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Verna, presidente Odg: troppi e senza identità, i giornalisti vanno salvati così

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Carlo Verna è stato eletto presidente dell’Ordine dei giornalisti lo scorso ottobre. Classe 1958, diplomato al Classico e laureato in Legge, dal 1981 lavora in Rai; noto ai più per essere una delle voci del calcio su Radio1, nel suo triennio di mandato si è dato un obiettivo ponderoso: salvare il mestiere del giornalista. Ma davvero c’è bisogno di un’opera di salvataggio?

«Sono 40 anni che faccio il giornalista, 10 da pubblicista e 30 da professionista, e questo è senza dubbio il momento più difficile per la nostra professione. Come accade spesso, però, quando ci sono crisi si aprono anche opportunità enormi. Sicuramente bisogna uscire da questa convivenza forzosa, per quanto sia anche una manifestazione democratica, con il giornalismo occasionale: oggi la tecnologia mette in mano di chiunque una tastiera e una fotocamera, mentre in passato il privilegio della comunicazione “da uno a tanti” era riservato al giornalista».

Condivisibile. Il problema è il come: come si fa, a garantire che un giornalista sia distinto da uno “smanettone” dei social network, soprattutto agli occhi degli utenti?
«Siamo noi, che dobbiamo tracciare la nostra identità. Uno dei compiti principali dei giornalisti è quello di validare le notizie, verificarle. Si dice che nessuno possa arrivare prima in un posto rispetto a chi ci sia già: ed è ovvio. Ma, nel giornalismo permeato dalla tecnologia, si è determinato un cambio di prospettiva, perché è inimmaginabile non dare notizie di eventi non “a portata di mano” prima che l’inviato sia giunto sul posto. Siamo chiamati a sfide nuove: a capire come lo scarpinare del giornalista si possa combinare al navigare sul web del giornalista, incrociando fonti lontane. Bisogna scrivere un nuovo modo di fare questo mestiere, marcando la nostra identità, che è quella di chi si attiene scrupolosamente al rispetto della verità. Secondo me si può tracciare, con questi criteri, un confine netto tra giornalismo professionale e occasionale».

A proposito di giornalisti: ci sono sempre meno professionisti contrattualizzati, sempre più pubblicisti e professionisti con paghe da fame, che lavorano a cottimo o accettano di scrivere per cinque, dieci euro lordi a pezzo.
«Lo so bene, ed è la prima missione di questa consigliatura: arrivare a una riforma. Non esistono più gli ambienti formativi di un tempo: i grandi giornali, le navi scuola che concedevano il praticantato, non offrono più questa funzione. E non si capisce come si possa continuare a ritenere che questa sia l’unica professione il cui titolo si possa conquistare soltanto col lavoro sul campo. Quindi è necessario rivedere i meccanismi di formazione che portano al conseguimento del titolo. Anche per sottrarre a editori spregiudicati un meccanismo in cui si finisce col consentire il lavoro gratuito: l’editore promette una continuità di collaborazione, anche in assenza di vera retribuzione, che poi l’Ordine tradurrà in ammissione all’esame o in tesserino da pubblicista. Questa catena va spezzata».

Anche qui, la seconda domanda è: come?
«La legge che regola la nostra professione fu scritta nel 1963, cioè 55 anni fa. Dal punto di vista del giornalismo, era il Medioevo: in Italia, a quei tempi, esistevano solo pochi grandi giornali, la Rai e l’Ansa. Oggi c’è il mondo. La riforma, secondo me, passa attraverso il mondo accademico, l’università: come accade per tutte le altre professioni. Su questo dobbiamo lavorare: proporre una riforma che venga tradotta in legge dal Parlamento. Si sono tentate soluzioni, come l’equo compenso, che non ha risolto nulla. Ma è impensabile che 106.000 persone – tanti sono oggi gli iscritti ai due nostri albi – possano vivere di lavoro giornalistico. Probabilmente, tra loro, c’è gente che da anni non fa più attività giornalistica ma resta iscritta nella speranza, molto remota, che si apra qualche spazio. Il compito dell’Ordine, oggi, è anche questo: impedire nuovi accessi come quelli del lavoro gratuito in cambio di tesserino. Per il resto, l’attività di confronto con gli editori è compito quotidiano della Fnsi, il sindacato dei giornalisti. Ma noi siamo al loro fianco, in questa battaglia».

Crede davvero che il giornalismo professionale, cioè pagato in misura tale da potersi mantenere, la carta, le redazioni, le testate resisteranno all’onda del web, dei social, della disistima generale nei confronti di una categoria che è ai minimi storici di reputazione?
«Sì. Come ho detto, dobbiamo puntare sull’autorevolezza. Abbiamo già la formazione continua, abbiamo regole deontologiche: tocca a noi far capire ai cittadini che non tutto quello che circola è vero, ma che solo quello che è “filtrato” da un professionista è affidabile. E che se il professionista sbaglia, o non dice la verità, va incontro a sanzioni. Il nostro futuro sarà roseo se riusciremo a tenere come sistema. Un sistema basato su tre cardini: rispetto della verità, rispetto delle regole, sanzioni per chi le infrange. Poi è evidente: oggi c’è ridondanza di informazione, quindi si rischia di leggere di meno, di guardare e ascoltare meno i media. Su questo non possiamo fare nulla: è un fenomeno mondiale, non italiano. Però se riusciremo a dare nuovamente autorevolezza al nostro lavoro, credo che sarà possibile continuare ad vere un ruolo in questa società. Sul giornalismo di carta: non posso essere certo ma spero che rimanga. Anche perché, solitamente, ciò che “resta” non è scritto sulla sabbia. Al momento nessuno è in grado di capire se e come terminerà questo processo: la famosa ultima copia stampata del New York Times potrebbe non essere così vicina. Ma non c’è esperto al mondo che possa pronunciarsi in questo senso, e certamente non può prevedere il futuro il presidente dell’Ordine».

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