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Dal mistero del reporter Khashoggi al disgelo tra Erdogan e Germania

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È scomparso lo scorso 4 ottobre, nel Consolato saudita di Istanbul, il giornalista Jamal Khashoggi. Il reporter dissidente del Washington Post, una volta vicino alla monarchia saudita e ora critico sulle riforme del principe ereditario Mohammed Bin Salman, era entrato nella sede diplomatica per ritirare dei documenti mentre la moglie Khadija lo aspettava all’esterno dell’edificio. Proprio lei ha lanciato l’allarme sulla sua scomparsa.

Secondo la polizia turca, il giornalista sarebbe stato ucciso nel Consolato da un gruppo di 15 sauditi arrivati a Istanbul. La polizia turca, immediatamente smentita dalle autorità saudite che hanno permesso ad alcuni giornalisti di ispezionare la sede diplomatica, ha aggiunto che Khashoggi “Non è mai uscito” dal Consolato di Riyad. Secondo il New York Times, Khashoggi sarebbe stato ucciso all’interno del Consolato, appena due ore dopo il suo ingresso. Riportando la testimonianza di un funzionario dell’Intelligence turca al giornale statunitense, il giornale spiega che il corpo del giornalista sarebbe stato smembrato con una motosega.

In una serie di articoli pubblicati tra il 2017 e il 2018, Khashoggi aveva denunciato il “silenzio” a cui molte persone sono state ridotte nel suo Paese. Non è chiaro come mai la sparizione abbia avuto luogo in Turchia. Le autorità turche si oppongono agli interessi della monarchia saudita nella regione. Eppure pare che, il giorno della sparizione di Khashoggi, a tutti i dipendenti turchi del Consolato fosse stato dato un giorno di ferie.

Non si fermano neppure le proteste dei giornalisti turchi per la repressione a cui sono sottoposti nel loro Paese. Il Segretario generale dell’Associazione europea dei giornalisti turchi, Adil Yigit, è stato espulso dalla conferenza stampa tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il cancelliere Angela Merkel, che ha segnato un riavvicinamento tra i due Paesi dopo numerose controversie diplomatiche. Yigit indossava una t-shirt su cui era riportata la frase “libertà per i giornalisti” e “libertà per la stampa in Turchia”. Secondo Juergen Kloeckner, corrispondente parlamentare dell’Huffington Post in Germania, Yigit avrebbe lasciato la conferenza stampa dicendo semplicemente: “Non ho fatto nulla”.

Prima della conferenza stampa, Erdogan aveva minacciato di boicottare l’incontro con i giornalisti se si fosse presentato l’ex direttore di Cumhuriyet, Can Dundar, costretto a lasciare il Paese nel 2016 dopo una condanna a sei anni per terrorismo e autore dello scoop che inchiodava le autorità turche per il loro sostegno assicurato allo Stato islamico (Isis), attraverso il confine con la Siria. Dundar ha rinunciato alla conferenza stampa di Berlino per “evitare una crisi diplomatica”. Merkel ha confermato che Dundar aveva ottenuto l’accredito per l’incontro con i giornalisti e ha parlato di “divergenze di opinioni” su questo punto con Erdogan. Il presidente turco ha confermato la sua posizione ribadendo che “un agente come lui (Dundar, ndr) dovrebbe essere estradato dalla Germania e messo in prigione”.

Numerose manifestazioni di turchi, curdi e tedeschi hanno accompagnato la visita di Erdogan in Germania, sia a Berlino sia a Colonia. La prima ha avuto luogo al momento dell’atterraggio all’aeroporto di Berlino Tegel ed è stata organizzata da Reporter Senza Frontiere. Un van tra i manifestanti mostrava lo striscione con la scritta: “Erdogan atterra in Berlino, i giornalisti in prigione”. Durante le manifestazioni dei giorni seguenti, Umit Acar, giovane attivista curdo di Ingolstadt, originario di Batman, si è dato fuoco per protestare contro la visita di Erdogan e le condizioni di isolamento a cui è costretto il leader del partito dei Lavoratori del Kurdistan, Abdullah Ocalan. Nelle stesse ore, la corte di Diyarbakir in Turchia ha condannato il regista curdo Giyasettin Sehir con l’accusa di terrorismo. Sehir aveva vinto il premio come miglior regista al Festival Golden Orange di Antalya nel 2011 per il suo film Mes, La Passeggiata.

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