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Cassazione: sarà la volta buona?

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Si apre uno spiraglio per risolvere la vexata quaestio della diffamazione a mezzo stampa in Italia. La quinta sezione penale della corte di Cassazione, infatti, ha annullato una sentenza (emessa dal tribunale di Cremona in primo grado, confermata in appello dalla corte di Brescia) che aveva condannato alla pena di 6 mesi di reclusione due giornalisti della testata La voce di Romagna, quotidiano che in questi giorni è oggetto di una polemica professionale altra ma non trascurabile, per aver chiesto esplicitamente ai suoi collaboratori, in questi tempi di vacche magre, di continuare a lavorare gratuitamente per il giornale.

La vicenda diffamatoria, tuttavia, è tutt’altra questione, peraltro stagionata: due cronisti del quotidiano romagnolo (il direttore e l’autore dell’articolo incriminato) erano stati, infatti, condannati in due gradi di giudizio per un articolo pubblicato nel marzo del 2006, nel quale si dava conto – in maniera evidentemente errata – di un furto avvenuto in una caserma. Sentitisi offesi dallo scritto, due militari avevano sporto querela: era emerso che le due persone citate nel pezzo non avevano alcunché a che fare con quel furto, avvenuto ai danni di un commilitone.

La Cassazione, tuttavia, ha ritenuto di offrire un segnale di svolta per una situazione finora inamovibile che, a dispetto dei progetti di legge di riforma del codice Rocco, continua a registrare condanne penali con sanzioni restrittive della libertà a carico di giornalisti. La corte ha spiegato, nella sentenza con cui ha annullato parzialmente, con rinvio, la condanna (chiedendo, cioè, ai giudici di appello di confermare la respnsabilità penale dei convenuti ma di non applicare la pena del carcere), che «la libertà di espressione costituisce un valore garantito attraverso la tutela costituzionale del diritto-dovere di informazione, che impone, anche laddove siano valicati i limiti del diritto di cronaca o di critica, di tener conto, nella valutazione della condotta del giornalista, dell’insostituibile funzione informativa esercitata dalla categoria di appartenenza, tra l’altro attualmente oggetto di gravi e ingiustificati attacchi – da parte anche di movimenti politici – proprio al fine di limitare tale funzione».

La corte si spinge più in là: la sentenza statuisce che siano neccesarie circostanze eccezionali per irrogare, nel caso di una diffamazione commessa a mezzo stampa, la sanzione più severa (cioè la galera) sia pure con la sospensione condizionale della pena, altrimenti «non sarebbe assicurato il ruolo di “cane da guardia” dei giornalisti, il cui compito è comunicare informazioni su questioni di interesse generale e, conseguentemente, di assicurare il diritto del pubblico di riceverle».

La motivazione della sentenza della Cassazione rappresenta una evidente volontà di accompagnare il legislatore alla soluzione di un clamoroso ritardo, tutto italiano, nella disapplicazione di una norma antica, illiberale e superata dai tempi. Non è certo con il carcere che si può pensare di risolvere il problema della tutela della dignità e della reputazione di chi si ritrova danneggiato da una notizia di stampa falsa o resa in maniera tendenziosa.

L’Italia non è un Paese di common law, nel quale cioè le sentenze della corte di ultima istanza fungono da precedente giuridicamente vincolante per tutti i casi successivi. Tuttavia, anche da noi è ormai pacificamente accettata una sorta di funzione di armonizzazione delle sentenze della corte di Cassazione, per cui capita sempre più spesso che una pronuncia – tanto pù nei casi in cui provenga dalle Sezioni Unite – possa anche stabilire una riferimento per risolvere casi simili.

Nessuno, in definitiva, osa chiedere una ingiustificata impunità per i giornalisti: lo strumento della stampa è potente, i suoi possibili impatti sono deflagranti e va gestito con giudizio. Banalmente, però, l’errore è dietro l’angolo per tutti i professionisti, compresi quelli dell’informazione. Né il giusto ristoro del danno subìto dalla vittima di una diffamazione a mezzo stampa può essere l’uso di manette e schiavettoni per il cronista o, ancor peggio, per il suo direttore (in questi casi, ritenuto responsabile per l’omissione di una funzione, nella pratica pressoché impossibile, di controllo sull’intero contenuto del giornale). 

Molto probabilmente, dopo questa sentenza sarà più difficile condannare altri giornalisti alla detenzione per diffamazione aggravata dal mezzo stampa. Ma la via maestra è parlamentare: bisogna tirare un rigo sul codice penale, fare un balzo avanti di un secolo e abolire il carcere per chi fa informazione. Basta volerlo.  

 

 

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