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Comprati e venduti: mafia e notizie per Claudio Fava

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106-fava-comprati-venduti-cover-CMYK-300dpi«L’errore di fondo in questi anni è stato celebrare la neutralità della scrittura, come se i giornalisti fossero solo una stirpe di ragionieri, scrivani inoffensivi, spettatori di storie altrui.» Questa la denuncia di Claudio Fava  nel suo ultimo libro, «Comprati e venduti» (add Editore), presentato martedì 27 settembre al Circolo della Stampa Sporting di Torino in anteprima nazionale.
Per chi, come lui, intende il giornalismo come «esercizio dell’anima prima che della parola, che non si nutre di indignazioni ma di curiosità, di sguardi lunghi, di domande scortesi» è quasi un imperativo smascherare  quella parte del mondo dell’informazione compiacente o reticente,  quel  «giornalismo caritatevole e omertoso», la prudenza vile, le lusinghe ai potenti, le «cronache minime, devote, educatissime».
Cita a mo’ di esempio il cronista di giudiziaria che aveva seguito l’interrogatorio di Nino Salvo – condannato poi a sette anni di carcere per associazione mafiosa – e che avrebbe dovuto scriverne una sessantina di righe: il suo capo al telefono gli corresse il pezzo, lo obbligò a cancellare un aggettivo, a limare un’espressione.  «Alla fine l’articolo sembrava passato al candeggio: ripulito, smussato, smacchiato».
Parla di direttori che si prestano a fare i cani da guardia delle redazioni, a limitarne la libertà, a rimproverare cronisti giudicati sfacciati per aver detto la verità e per aver tolto il veto a fatti o nomi fino a quel momento innominabili. E anche lui, nel suo libro, nomi e cognomi li fa. Uno di questi è Mario Ciancio, direttore ed editore del quotidiano «La Sicilia», che ritrae in questo aneddoto.
«Ora, che succede se un capomafia si presenta al vostro cospetto (vostro: di voi padrone-editore-direttore di un giornale) pretendendo scuse per aver scritto una cosa vera? Componete il 113 e la cosa finisce lì. Ciancio, che è uomo di mondo, alza il telefono, ma non chiama la polizia. Chiama il giovane cronista che ha scritto l’articolo, lo convoca nel proprio ufficio e, quando se lo ritrova davanti, lo cazzia. In presenza del boss Ercolano.»

Fava2Claudio Fava ha raccontato, per i giornali e per le televisioni, la Sicilia che lotta contro Cosa Nostra, ha scritto la sceneggiatura del film «I cento passi». Non può tacere, quindi,  che l’informazione sia stata anche il bottino di guerra delle mafie e che par alcuni colleghi fosse un vanto godere dell’amicizia e dell’appoggio di uomini legati alla mafia: «mafiosi, editori, cronisti si conoscevano tutti, si frequentavano, si mettevano in posa davanti al fotografo, sorridevano all’obiettivo».
Uno schiaffo in faccia per un paese come il nostro dove ogni due giorni vengono minacciati tre cronisti che hanno fatto solo il loro lavoro e dove negli ultimi nove anni più di duemila giornalisti sono stati vittime di avvertimenti, pestaggi, licenziamenti, trasferimenti, querele temerarie.
Solo in Sicilia in poco meno di vent’anni sono stati uccisi 8 giornalisti, tutti per mano mafiosa.
Tra questi, Peppino Impastato, ucciso perché sapeva raccontare le cose, ma che a lungo per lo Stato non  risultava tra le vittime di mafia perchè «non era un giornalista: senza tesserino, senza editore, senza carte in regola». E poi Mario Francese, che «non poteva immaginare che, mentre la cupola di Cosa Nostra pianificava il suo assassinio, l’editore del ‘Giornale di Sicilia’ Federico Ardizzone si intratteneva soavemente  con il capo di quella cupola mafiosa, Michele Greco». Toccò a suo figlio Giuseppe il lavoro ostinato di collezionare indizi, storie, prove per far riaprire l’indagine sulla morte di suo padre (lavoro che peraltro avrebbero dovuto portare avanti la Procura e la redazione del «Giornale di Sicilia»), così come aveva fatto per il caso di Cosimo Cristina, corrispondente dell’«Ora» da Ragusa, la cui morte era stata archiviata come suicidio e che invece era stato ammazzato dalla mafia. «Fu buon profeta e ottimo cronista: dodici ergastoli si presero gli assassini di Mario Francese. Quando venne letta la sentenza, Giuseppe l’accolse scrivendo sul suo diario: ‘Adesso il mio lavoro è finito’. E si uccise.»

Ma se si vuole capire fino in fondo la ragione di quelle morti, bisogna fare i conti con i vivi o meglio con quei giornalisti che hanno accettato di limitarsi a compilare senza farsi e fare domande,
che hanno taciuto per convenienza: «Mai che si dica che ciascuno di quei giornalisti aveva cominciato a morire prima, molto prima, travolto dai silenzi di altri suoi colleghi, messo a nudo davanti ai mafiosi  dalle relazioni sociali di editori e direttori, lazzariato dalle ingiurie mormorate e mezza voce.»
Già, perché la mafia ammazza sempre due volte: la prima volta quando ti toglie dalla faccia della terra e dopo quando infierisce contro la tua memoria.

Inevitabile, nel libro di Fava, il riferimento all’intervista al figlio di Totò Riina, durante la quale non è stata posta alcuna domanda scomoda e sono state bandite le parole pungenti, le obiezioni, le critiche, il dubbio: « Chi intervista (qui Vespa, ma è toccata anche ad altri) è solo un notaio: raccoglie, registra, timbra. Punto. […] Un po’ per volta anche il giornalismo è diventato un altrove, una terra desolata dove le storie si sono ridotte a titoli, elenchi di nomi, sguardi piatti, annoiati. »

Ma c’è un altro giornalismo. E qui il grido di speranza di Fava è affidato alle nuove generazioni di freelance, che con tenacia e coraggio si dedicano a un lavoro spesso precario, rischioso, mal pagato. Ma soprattutto solitario. Come Michele Albanese, corrispondente da un paese della Calabria, che ha osato scrivere quello che tutti sapevano e tacevano, ovvero gli inchini della Vergine Maria sotto il balcone del capomafia durante la festa patronale. E cos’ha avuto in risposta? L’ingratitudine del compaesani, più preoccupati della brutta figura fatta fare al paese.
O come Ester Càstano, che ha dato notizia di quello che per anni i grandi quotidiani lombardi hanno ignorato. E così Sedriano è diventato il primo comune sciolto per mafia in Lombardia. Elogiata per il suo zelo, si è ritrovata disoccupata e ha ripiegato su un contratto in una tavola calda.
E poi ci sono i ragazzi del collettivo antimafia Cortocircuito che, videocamera in spalla, hanno rivolto al sindaco di Brescello, comune oggi sciolto per mafia, «le poche domande di buon senso che nessuno, prima di loro, si era ricordato di porre» e che hanno portato  i Grande Aracri, fino ad allora impuniti, a testimoniare come imputati eccellenti nel primo maxiprocesso alla mafia in Emilia Romagna.
Per Fava i freelance come questi sono «la spina dorsale del giornalismo italiano»: è grazie alla loro ostinazione e alla passione per un mestiere che diversamente rischierebbe di perdere il suo senso  se buona parte delle notizie finisce in stampa.

Il suo suggerimento – che fa tesoro degli errori del passato – è che si cominci a scrivere accanto ai giornalisti minacciati invece di aspettare a scrivere su di loro. E divide così i buoni dai cattivi giornalisti: «C’è chi scrive e c’è chi tace, chi raccoglie le parole e chi le tagliuzza in coriandoli».

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