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Non sprecare la vita, non sprecare la bellezza: Calopresti e il suo Immondezza

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[Articolo pubblicato sul Corriere di Tunisi]

Si cita Pasolini, più volte. All’inizio del documentario, con una scena in cui il regista di Accattone inquadra una città nella sua bellezza, poi allarga il campo e mostra le brutture, gli abusi edilizi, i graffi sul volto del paesaggio. Lo si cita anche dopo, Pasolini, perché era sempre lui che avrebbe voluto fare un film sulla monnezza. L’immondizia, l’immondezza, il tema di questo lavoro, che richiama anche quello che ci sta sotto, la bellezza che spesso calpestiamo.

«Non bisogna sprecare nulla. Non bisogna sprecare la vita, non bisogna sprecare la bellezza». Mimmo Calopresti, regista del film Immondezza, presentato all’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi, ha sottolineato  quanto sia importante tutelare il patrimonio, la nostra terra, la terra di tutti.
Parla di sud Italia, parla di Calabria, di paradisi a volte perduti, mostra sentieri incantati che portano da un vulcano all’altro, paesaggi verdi o innevati. Su tutti questi si cammina, li si percorre, li si vive seguendo persone che corrono, giovani, adulti, impegnati nel guardare lo stato delle cose, ma soprattutto nel raccogliere e tentare di ripulire.

Il protagonista è Roberto Cavallo, esperto di ambiente a livello internazionale, e la sua squadra: corrono, chinano la schiena, puliscono una fontana, vanno a vedere quanta plastica c’è su un fondale, ramazzano i rifiuti su una spiaggia di rara bellezza. Calopresti li segue, con la sua sapiente macchina da presa. Ci tiene, il regista, si sente: sono temi che lo emozionano, lo si capisce da come li riprende, da come ne parla. Ritrova il sud, la sua terra, e arriva potente al pubblico l’amore che prova e il desiderio di vederla bella. Parla con la gente, raccoglie testimonianze di un passato dove il mare era più pescoso e il paesaggio offriva di più, che non cumuli di rifiuti. Mostra dei ragazzini impegnati a raccogliere bottiglie di plastica abbandonate sul ciglio di una strada, visi radiosi di chi vuole la propria terra torni a risplendere. «In televisione, nei notiziari, non si fanno mai vedere dei giovani così» afferma. E allora rimedia lui, facendoceli conoscere e dandoci un po’ di speranza: arriva, con i corridori, nella bocca del vulcano, in paesini di rara bellezza, fino a Riace.
«Qui trovarono i bronzi», racconta Cavallo nel docufilm, indicando da un punto dalla spiaggia verso il mare; il suo compagno di corsa, Oliviero Alotto, guarda e annuisce. Riace: chi se la ricorda più per i bronzi. «Impressiona vedere quelle immagini, dice Calopresti – se andiamo oggi, quel paese non esiste più. La realtà va sempre avanti. Mi lascio incantare da quello che ho intorno, è una ricerca di verità profonda, un lavoro quasi mistico».
C’è la gente, in Immondezza, ci sono i volti dei cittadini del sud, ci sono uomini e donne del posto, anziani, giovani, ci sono migranti, c’è Mimmo Carretta, ancora sindaco entusiasta della sua realtà: «Il mare ha avuto un ruolo di protagonista per chi ha fatto un viaggio della speranza. È come la spiaggia di Ulisse, i profughi sono stati accolti, come nella mitologia. Arrivano dalle guerre, scappano, e noi abbiamo fatto nascere qualcosa di non pensabile, dobbiamo ragionare sull’impossibile».

«Mi piaceva l’idea di entrare nell’immondizia – conclude Calopresti al termine della proiezione – e di fare qualcosa di utile. Il gesto di Roberto è quello di raccogliere, di non fermarsi solo a denunciare. E facendo questo c’è una possibilità enorme: è come scoprire la bellezza. Siamo passati attraverso luoghi incantevoli, assolutamente sconosciuti, di cui nessuno mai parla. Ho incontrato bambini che nessuno mai guarda, perché nessuno mai vede, che sono belli nel loro modo di fare, nel rapportarsi al mondo. L’idea di andare a piedi, di muoversi, di spostarsi, permette di riscoprire molte cose che sennò rimarrebbero lì. Siamo nella società delle immagini, il che è positivo, ne abbiamo tante con cui confrontarci. Ma a volte questo mondo ci fa essere troppo superficiali, guardiamo e ci dimentichiamo. Invece muoversi, essere presenti, essere attivi, protagonisti, è fondamentale perché questo serve a cambiare noi, arricchisce noi e cambia anche gli altri: l’incontro fra le persone permette qualcosa di più, che succede solo dal vivo».

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