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Cancellare il carcere per i giornalisti? Ora ci prova la Corte

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In questi anni, il Caffè ha raccontato il dibattito che ruota intorno a un’antica legge del codice penale italiano. Quella che prevede il carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Già cinque anni fa, in Parlamento, sembrava che fosse cosa fatta. Attenzione: nessuno chiede una salvaguardia per i giornalisti che ledono la reputazione e l’onore di terzi. Spesso, anche in malafede, si è fatta passare questa battaglia di libertà per una difesa corporativa, come se si stesse richiedendo l’impunità: non è così. I giornalisti devono essere consapevoli della potenziale pericolosità del mezzo che maneggiano, verificare le fonti, misurare il linguaggio, rendere pubbliche notizie solo se, appunto, rivestono un interesse pubblico. Se sbagliano, devono risponderne: ma non con la prigione.

Nel corso degli anni, la vetustà della legge del 1948 sulla diffamazione aggravata dal mezzo stampa è tornata in auge solo di tanto in tanto, in special modo quando coinvolgeva giornalisti di fama. In più, al problema delle condanne penali si è aggiunta la forza devastatrice delle richieste di risarcimento danni in sede civile: un vulnus che, fino a quando la gran parte dei giornalisti era contrattualizzata, veniva “assorbito” dall’editore che pagava le pene pecuniarie derivanti da eventuali condanne; ora, che la gran parte dei giornalisti è freelance, si viene chiamati a rispondere in prima persona (spesso con richieste esorbitanti, a fronte di articoli pagati pochi euro) nei giudizi promossi per la pubblicazione di articoli anche solo critici. Finora, i tentativi di rimediare al problema delle cause civili temerarie sono rimasti, appunto, tentativi. E così, ci sono giornalisti – particolarmente conosciuto il caso di Concita De Gregorio – che pagano anche per colpe non proprie. Per questo tipo di questioni, va segnalato che recentemente è passato, in Commissione Giustizia del Senato, il disegno di legge che prevede sanzioni pecuniarie per gli autori di richieste risarcitorie infondate

Sul versante penale, le cose potrebbero cambiare – e definitivamente – grazie alla Corte Costituzionale. La sentenza 37 del 2020 ha stabilito, infatti, che è ammissibile la richiesta, avanzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti (CNOG), di intervenire nel giudizio costituzionale sulla legittimità delle norme in materia di diffamazione a mezzo stampa. L’ordinanza ribadisce che il Consiglio è legittimato  a intervenire nel giudizio, che sarà discusso in udienza pubblica il 21 aprile prossimo, in virtù della sua competenza a decidere sui ricorsi in materia disciplinare. E siccome, quando un giornalista è sospeso dalla professione per condanna penale per diffamazione, il Consiglio stesso è competente sui provvedimenti disciplinari da adottare contro il condannato, potrà dire la sua nel giudizio. 

La questione è stata sottoposta alla Corte – l’udienza sarà presieduta dal presidente Marta Cartabia – dal tribunale di Salerno, che ha accolto nel 2019 l’eccezione di costituzionalità sollevata dal Sindacato dei giornalisti della Campania. La vicenda processuale riguardava un ex collaboratore e il direttore del quotidiano Roma, querelati per diffamazione. Il sindacato ha eccepito, nel caso di specie, che «anche la sola previsione astratta della possibile irrogazione di una pena detentiva, in caso di diffamazione a mezzo stampa, comporterebbe una limitazione eccessiva del diritto convenzionalmente e costituzionalmente tutelato della libertà di manifestazione del pensiero e di cronaca del giornalista, incompatibile con l’articolo 10 della Cedu (Convenzione europea dei diritti umani)». Il carcere per i giornalisti, previsto nell’art. 13 della legge sulla stampa e dall’art. 595 del codice penale, violerebbe gli articoli 3, 21, 25 e 27, nonché l’articolo 117 comma 1 della Costituzione, in relazione all’art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Il successivo 22 aprile verrà discussa un’altra questione di legittimità, sollevata – questa volta d’ufficio e non su richiesta di parte – da un giudice del tribunale di Bari: chiamato a decidere su una causa per diffamazione contro un giornalista, il magistrato ha chiesto l’intervento della Consulta perché, richiamando i noti casi dei giornalisti Sallusti e Belpietro, ha ravvisato un conflitto tra la legge del 1948 – quella che prevede il carcere – e gli articoli 117 della Costituzione e 10 della Convenzione europea.

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