. Sull’aereo, pieno, è un concerto: sembra che tutti i bambini del mondo si siano dati appuntamento qui. Strillano, sono piccoli e forse non gradiscono volare. Tante famiglie stanno tornando in patria dopo la fine del Ramadan e il fenomeno è identico nell’interno del Paese, verso Tunisi: la settimana precedente i piccoli pullman del louage erano tutti prenotati, perché in tanti riprendono le attività. Come se, per un mese, in Tunisia tutto si fosse fermato.
Aeroporto Tunisi- Carthage. Ai controlli passaporti, appena sbarcati, si corre per essere i primi in coda ma, in realtà, non è necessario: le solite file chilometriche oggi non ci sono, siamo solo noi, quelli del Milano-Tunisi. Anche gli aerei parcheggiati sulla pista sono esclusivamente di TunisAir, non c’è traccia di alcuna compagnia straniera.
Me l’hanno detto sussurrando, per non spaventarmi, appena atterrata. Corre voce che, proprio oggi, quelli dell’Isis abbiano comunicato che ci saranno altri attentati a Tunisi. Proprio a Tunisi, dico io, un po’ egoisticamente. “Proprio qui, mi rispondono. Vogliono spaventare i turisti e ci sono riusciti. L’aeroporto è deserto: sarà il caldo, anche qui è in corso un’ondata anomala, sarà che non siamo ancora nel pieno della stagione, eppure è luglio. Sarà che, magari, i turisti ci sono ma prediligono le zone della costa. Sta di fatto che, nel piazzale, non c’è uno straniero, non trovi un autobus.

In Tunisia è stato annunciato lo stato d’emergenza, che durerà fino al 4 agosto; i controlli di polizia sono stati intensificati, il mio accompagnatore è stato a lungo controllato prima di poter accedere agli arrivi e i giornali annunciano arresti di sospetti terroristi: pare che i controlli siano diventati capillari, soprattutto per quel che riguarda internet e i social network.

Foto di Rosita Ferrato
Foto di Rosita Ferrato

“On aime les touristes”, mi dice un tassista sconsolato. Nel mio hotel, una maison d’hotel nella Medina, un grande calo di affluenza di clienti si è avuto nei giorni che hanno seguìto l’attentato ma ora la situazione sta migliorando. Apparentemente tutto è normale. Nei quartieri “bene” come Ennasr, una zona chic frequentata da giovani ricchi – moltissimi libici, che qui hanno comprato o affittato casa, da giovani neri dell’Africa più profonda che a Tunisi vengono a studiare e da ricchi tunisini – si sta bene. Caffè e ristoranti frequentatissimi, la notte i locali sono pieni: musica alta, discoteche, colori. Qui la crisi non si sente. Ma mi rendo conto di essere l’unica occidentale nel quartiere, probabilmente.

Diversa la situazione nel centro città della Medina. “Assieme a me puoi andare dove vuoi, non c’è pericolo” – dice il mio migliore amico, un tunisino di Gafsa – “ma quando sei da sola, rimani in hotel. Qualche giro breve nella Medina ma niente luoghi turistici”. Forse esagera per proteggermi, la città e le strade sono ormai super controllate… staremo a vedere.
Intanto, apprendo dai giornali che la lotta al terrorismo è prioritaria. In prima pagina del quotidiano La Presse leggo: “La societè civile s’y met”, nella foto una grande manifestazione di cittadini sotto una bandiera tunisina. Alla lotta al terrorismo, ormai, partecipano tutti: istituzioni, studenti, cittadini, associazioni, queste ultime soprattutto, fiorite enormemente dopo la rivoluzione. Alcune hanno, come scopo, tenere i giovani lontani dalla tentazione jihadista (sono quasi 5.000 i ragazzi tunisini che riempiono le fila della galassia terroristica, rivela La Presse). In Parlamento, la legge anti-terrorismo è in dirittura d’arrivo, pare sia una questione di giorni.

0Ma cosa succede alla stagione turistica? La crisi è evidente: il turista europeo ha paura, c’è stato un calo deciso dell’affluenza. Gli albergatori fanno quello che possono per attirare i clienti. Aspettano gli algerini, che hanno promesso di invadere pacificamente le coste tunisine per solidarietà al Paese vicino, ma per ora non si vedono se non alla spicciolata. Rimane il turismo interno, rivolto ai locali, che però non possono garantire lo stesso gettito dei villeggianti europei.
Sui giornali, annunci di saldi. Hotel di lusso ad Hammamet o a Sousse che chiudono i battenti o che offrono promozioni allettanti (riduzioni del 30% per gli adulti, 50% per i bambini); articoli e reportage su situazioni disperate, come una rinomata stazione balneare di Hammamet sud. Un tempo frequentata da turisti di tutte le nazionalità,  in questi giorni di Aid (è la festa fine Ramadan) offre l’immagine di una stazione deserta, con l’eccezione di qualche famiglia tunisina venuta a oziare dopo un ritmo “ramadanesco” sfinente sia per il portafoglio sia per la salute.
“Il fatto è che l’attentato di Sousse – come racconta l’articolo de La Presse– ha fatto diminuire notevolmente le prenotazioni, dando il colpo di grazia a un settore già instabile. Da Gerba a Tabarka, passando per Sousse, Monastir, Mahdia; Hammamet, Nabeul, la chiusura degli hotel continua. Tra i professionali, è lo scoramento totale. Il turismo è in lutto. Non è solamente il 7% del Pil, è soprattutto l’immagine di un Paese un tempo tranquillo e accogliente che la cui immagine è stata devastata. È un settore che fa vivere, direttamente o indirettamente, circa due milioni di persone. “In questo periodo acquistavo circa un migliaio di pani al giorno, oggi non ne prendo che una trentina” confida Hassen Kenani, direttore di un hotel a quattro stelle frequentato da qualche famiglia tunisina (va da sé, con una riduzione del 50%). “L’attentato di Sousse rischia di pesare a lungo sulla situazione generale del Paese” – aggiunge Kenani – “e le ripercussioni si faranno sentire a tutti i livelli: politico, economico, sociale, e certamente anche a livello della sicurezza”.
Gli algerini si fanno ancora attendere, anche se scopriremo che in città qualcuno già c’è. “Sull’autostrada che da Tunisi porta ad Hammamet non ho visto nessuna macchina algerina, in questo periodo in genere sono numerose”, aggiunge Kenani. I tunisini invece continuano a venire con le famiglie, in luglio e agosto le strutture sono praticamente al completo. Ma le tariffe devono essere adeguate: uno studio costa circa 1.500 dinari a settimana mentre un piccolo appartamento di due stanze ne costa 1.800, contro 2.500 dinari di tre stanze. Quindi, spesso, i tunisini preferiscono affittare un piccolo appartamento in tanti e dividersi i costi invece della stanza in hotel. Nonostante l’annuncio del presidente della Federazione tunisina degli albergatori, Radhouane Ben Salah, di una riduzione del 30% per i tunisini, a volte anche del 50% sulle tariffe dell’alta stagione, per i locali restano ancora prezzi inavvicinabili. Una notte in un hotel quattro stelle può costare fra i 75 e i 120 dinari, un cinque stelle fra i 130 e i 190 dinari. Se si fanno i conti, per una coppia con due bambini la somma è molto al di sopra di qualsiasi salario: un salario medio si aggira attorno ai 300 dinari, circa 138 euro. Il turismo interno è sempre stato il parente povero del settore, una specie di quinta ruota della carretta.

Medina di Tunisi. Nel souk, i commercianti hanno l’aria sconsolata: avvistano il turista e gli si rivolgono con gentilezza, ma la situazione è drammatica. Gli europei sono pochissimi. In un pomeriggio, si possono avvistare un gruppetto isolato di francesi, due belle ragazze bionde in short e pochi altri. Nel souk, più vuoto del solito, passeggiano donne tunisine che vengono a fare acquisti per i matrimoni: l’allegra confusione che regnava fino a qualche tempo fa non c’è più. Si avvistano alcuni algerini: mi dicono che alcuni arrivano dalla Francia, si vede che sono benestanti. Si distinguono per la pelle più scura e i capelli dalle pettinature da rapper, indossano vestiti firmati dal gusto discutibili, paiono calciatori in vacanza. Ma sono una visione di speranza: arrivano qua per portare un po’ di benessere.
Nei centri commerciali, come Le Palmarium nel corso principale di Tunisi, la gente del posto entra per il fresco. I controlli di polizia sono costanti e rassicuranti ma la preoccupazione per gli attentati è sempre presente. Qualche giorno fa si è sfiorato il panico per la bravata di un ragazzino che aveva fatto scoppiare un petardo.

Questa è Tunisi vista per le strade. La buona notizia, forse l’unica, è che la lotta al terrorismo continua: dopo una visita del capo di Stato Habib Essid a Bruxelles, per partecipare alla riunione dei ministri degli Affari esteri dell’Unione Europea consacrata alla sicurezza e alla lotta contro il terrorismo e l’estremismo, un aiuto di 25 milioni di euro è stato previsto in favore della Tunisia per il finanziamento di un progetto di riforma del settore della sicurezza. Dovrebbe essere lanciato a metà del 2016.

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