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Charlie Hebdo e la libertà di satira

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charlie-hebdo-italia-terremotoDov’è – se c’è – il limite alla libertà di satira? La vignetta pubblicata sul numero 1258 del 31 agosto della rivista francese Charlie Hebdo ripropone il dilemma, dopo aver scatenato una valanga di polemiche in rete e sui media.
Intitolata «Terremoto all’italiana», raffigura le vittime del terremoto che ha colpito l’Italia centrale il 24 agosto scorso associate a tre piatti tipici della tradizione italiana: «Penne all’arrabbiata», illustrate con un uomo ferito e insanguinato; «Penne gratinate», con una donna coperta di polvere e sangue; «Lasagne» con strati di pasta alternati a corpi intrappolati sotto alle macerie e nuovamente sangue trasformato in sugo.
Inaccettabile, oltraggiosa, imbecille, disgustosa, intollerabile, vergognosa: i commenti piovuti sulla vignetta. Sui social l’indignazione è altissima e imperversa lo slogan «Non sono/siamo più Charlie».
Mentre l’ambasciata di Francia in Italia prende le distanze («Siamo al fianco dell’Italia in questa prova. La Francia ha espresso il suo sincero cordoglio alle autorità e al popolo italiano e ha offerto il suo aiuto. […] Per quanto riguarda la satira giornalistica, le opinioni espresse dai giornalisti sono libere. Il disegno di Charlie Hebdo non rappresenta la posizione della Francia»), il mondo politico italiano afferma unanime (per una volta) il suo sdegno e prova a definire i confini della libertà di satira.
«La libertà di espressione e la satira non possono trascendere in offese assurde che infangano il dolore delle vittime e il dolore dei loro cari», afferma Roberto Calderoli della Lega (e ti costa ammetterlo, ma sei d’accordo con lui). Il presidente della regione Liguria Giovanni Toti aggiunge: «La satira dovrebbe far sorridere e riflettere. Questa fa davvero solo vergognare.»
Anche per il deputato del Pd Edoardo Patriarca la vignetta non ha «alcuna giustificazione editoriale: è di pessimo gusto, fatta da chi non solo non ha creatività, ma nemmeno sensibilità».
La pensa allo stesso modo Gianpiero D’Alia, presidente dell’Udc: «Nella vignetta di Charlie Hebdo non c’è satira, né ironia: c’è solo uno stupido insulto verso l’Italia e i morti del terremoto».
Perentorio il presidente del Senato, Pietro Grasso: «Rispetto la libertà di satira, ma ho la libertà di dire che fa schifo».
Il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, definita la vignetta sgradevole e imbarazzante e aver preteso il testuale «Ma come cazzo si fa a fare una vignetta sui morti?!», ha espresso così la sua opinione: «La satira è una cosa. L’insulto a tutta una comunità è un’altra.»

Del resto, Charlie Hebdo non è nuova alla satira che fa discutere. «Non è la prima volta che, per una scelta provocatoria, decidono di andare contro tutto e tutti in momenti di grande dolore», come ha ricordato il fumettista Sergio Staino. «La cosa migliore sarebbe ignorarli, così si dà spazio a una vignetta che altrimenti sarebbe stata vista solo da pochi intimi.»
Un espediente, dunque, per vendere qualche copia in più? O per far parlare di sè?
C’è chi la pensa diversamente e su Twitter suggerisce un’altra interpretazione della vignetta.
Pasquale Videtta ha così commentato: «Edifici costruiti con la sabbia (“penne gratinées”) che quando crollano si riducono e ti riducono a strati di lasagna. Ecco i sismi all’italiana in cui nemmeno le scuole anti-sismiche sono tali. L’analfabetismo funzionale è quella cosa che ti fa scambiare la vignetta di Charlie Hebdo per una derisione delle vittime del terremoto e non per una denuncia politica e sociale».
Interpretazione, a quanto pare, confermata dagli stessi giornalisti di Charlie Hebdo, che nel giro di poche ore dalle contestazioni, hanno pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale, una vignetta «di precisazione», dove compare una persona sporca di sangue sotto le macerie che si rivolge al lettore: «Italiani…non è Charlie Hebdo che costruisce le vostre case, è la mafia!». La firma è di «Coco», la stessa che aveva pubblicato una vignetta dopo l’attentato di Nizza dello scorso 14 luglio dove i fuochi artificiali si trasformavano in macchie di sangue sugli spettatori.

«La satira di Charlie è questa da sempre, sono spietati persino con se stessi e non hanno esitato a prendersi per i fondelli anche dopo la strage in redazione», scrive su Il fatto quotidiano Beppe Giulietti. «Naturalmente si può dissentire, non comprare il giornale, manifestare indignazione dentro e fuori la rete, e dal momento che esistono leggi sulla diffamazione si può persino rivolgersi a un tribunale, ma nulla e nessuno possono invocare il diritto alla censura o all’autocensura.»
La libertà di satira sarebbe dunque un valore “non negoziabile”?
La pensa così certamente Felix, l’autore della vignetta in questione. Non credo affatto che sia «un cretino», come lo ha definito Giorgia Meloni. Né trovo opportuno, sull’onda dell’indignazione, scivolare, come ha fatto il ministro dell’Interno Angelino Alfano, in un delicato «Avrei un suggerimento su dove devono infilare la loro matita», per poi cadere nella trappola del «Noi abbiamo pianto i loro morti, loro hanno riso dei nostri».
Credo però che banalizzare la critica alla cattiva gestione dell’edilizia in Italia in occasione del terremoto dietro lo stereotipo culinario (stupisce che non ci sia stato spazio per la pizza, Mamma mia e un mandolino) sia non solo di cattivo gusto ma neanche uno sforzo creativo di alto livello.
Sono d’accordo con chi ritiene che sia altrettanto scandaloso lo show morboso del dolore andato in onda in questi giorni di dirette sul terremoto, così come prive di senso molte delle interviste ai sopravvissuti. Penso però che il sacrosanto impegno nella difesa delle libertà individuali, civili e collettive, rivendicato da Charlie Hebdo non possa prescindere dal rispetto dell’essere umano.
Di fronte a 300 morti, un gran numero di feriti e alla tragedia di chi ha perso tutto occorre solo silenzio. Non si può pensare di chiamare in causa i protagonisti di una dramma mentre ancora si sta scavando tra le macerie, per quanto l’intenzione sia quella di denunciare le speculazioni edilizie.
Consapevole della forza dell’immagine e della potenza di una penna, Felix avrebbe fatto bene a tenere a mente chi avrebbe visto quella vignetta, magari guardando di fronte a sè i resti di un palazzo, crollato insieme ai ricordi di una vita. La mafia, a cui quella vignetta avrebbe fatto allusione, purtroppo, difficilmente si lascia toccare dal senso dell’umorismo.

Conosciamo bene la linea editoriale corrosiva della rivista francese e dopo l’assalto terroristico del gennaio 2015 la nostra redazione aveva così commentato: «Non possiamo che denunciare con profonda in indignazione l’attacco al Charlie Hebdo, il più grave attentato alla libertà di stampa e alla libertà di espressione degli ultimi 50 anni in Europa: le nostre armi dovranno continuare a essere penne e matite». Ma usate con coscienza.

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