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Cultura e tv: binomio impossibile?

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Raccontare l’Italia anche grazie alle storie dei giornalisti: questa l’aspirazione del festival letterario “Sulla terra leggeri”, ospitato tra Alghero, Sassari, Uta e Elmas, a ricordarci – se mai ce ne fosse bisogno – che la Sardegna non è solo mare e spiagge.
Da otto anni questo appuntamento riunisce grandi firme del giornalismo, nomi della letteratura e della musica per offrire al pubblico produzioni originali in cui i linguaggi artistici si fondono.
Sulla_terra_leggeriAl Mirador Giuni Russo – doveroso omaggio degli algheresi alla voce che con la sua “Voglio andare ad Alghero” ha reso famoso questo gioiello della Riviera del Corallo – il giornalista Gerardo Greco, conduttore di “Agorà”, ha interrogato i suoi ospiti Silvia Calandrelli, direttrice di Rai Cultura, e Paolo Ruffini, direttore di TV2000, sul ruolo del servizio pubblico nel racconto della cultura in televisione.
Una riflessione, dunque, su come ci si occupa o ci si potrebbe occupare di temi culturali in tv.
“L’impegno della RAI – esordisce Silvia Calandrelli – è quello di portare la cultura nelle case. Con Rai 5 abbiamo introdotto lo spettacolo dal vivo – che si tratti di musica, letteratura o arte – per raggiungere chi non può permettersi, ad esempio, di seguire una prima a La Scala”.
Non solo a Rai 5, ma anche a Rai Scuola, Rai Storia e alcuni programmi di Rai 3 e Rai 1 è affidato il compito di stimolare il pubblico con un’offerta culturale ragionata.

Ma perché l’Italia con il suo impareggiabile patrimonio culturale non riesce a entrare nel mercato con il racconto della sua storia? Viene citato l’increscioso episodio dei turisti rimasti a bocca asciutta a Pompei nei giorni scorsi e parallelamente il successo di una mostra su Pompei a Londra che ha attirato migliaia di visitatori.
Tra le ragioni si possono annoverare l’incuria politica, la disattenzione dei governi, la riduzione degli investimenti economici, la diminuzione della sensibilità dei cittadini.
Ci sono però buone pratiche, come la trasmissione Rai in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo “Viaggio nella bellezza” in onda su Rai Storia, alla scoperta di angoli meno noti del nostro Paese, tra storia, arte e cultura, attraverso tutte le regioni italiane. Un’iniziativa che promuove e valorizza la ricchezza culturale e artistica del nostro territorio.

Oggi, però, la televisione deve fare i conti con un’altra sfida, lanciata dalla frammentazione dei mezzi e dal moltiplicarsi delle proposte che rendono più complicato costruire una proposta generalista.
“Rai 3 dieci anni fa era un monolite, oggi c’è il web”, commenta Ruffini.
Ma per Calandrelli non siamo i fronte a una crisi ontologica della tv generalista dovuta al fatto che i canali tematici sottraggono pubblici. “Si tratta piuttosto di una crisi di idee e di un certo conservatorismo culturale che impone il ripetersi di modelli del passato. L’obiettivo è quello di portare progetti e linguaggi nuovi perché il ruolo del servizio pubblico è quello di essere patrimonio di tutti”.
Come? “Cerchiamo di mescolare linguaggi per avvicinarci ai pubblici più giovani e di progettare in maniera crossmediale per rivolgerci in particolare alle nuove generazioni. Per fare un esempio, la app legata alla letteratura che abbiamo ideato è scaricata da moltissimi ragazzi ogni giorno”.
Oggi non è più possibile insegnare ai ragazzi con lezioni frontali, occorre coinvolgerli con la visualizzazione: ecco allora che la televisione può svolgere un prezioso ruolo didattico.
Ruolo che in passato ha ricoperto con grande successo, illuminando ciò che ancora non era chiaro.

Dalla tv da salotto e da una fruizione familiare si è passati oggi al web come piazza pubblica dove commentare e condividere.
Il servizio pubblico allora non si deve proporre come racconto della verità assoluta, piuttosto come offerta agli spettatori di una pluralità di interpretazioni, o meglio, di punti di vista che servano da strumenti per decodificare complessità e contraddizioni della realtà.
“Abbiamo una responsabilità come giornalisti rispetto all’identità di questo Paese”, argomenta Ruffini. “La cultura non deve essere considerata un genere. Si tratta di capire se considerarla una nicchia oppure se ritenerla la nostra vita. Certi che non c’è cultura se non c’è relazione. Una trama di relazioni messe insieme dalla nostra intelligenza”.

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