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Capire e far capire

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di Elisa Gallo

repubblicadelleideeMai come ora giornali e giornalisti hanno bisogno di incontrare e conoscere i propri lettori. Scendere in piazza, avvicinarsi al pubblico e dialogare, cercando di riadattare il rapporto con la propria “community”  per affrontare il cambiamento dell’informazione e dello stesso giornalismo. Questo è quello che hanno fatto le grandi firme di Repubblica, dal 14 al 17 giugno con la Repubblica delle idee: 4 giorni di incontri e spettacoli nel centro storico di Bologna, dove piazze e palazzi si sono riempiti di attenti ascoltatori.

E proprio alla professione e all’esperienza dei giornalisti di Repubblica è stata dedicata un’intera sezione del festival.

I giornalisti hanno portato le proprie storie per un buon giornalismo, che come scrive Stefania Aloia nella presentazione della mostra “Galassia Repubblica”, è prima di tutto “capire e far capire”.

Inviati nel mondo
Ascoltando Vanna Vannuccini e Bernardo Valli, che nel Cortile dell’Archiginnasio hanno raccontato la loro esperienza di reporter, si percepisce ancora di più l’evoluzione del giornalismo, e in particolare di chi “racconta il mondo”. Una professione, specchio dell’evoluzione della società, profondamente modificata nei modi e nelle forme, ma forse non così tanto nei principi e nell’etica che la guidano.

E Valli questo cambiamento lo esprime molto bene ricordando come il giornalista reporter fosse uno dei rari che poteva permettersi di viaggiare. “Anche io – racconta – all’inizio della mia esperienza mi ritrovavo da solo nei posti in cui andavo a lavorare. Ora tutti viaggiano. E la velocità ha ridimensionato il nostro lavoro”.

Il reportage moderno non è nato molto tempo fa, continua Valli. Nasce con il telegrafo, scoperto a metà dell’800. Ed è durante la Guerra di Crimea, che il giornalista del Times William Howard Russell a Bataklava, inviò la prima corrispondenza di guerra con il telegrafo. “Anche prima c’erano le corrispondenze, ma allora arrivavano con la diligenza, settimane dopo. Mancava il gusto del visto e del vissuto. Il telegrafo comincia ad accelerare le comunicazioni, seguono poi le altre scoperte ed evoluzioni tecniche, dal telegrafo al telex, dal cavallo all’automobile, e segnano l’evoluzione del mestiere”.

Il lato femminile del reporter
“Serve la capacità di empatia, di mettersi nell’animo altrui per poter raccontare il mondo dall’interno – esordisce Vannuccini – Una qualità femminile, che non appartiene solo alle donne, ma anche agli uomini con un lato femminile più pronunciato. Ci vuole poi un po’ di insicurezza e poco narcisismo”.

Vanna Vannuccini ha girato il mondo, dalla caduta del muro di Berlino alla guerra nell’ex Jugoslavia, sempre in prima linea, per essere testimone degli eventi. “Empatica, più che razionale” come si definisce.

“Sul luogo si coglie qualcosa che non percepisci dalle agenzie. L’intuizione di come vanno le cose. Nella DDR fui l’unica a comprendere che la SPD non avrebbe vinto le elezioni nella Germania dell’est. E questo è stato perché andavo in giro disperatamente, incontravo la gente, davo loro passaggi e parlavo con loro. Ed è così che capii che tutti avrebbero votato per Khol”.

I nemici del giornalista
“Nel raccontare – continua Valli – si deve tener conto di alcuni “nemici”: dei propri pregiudizi che spingono a cambiare i fatti; della propria vanità da cui ci si deve difendere; di chi legge (per non assecondare quello che vuole sentirsi dire). La scrittura deve agganciare il lettore, ma non divertirlo. Poi ci si deve difendere dal luogo comune, per essere liberi di andare controcorrente: e Montanelli questo lo faceva molto bene dicendo sempre il contrario di quello che si aspettava. E poi c’è il direttore, che magari si è tentati di compiacere”.

Un altro ostacolo, per Vannuccini, è il punto di vista. “A volte serve la distanza e vedere più punti di vista per rendersi conto. Nell’immediato si tende a partecipare con la vittima, ma solo con la lontananza si riescono a capire le ragioni di tutti”. È il caso di Sarajevo, dove la giornalista è tornata poco fa per i 20 anni della guerra. Durante il conflitto era evidente che i musulmani fossero le vittime, e Vannuccini ha sentito il bisogno di raccontare le storie della gente. “Oggi dopo 20 anni sono riuscita per la prima volta a capire le ragioni di tutti”.

D’altronde come esprime molto bene Valli “l’obiettività non esiste. Esiste l’onestà, esistono i fatti e la verità del momento”.

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