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Chi sono “nuovi arrivati”? Reportage in Europa

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Said Norzai e suo figlio Wali

«Era notte e pioveva, quando hanno iniziato a sparare», così Wali Khan Norzai, 9 anni, ricorda di aver stratto la mano di suo padre e di aver iniziato il viaggio per superare il confine afgano. Poi, attraverso l’Iran e la Turchia è arrivato in Europa, in Inghilterra. Nel tragitto lui e suo padre hanno perso di vista la madre e gli altri sei fratelli, non hanno loro notizie da un anno e disperano di ritrovarli.

La storia di Wali e suo padre, descritta dal Guardian, fa parte di The new arrivals, un progetto a lungo termine di per monitorare come migranti e rifugiati si stabiliscono in Europa, promosso dal Centro europeo di giornalismo in collaborazione con El País (Spagna), The Guardian (UK), Le Monde (Francia) e Spiegel Online (Germania) e sostenuta dalla Bill & Melinda Gates Foundation (vedi il video in fondo alla pagina).
Per 18 mesi, quattro dei più prestigiosi editori d’Europa seguiranno infatti da vicino le comunità di migranti appena arrivati in Europa per descrivere la loro integrazione, la situazione umanitaria, le aspirazioni professionali e l’impatto del loro arrivo nei paesi e in quelli di origine.
Come le persone di cui si occupano, anche le storie legate alla migrazione sono in movimento. Nel 2015 il viaggio compiuto in modo caotico e pericoloso da centinaia di migliaia si persone per arrivare in Europa è stato quasi di un’odisssea. Nel 2016 c’è stata la risposta esitante dell’Europa, la reazione politica.
Nel 2017 l’attenzione si sta spostando sulle persone che sono improvvisamente in mezzo a noi. Come si stanno adattando alla loro nuova vita? Che cosa gli manca? Cosa significa lasciare Homs per Amburgo, Kabul per Croydon, o Mosul per la Mosella? Quali paesi europei sono i migliori ad aiutare i rifugiati a sistemarsi?
Sono queste le domande alle quali i quattro quotidiani europei stanno cercando una risposta.
Ognuno di loro ha scelto di seguire una famiglia, un gruppo di persone, e di vedere come si svolge la loro nuova vita in Europa. Nello stesso tempo è un modo per analizzare la situazione dei migranti in generale, le politiche attuate, i dati relativi a questo fenomeno. Risulta così, ad esempio, che l’Inghilterra è una delle mete peggiori per le persone che cercano asilo nell’Europa occidentale. Solo l’Italia, in prima linea con centinaia di migliaia di persone che attraversano il Mediterraneo, ottiene risultati peggiori, secondo le ricerche del Guardian.
Le Monde ha scelto di seguire una famiglia sudanese di nove persone che ha dovuto lasciare Israele dopo molti anni in quel paese. Li aspettano a Bugeat, un paesino della Francia profonda, a una quindicina di chilometri da Limoges. È un caso poco comune: di solito i paesi europei tendono a indirizzare i nuovi rifugiati nei grandi centri abitati, qui invece si predilige un piccolo paese. Bugeat sembra un luogo improbabile per insediare una famiglia di rifugiati sudanesi, e invece sarà proprio così. Sono cristiani del Sud Sudan. La loro situazione in Israele è delicata, con scarso accesso ai servizi di base, senza diritto formale al lavoro, senza permesso permanente di soggiono. Come molti altri africani sono noti come “infiltrati”.

La famiglia siriana Rashed

Bugeat è un paese che sta lentamente morendo. Se le famiglie continuano ad andarsene la scuola rischia di chiudere. Una famiglia kosovara arrivata da poco dato ha avuto un bambino l’anno scorso: è il primo bambino che nasce a Bugeat in 50 anni. Così, nonostante un quadro nazionale in cui esponenti del calibro di Marine Le Pen stanno facendo dell’immigrazione una parola sporca, in paese si sente l’eccitazione in attesa dei nuovi arrivati. «Si tratta di una madre single con quattro figli – dice il sindaco Pierre Fournet – il più piccolo ha non ha nemmeno due anni». È stata preparata una casa con giardino, i letti sono pronti. Qualcuno porta una culla e aggiunge altri bicchieri perché, si sa, dove ci sono bambini è facile rompere i bicchieri.
Bugeat ha già una certa esperienza nell’aiuto di chi ha bisogno. Belgi, francesi ed ebrei trovarono rifugio qui durante la guerra. Meglio non farsi troppe illusioni, però. «Ci eravamo preparati a ricevere una famiglia siriana – continua il sindaco – ma il padre, un ingegnere aeronautico, ha pensato che poteva andare a lavorare a Tolosa». Bugeat era troppo lontana. La famiglia ha cercato un posto più vicino. Sarà la volta buona?

Comincia a Damasco e termina a Lüneburg, in Sassonia, il viaggio della famiglia di Abu Rashed e che sarà raccontato da Spiegel online. «Non dimenticheremo ciò che la Germania ci ha dato», dice Umar Abu Rashed, contadino siriano arrivato con la moglie e i sei figli in Europa.

Dal canto suo El Pais seguirà un gruppo di africani, che hanno trovato l’un l’altro giocando in una squadra di calcio locale nella città meridionale di Jerez de la Frontera. Alma de Africa, questo il nome della squadra, è la loro nuova famiglia, un punto centrale in un momento difficile.

Il progetto è partito il 1° marzo simultaneamente in tutti e quattro i paesi.

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