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Chris Rogers: se una storia è semplice, non è una storia

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Nell’ambito del Prix Italia 2015 è stato invitato il reporter britannico Chris Rogers, collaboratore BBC ed esperto giornalista d’inchiesta. Ha raccontato la sua esperienza nell’infiltrarsi nelle organizzazioni che trattano esseri umani, particolarmente quelle dedite allo sfruttamento della prostituzione.

Chris Rogers, giornalista BBC
Chris Rogers, giornalista BBC

“Se una storia è semplice da fare, non è una storia. Siate coraggiosi”, chiude così il suo intervento Chris Rogers, classe 1974, freelance inglese, collaboratore della BBC e speaker per Skynews, ma soprattutto giornalista d’inchiesta.
In autunno, a Torino, offre alla platea un intervento appassionante. “Non sono un attivista, né un avvocato o un esperto, non pretendo di avere sempre ragione: quello che faccio è dare voce alle vittime, e questo implica a volte metodi molto controversi. Devo diventare la persona che vorrebbe sfruttarle, o essere chi paga per i loro servizi”.

“Sono un vero sostenitore della libertà di stampa, ne faccio tesoro, probabilmente molto più della maggior parte dei giornalisti. Attualmente, sono condannato a 27 anni in un carcere di massima sicurezza in Turchia – dunque non ci vado più in vacanza! – per violazione e riprese con telecamere nascoste, e la sola ragione per cui non vi sono rinchiuso, è che il governo e la polizia britannica ritenevano non avessi infranto la legge nel Regno Unito o in Europa, poiché ho agito nel pubblico interesse: godo della scriminante del diritto di cronaca. Due miei filmati hanno subìto una contestazione con un’ingiunzione dell’Alta Corte di Londra, una di queste ingiunzioni è stata condotta dal mio Governo e Buckingham Palace. Quindi, quando si parla di libertà di stampa, so bene cosa significa. Tuttavia, la libertà di stampa va rispettata e mai e poi mai deve essere sfruttata.

Credo fermamente nella politica editoriale e nella legge dei media e. Tutela me e le persone che filmo, permette di mantenere i più alti livelli di giornalismo, ma allo stesso tempo è anche estremamente restrittiva. Nel 2007, mi è stato chiesto in diverse occasioni di fare dei reportage o filmati sul trafficking, in particolare quello legato alla prostituzione, diventato un problema enorme, specialmente durante i preparativi per le Olimpiadi a Londra e altri grandi eventi. Mi resi conto che stavo facendo quello che fanno tutti gli altri reporter, ovvero un’intervista “silhouette” della vittima, non rivelando molto, temendo troppo i trafficanti”.

“Volevo realizzare una ripresa che analizzasse veramente il perché della domanda di ragazze straniere nei bordelli inglesi e capire perché tanta richiesta per una giovane dell’Europa dell’Est invece di un’inglese. Perché e come una ragazza diventa una vittima. Se non è ammanettata o incatenata, perché non scappa via dai propri trafficanti? Perché ci sono i trafficanti? Perché il trafficking è la seconda industria criminale più grande al mondo? Come funziona? Così ho iniziato a indagare da dove venisse la domanda, e l’ho fatto… Aprendo un finto bordello!”

In poco tempo si è generato un reddito, tramite un sito internet fasullo; gli uomini che ci hanno contattato volevano ragazze giovani, a volte minorenni, e sesso senza protezione. Sui siti reali, di veri bordelli, le ragazze dell’Europa dell’Est erano pubblicizzate a buon mercato – a prezzi decisamente inferiori rispetto alle inglesi – e offrivano quello che viene chiamato bareback, ovvero sesso non protetto. Quella era la domanda”.

“E siamo andati a verificare in molti bordelli veri anche con telecamere nascoste, laddove pensavamo ci fossero vere vittime di questo traffico. Ne abbiamo trovate molte e volevamo capire come ci si arriva. Per scoprirlo, c’erano solo due modi: diventare una vittima (e non è quello che avevo intenzione di fare), oppure diventare il criminale, con grandi difficoltà legate alla politica editoriale e questioni legali relative ai media estremamente complesse”.

“Si doveva creare una copertura realistica che reggesse alle verifiche dei trafficanti, ma creare un bordello è infrangere la legge come fare del business con i trafficanti, che è anche rischioso per la sicurezza personale. E poi c’erano le questioni emotive: se ho a che fare con una vittima del traffico, devo stare nel personaggio, devo guardarla come un oggetto da comprare, non come qualcuno che vorrei abbracciare e a cui vorrei dire “Non preoccuparti, andrà tutto bene, ti salverò”. E fino a che punto arrivare: ci si spinge fino a comprare una ragazza? Non si può fare, è contro la legge, contro tutto ma come si fa a tirarsi fuori dalle trattative senza rischi?”

“Ma la cosa più importante, il fattore cruciale, erano le vittime stesse: non volevamo renderle ulteriormente tali. Qualsiasi giornalista sa bene che la vittima di un crimine viene prima della storia. Non facciamo il lavoro della polizia, ma quando si tratta di una vittima, è nero su bianco, in ogni manuale di politica editoriale: una vittima deve essere messa in sicurezza, portata alle autorità, anche se ciò significa sacrificare la propria ripresa o la messa in onda. Quindi, si è pubblicizzato il nostro bordello fasullo nei limiti della legge britannica (la prostituzione è illegale, ma tollerata), cercando di non attirare troppo l’attenzione, con diversi mezzi di comunicazione, il GPS, team di supporto a Londra e in qualsiasi paese operassimo, per la sicurezza della troupe”.

“Si è negoziato il più possibile, senza mai comprare una ragazza, arrivando ai limiti della legge dei media e della politica editoriale e per sette mesi mi sono finto trafficante sotto copertura, facendo affari con veri criminali, come finto proprietario di bordello. Sentivo di avere prove sufficienti per fare qualcosa che i giornalisti non dovrebbero mai fare – ed è qui che ci siamo spinti veramente al limite della legge dei media e della politica editoriale – andare alla polizia prima che il film fosse trasmesso. Ho convocato un incontro con il centro per il traffico del Regno Unito, in una location segreta a Londra, i servizi segreti rumeni, della Repubblica Ceca e ungheresi e molte altre persone, e quando ho mostrato loro il filmato che avevo realizzato, a metà strada della mia indagine, hanno scoperto sul trafficking cose inimmaginabili. Ad esempio, le ragazze non sono sempre vendute, sono “affittate”; i trafficanti si prendono cura di loro perché non vogliono beni danneggiati”.

“Era importante a questo punto che la nostra indagine continuasse. Così, si è creata una relazione a doppio senso: noi avremmo portato le vittime appena l’avessimo trovate, anche se significava sacrificare l’utilizzo di quella ripresa per il nostro filmato, ma avremmo avuto il permesso della messa in onda. E la polizia accettò di condurre le operazioni di arresto e salvataggio mentre il documentario veniva trasmesso. Loro avevano i trafficanti e le vittime, noi il film, e le ragazze avevano una voce. Ma ci fu un problema imprevisto. In Romania, la polizia nella città di Iasi era coinvolta nel traffico. Quando mi è stata offerta una giovane di quattordici anni, in vendita, non potevo dirlo ai poliziotti corrotti e non potevo abbandonarla. Di quel accadde poi, dico solo che tutte le vittime identificate vennero salvate e 15 trafficanti, che gestivano una rete dalla Romania alla Serbia alla repubblica Ceca, Londra e Manchester furono arrestati”.

“Sfortunatamente, ricevo costantemente minacce di morte, e vivo sotto protezione con una moglie incredibilmente comprensiva. Ho anche dovuto testimoniare in tribunale e, come potete immaginare, con alcune delle ragazze che abbiamo salvato, si è creato un attaccamento emotivo, cosa per un giornalista molto difficile”.

“Una volta un funzionario della BBC mi disse: “Sai, la politica editoriale è scritta da giornalisti, viene dalle loro esperienze e può essere adattata e aggiornata” e molto di quello che ho imparato nel corso della nostra indagine ha poi portato a cambiamenti della politica editoriale. Comunque, ho giurato che non avrei mai rifatto una storia sul traffico anche se poi ne ho fatte altre nove, in tutto il mondo: i trafficanti fanno un mucchio di soldi e soddisfano una enorme domanda mondiale. Non sono un esperto, sono solo diventato qualcuno che dà una voce a queste persone e che spera di ispirare altri reporter a fare del giornalismo investigativo”.

“C’è un messaggio che vorrei dare ai colleghi: siate coraggiosi. Qualcuno un giorno mi disse che se una storia è semplice da fare non è una storia. Siate veramente, veramente coraggiosi, niente è impossibile”.

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