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Concorso Giovani Giornalisti del Mediterraneo: i vincitori e i video

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Bel bottino – brulicante, intrigante, poetico, impegnato … – per questa seconda edizione del concorso JJEM (giovani giornalisti del Mediterraneo) che ci trasporta dalle vie di Algeri al Cairo, dalla Nubia ai quartieri settentrionali di Marsiglia, attraverso il Sahara Occidentale.
Due cortometraggi hanno avuto l’attenzione immediata della giuria di giornalisti dei media partner Web Arts Résistances (Babelmed, Inkyfada, Mashallah News, Onorient, Radio M, Tabasco).
Nel primo “Io sono qui”, di Farah Abadah, la telecamera segue un giovane designer che mette in scena il proprio corpo in spettacoli tanto pericolosi quanto coraggiosi. Ed è questo coraggio che ha colpito particolarmente la giuria.
Il secondo cortometraggio, “Canto per la Nubia” di Martin Roux, racconta una battaglia culturale collettiva per salvare quel che resta della cultura nubiana sepolta sotto le acque della diga di Assuan. La giuria è stata molto sensibile a questo viaggio nelle immagini che evita il folklore. Un’altra causa dimenticata, quello dei Sarhaouis in “Echi attraverso il muro” di Meriem Naili, di cui si è  apprezzato l’efficienza e il ritmo.
Come fare del disordine esistenziale e individuale una problematica collettiva? È questo l’arduo compito che si è data la più giovane vincitore di questo concorso. Farah Wally aveva solo 18 anni quando ha girato “Cerca Trova”. Un affresco poetico e intimo che dà voce ai giovani del Cairo e ha affascinato l’intera giuria.
Infine una menzione speciale è stata assegnata all’unanimità al cortometraggio “I quartieri Nord mostrano i loro scatti” di Manon Beligni, Clement Klein e Alice Rabecq. Il film esplora i quartieri settentrionali di Marsiglia, dove un’originale iniziativa sostenuta dall’associazione “Lieux Publics” ha permesso a bambini e adolescenti di servirsi dalla fotografia per raccontare il loro territorio. Ci si può cogliere una vocazione precoce. Emozioni garantite!

 

Auto presentazione dei video e dei vincitori
Io sono qui, di Farah Abadah
Souad, una giovane artista, realizza performance artistiche nelle strade di Algeri. In tal modo si trova spesso a confrontarsi con l’aggressività delle persone. La sua espressione artistica si trasforma in una lotta per affermare il suo posto nella società. “Io sono qui”, sottolinea il rapporto eterno tra l’individuo e il gruppo e si interroga sul posto dell’artista nell’Algeria di oggi.
Farah Abadah. Sono una regista e giornalista algerina, nata a Parigi nel 1989. Dopo la licenza commerciale all’EHEC di Algeri e un master in giornalismo presso ESJ di Parigi, mi specializzo in video. Dopo uno stage in Giornalismo per immagini a France 24 a Parigi, sono tornata ad Algeri dove divento corrispondente video dell’agenzia France Presse (AFP). Ho realizzato il mio primo cortometraggio, “Io sono qui” a settembre del 2016. Parallelamente con il mio lavoro all’AFP, sono diventata terzo assistente alla regia del regista algerino Karim Moussaoui per il film “Aspettando le rondini”, selezionato quest’anno a Cannes.

 

Canto per la Nubia, di Martin Roux
Zakariya Tag El Sir, 42 anni, proviene da Soheil, piccola isola nubiana a sud di Assuan. Circa 2000 persone vivono qui, i più vecchi sono arrivati negli anni ’60, costretti all’esilio dalla costruzione della diga di Assuan voluta da Nasser per regolare le inondazioni annuali del Nilo e produrre energia elettrica. Alta 111 metri e lunga quasi 4 km, la diga ha creato un enorme lago la cui superficie è pari alla metà territorio libanese. Non solo ha inghiottito la terra di Nubia, ma anche la sua storia.
La cultura nubiana, erede di una delle più antiche civiltà dell’Africa, è in Egitto la grande assente dalla storia nazionale. La popolazione nubiana è ripartita lungo il Nilo, divisa tra il nord del Sudan e il sud dell’Egitto. Dall’indipendenza del Sudan nel 1956, un confine internazionale taglia in due la terra ancestrale dei nubiani.
Sull’isola di Soheil, Zakariya Tag El Sir è l’unico attore professionista e musicista, membro del famoso gruppo teatrale egiziano El Warsha, uno dei primi a rivendicare il Teatro Libero nel paese. La sua vita è dedicata alla musica ed è atraverso la musica che ha deciso di far sentire la voce dei nubiani. Il musicista ha aperto nel 2006 un centro per insegnare ai bambini di Soheil le canzoni e le storie che fanno parte del loro patrimonio culturale, quello della Nubia. Di fronte al rischio del’oblio, della lenta morte di una cultura millenaria Zakariya ha preso le armi: il suo liuto e la sua voce.
Martin Roux. Giornalista multimediale con base in Egitto. Dopo un anno in Libano, dove realizza in particolare reportage video per l’Associated Press, si trasferisce al Cairo dove segue una formazione intensiva in arabo. Il suo lavoro si concentra sulle questioni sociali e culturali.

 

Cerca Trova, di Farah Wally
Questo cortometraggio è stato ispirato da una citazione da Robert Desnos: “Chi ha paragonato la noia alla polvere? La noia e l’eternità sono assolutamente privi di ogni impurità. Una spazzina mentale ne controlla con attenzione la pulizia desolante… ho detto desolante? La noia non può che causare la desolazione che porta al suicidio. Voi che non temete la morte, provate un po’ di noia. Non vi servirà più morire. Vi sarà stato rivelato una volta per tutte il tormento immobile e le prospettive lontane di una mente sbarazzata da ogni sentamentalismo”. Lo scopo di “Cerca Trova” era di far riemergere l’idea nascosta del suicidio, che è un concetto quasi tabù in Egitto dato il ruolo importante della religione. Questo video invia un messaggio a tutti coloro che si sentono soli nel loro “angoscia esistenziale”.
Farah Wally. Sono nata il 3 febbraio 1998 al Cairo. Ho una doppia specializzazione in Scienze Politiche ed Economia all’Università del Cairo, e all’Università di Parigi I-Panthéon-Sorbonne. Ben presto, ho trovato nella filosofia e nell’arte un modo per sfuggire a una routine monotona. Penso che se si vuole dare uno scopo all’opera d’arte, deve essere quello di catturare l’attenzione della gente, mostrando loro le cose veramente importanti nella vita. È per questo che, impressionata dai cineasti che utilizzano l’immagine per filosofeggiare, senza sacrificare la dimensione estetica del loro lavoro, a 18 anni ho diretto il mio primo cortometraggio. Intitolato “Cerca Trova” (in italiano), il film affronta il tema del suicidio in una prospettiva filosofica. Essa incarna anche le pause e il conflitto tra le generazioni, soprattutto in un paese come l’Egitto, dove il conservatorismo è abbastanza forte, e dove i giovani artisti si confrontano con una vecchia generazione che censura e crea dei tabù attorno a certe forme di espressione artistica. In conclusione, il messaggio del film è riassunto da uno degli intervistati “Perché dargliela vinta”?

 

Echi attraverso il muro, di Meriem Naili
Con la partecipazione alla Sahara Marathon nel mese di febbraio, ho avuto la possibilità di soggiornare in una famiglia di rifugiati saharawi in esilio da 41 anni nel sud-ovest dell’Algeria. In conflitto con il Marocco da quando ha lasciato la Spagna nel 1975, il Sahara occidentale è ora in attesa di una soluzione pacifica. Canti e balli per loro sono un modo di protestare, ma anche di mantenere l’unità della loro comunità e celebrare l’indipendenza che aspettano da decenni.
Meriem Naili. Sono nata a Grenoble da genitori algerini e tunisini. Sono cresciuta con un piede su ogni lato del Mediterraneo. Ho proseuito gli studi in legge a Grenoble e Amsterdam e mi sono specializzata in diritto umanitario e diritto dei rifugiati. Poi sono emigrata nel Regno Unito per partecipare ad un corso di giornalismo presso la City University di Londra. Dallo scorso anno ho iniziato una carriera freelance e mi auguro ora di documentare i problemi che ruotano attorno alla questione dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

 

I quartieri Nord mostrano i loro scatti, di Manon Beligni Clément Klein, Alice Rabecq
Guidati dall’associazione di Marsiglia “Luoghi pubblici” in un workshop fotografico, gli studenti universitari dei quartieri nord di Marsiglia si immaginano artisti e spazzano via i luoghi comuni sulla loro città. Il progetto partecipativo “Il Nord fa il muro” è l’opportunità per i partecipanti di acquisire una pratica artistica e di proporne uno uso particolare, a partire dalla loro esperienza e del territorio in cui vivono.
Manon Beligni. Ho studiato progettazione grafica orientata ai media cartacei. Durante un progetto, ho scoperto il supporto video. Dopo aver ottenuto il diploma in Design Responsabile, volevo esplorare la gamma di possibilità che offre questo strumento, diventando volontaria di servizio civile presso Tabasco Video.
Clément Klein. Dopo aver studiato scienze politiche ho voluto formarmi in produzione cinematografica per prendere in considerazione altri modi di presentare la ricerca sociologica. Mi sono istallato a Marsiglia e mi sono formato in citizen journalism durante il servizio civile in un’associazione di video partecipativo. Adesso sono alla fine di questa formazione e gli orizzonti – nel video, nella ricerca – sono molteplici.
Alice Rabecq. Sono arrivata a Marsiglia a settembre, per una formazione in citizen journalism, e per realizzae una ricerca in sociologia politica sul sostegno alla povertà da parte dei membri delle associazioni. Questa esperienza marsigliese mi permette di confermare il mio interesse per il lavoro sul campo al fianco di attori impegnati nello sviluppo dell’istruzione pubblica.

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