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Chi ha detto che il giornalista bravo dev’essere bianco, uomo e di mezza eta?

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Bianco, uomo e magari anche di una certa età. Questo l’identikit del giornalista “che conta” nelle redazioni dei grandi giornali (nelle redazioni americane il 77,4% è bianco, in Inghilterra si arriva al 94%, dati Asne Google News Lab 2018 e Neil Thurman, City University London 2016).

Come rompere schemi e pregiudizi che tengono lontane dalle posizioni migliori le donne e, in generale, le minoranze? Se ne è parlato al Festival internazionale del giornalismo di Perugia nel dibattito “UnbiasTheNews: come la diversità può salvare il giornalismo di qualità” , organizzato in collaborazione con Hostwriter.

 

«Le storie attraversano i confini e anche i giornalisti dovrebbero farlo – dice Tabea Grzeszyk, amministratore delegato e cofondatrice di Hostwriter, una rete aperta e gratuita fondata nel 2013 da lei e altre due giornaliste (Sandra Zistl e Tamara Anthony), che riunisce oltre 4.000 giornalisti di 146 Paesi del mondo e li aiuta a collaborare – La diversità nel giornalismo è prioritaria, ma sono le voci bianche, maschili, occidentali a dominare la scena».

«Per esempio: se un giornalista bianco americano “copre” un servizio su una crisi legata all’acqua in Cile, nessuno ci trova nulla di strano. Ma se è russo, cinese o egiziano, allora gli si chiede perché e se è qualificato a farlo – spiega Quian Sun, giornalista freelance che lavora per vari media in Cina e in Europa – Si dà per scontato che se un giornalista è anglofono allora sia “neutrale”, ma non è così. Nessun giornalista è neutrale, nessuno è privo di zone d’ombra. Dobbiamo capire che la diversità è necessaria, anche nei confronti del nostro pubblico».

Da sinistra: Tabea Grzeszyk, Quian Sun, Wafaa Al Badry, Brigitte Alfter. Foto Alexander Durie, licenza Creative Commons

Brigitte Alfter è direttrice di Arena for Journalism in Europe, ha lavorato come managing editor di Journalismfund.eu, una struttura che sostiene un giornalismo approfondito, innovativo e indipendente in Europa e si occupa di giornalismo investigativo. «Lavorando insieme ad altri giornalisti si possono ottenere risultati che non si hanno da soli – spiega – anche solo per il fatto di parlare lingue diverse. Con la collaborazione si possono documentare meglio le proprie storie e il proprio lavoro diventa migliore».

Un esempio? «La crisi in Europa con la Grecia: i giornali tedeschi dipingevano i greci come pigri e i greci dipingevamo i tedeschi come nazisti. Posso fare il caso di due giornalisti – un greco e un tedesco – che scrivevano una storia insieme su un caso di probabile corruzione. Nel corso di questa indagine, emergevano pregiudizi inconsci. È molto umano. Ma far parte di un team internazionale aiuta a combattere i pregiudizi, perché si può fare una discussione aperta e lavorare sul controllo dei fatti. Si ottiene un giornalismo migliore non perché il mio modo di fare è migliore o peggiore del tuo, ma perché il processo con cui si lavora porta a fare un’analisi diversa».

Un’altra discriminazione è quella verso le giornaliste donne. Wafaa Al Badry, giornalista freelance che vive a Berlino e lavora con diverse testate tra cui Business Insider e Deutsche Welle, analizza i pregiudizi verso le giornaliste: «Le donne devono fare attenzione ai terreni scivolosi. A volte non si tratta solo di sfondare il soffitto di cristallo, ma di fare attenzione al cristallo sotto ai piedi. Parlo di quei casi in cui le donne sono messe “apposta” in posizioni difficili, in cui è più facile fallire. Questo si definisce gender washing, quando cioè le aziende mettono le donne in posizioni di leadership, ma le situazioni sono tali da non conferire loro un reale potere».

Come fare, allora, ad aumentare la diversità nelle redazioni? «È un lungo processo – risponde Brigitte Alfter – ci sono esempi alla BBC, c’è il tentativo di incoraggiare chi appartiene alle minoranze a iscriversi alle scuole di giornalismo e candidarsi quando si aprono delle posizioni nelle redazioni. Spesso vediamo che le donne si presentano ai colloqui con meno sicurezza degli uomini: in questo senso serve un grande sforzo. Le redazioni non possono cambiare da un giorno all’altro, sicuramente è un processo lento ma va fatto, anche in accordo con con il pubblico: specialmente i giovani sono più sensibili a contenuti diversi, a recepire prospettive, argomenti e punti di vista differenti. Il ruolo di ognuno di noi è di supportare e analizzare le situazioni. Non lasciamo che qualcosa ci divida, quello che conta è il buon giornalismo. Questo è ciò che ci unisce».

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