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Caso Regeni e libertà di stampa in Egitto

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verità-per-giulio-regeni-800x600Ora che il cosiddetto “emendamento Regeni” è stato approvato, confermando il blocco della fornitura all’Egitto di pezzi di ricambio per i caccia F16, la classe politica, l’opinione pubblica e i media sono tornati a interessarsi al caso del ricercatore torturato e ucciso in Egitto alla fine del gennaio scorso, mentre svolgeva le sue ricerche sui sindacati indipendenti. Una vicenda drammatica che merita di essere indagata perché la verità su quanto è accaduto sia accertata e non ci si accontenti della “versione ufficiale” del governo egiziano.
Nel decreto che rifinanzia le missioni italiane all’estero, dunque, l’emendamento Regeni vuole essere, secondo il suo relatore Gian Carlo Sangalli, un modo per «continuare a tenere sotto pressione l’opinione pubblica e anche l’Egitto», ma non un atto ostile al governo egiziano. Senza entrare in questioni di carattere politico tra il nostro governo e quello egiziano, è interessante esaminare qual è stata la copertura mediatica del caso Regeni in Egitto per inserirla nella cornice più ampia dello stato della libertà di stampa nel Paese.

Dopo rincorrersi di notizie e smentite diffuse dalle autorità egiziane, dopo i depistaggi, le dichiarazioni controverse, le informazioni distorte e le ricostruzioni fantasiose, dopo aver dato spazio alle voci sulle reali ragioni che avevano portato Giulio Regeni in Egitto piuttosto che ricercare i colpevoli del suo omicidio, quando è stato evidente che quello del ricercatore non fosse un caso isolato, ma parte dell’azione del regime del presidente Abd al-Fattah al-Sisi per colpire il dissenso politico, solo allora la stampa internazionale ha aperto gli occhi sulle sparizioni forzate in Egitto e più in generale sulle violazioni dei diritti umani. E allora anche il caso Regeni, così come «il colpo di stato militare del 2013, che pochi avevano raccontato come tale, è finalmente diventato mainstream, anche per gli editorialisti del New York Times», scrive Giuseppe Acconcia, corrispondente dal Cairo per Il Manifesto. «Pure la stampa egiziana si è svegliata in qualche forma. Da quanto tempo non si sentivano tante voci chiedere di cancellare le menzogne e riportare la verità dei fatti? Dal 2013, le voci critiche sono state messe a tacere in Egitto. La satira di Bassem Youssef è stata censurata e il presentatore costretto a lasciare il paese. Anche la televisione privata Ontv non ha più dato conto di proteste e manifestazioni (sempre meno numerose) degli ultimi due anni. Eppure in qualche modo l’aria mediatica sta cambiando al Cairo. Il presentatore Ossama Kamel ha chiesto alle autorità egiziane di dire la verità su Giulio, mentre Azza el-Hennawy è stata licenziata per aver criticato al-Sisi. Infine, il caporedattore di al-Ahram, Mohammed Ahd Elhadi Allam, si è espresso direttamente contro tutti i depistaggi del regime».
In un editoriale di al Ahram, il principale quotidiano governativo, si legge infatti: «il ministero dell’Interno ha commesso molti errori nell’ultimo periodo e il più recente è il comportamento deplorevole nei confronti dei giornalisti».

Il quotidiano Al Masry Al Youm ha riferito del “piano segreto” inviato per errore ai media dal ministero dell’Interno egiziano con indicazioni su come affrontare a livello mediatico le conseguenze dell’arresto dei due giornalisti Amr Badr e Mahmoud el Sakka nella sede del Sindacato della stampa con l’accusa di diffusione di notizie false e tentativo di rovesciare le istituzioni.
Nella “Nota ai media” si esortava la stampa a tenere «una posizione fissa, immutabile» e i programmi televisivi «a parlare e ad esporre il punto di vista del ministero», minacciando di «punire» le voci fuori dal coro.

Lo stesso bavaglio che sarebbe stato messo a Giulio Regeni, come sostiene Lorenzo Declich, esperto di mondo islamico contemporaneo, nell’instant book  «Giulio Regeni. Le verità ignorate». «Chi conosce la situazione egiziana sa che quelle ferite sono una chiara firma del regime», denuncia Declich, attaccando «l’ignoranza dei media» e invitando a rinunciare ai complottismi : dietro il rapimento, la tortura e l’assassinio di Giulio Regeni ci sarebbe un ordinario Stato di polizia in cui restrizioni di libertà e sparizioni non sono affatto un’eccezione.

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