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Burundi, quando un presidente tratta un Paese come il suo parco giochi

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Più di 500.000 burundesi sono in esilio, in seguito alla crisi legata al terzo mandato di Pierre Nkurunziza. Alcuni si rifugiano in Europa, altri in Africa. La speranza di un ritorno al Paese sembra scomparire in vista del prossimo referendum costituzionale. Peggio ancora, la preoccupazione è dalla parte dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che teme una nuova ondata di persone prive di mezzi di sostentamento e di cura.

Il Burundi è uno Stato in cui la libertà di stampa soffre terribilmente, soprattutto dal 2015 in poi, come testimonia il rapporto di RSF, Reporter senza frontiere. Del presidente Nkurunziza, recentemente, hanno parlato tutti i media del mondo perché ha mandato in galera alcuni suoi avversari sportivi che, durante una partita di calcio, avevano commesso (a suo parere) troppi falli contro di lui. Ma il problema va ben al di là delle bizze di un presidente-padrone: in gioco, proprio ora, c’è la tenuta costituzionale di uno Stato fragile, i cui problemi si riversano anche sull’Europa.

Pierre Nkurikiye, capo della polizia e portavoce del ministero della sicurezza

150 persone al giorno. Questo è il dato sul flusso, fornito dall’UNHCR, dei cittadini in fuga dal Burundi verso i Paesi vicini. La causa? La crescente insicurezza dovuta alla campagna referendaria, un processo caratterizzato da una forte tensione politica. Dopo il terzo mandato (controverso e definito da molti incostituzionale) Pierre Nkurunziza, attuale presidente del Burundi, ha deciso che è il momento di manomettere la Costituzione.
Nel maggio 2018, il popolo burundese è chiamato a decidere: sì o no. Si parla del progetto di emendamento del governo dell’attuale Carta: pressioni, intimidazioni, minacce hanno caratterizzato questo processo. Chiusura di scuole, ospedali, mercati, in breve tutte le infrastrutture pubbliche sono state messe al servizio della firma beneficio dell’iscrizione alle liste elettorali.
Alcuni leader zelanti e militanti del partito al governo, il CNDD-FDD, chiedono apertamente che sia usata violenza contro chiunque non sia d’accordo con il reclutamento forzato: «Hongora izo njavyi», che si traduce letteralmente «Strappate i denti a tutti i piantagrane».  «Tolleranza zero», ha tuonato Pierre Nkurikiye, portavoce della polizia nazionale, contro tutti i bipinga, cioè i recalcitranti.
«Il voto è un dovere civico e non un obbligo», ribatte Jean Bunyomvyi, un cittadino-attivitsa vittima di queste intimidazioni. Bunyomvyi afferma di essere stato maltrattato e costretto a pagare una multa di 50mila franchi del Burundi (13 €); nativo della città Muyira Bujumbura, provincia rurale, ha testimoniato di essere stato malmenato da giovani del partito al potere, chiamati Imbonerakure: «Ero sul posto di lavoro quando mi hanno fermato con la forza, chiedendomi di compilare la mia ricevuta elettorale». Questo padre di cinque bambini ha risposto che stava aspettando l’ultimo giorno disponibile (il 17 febbraio) per registrarsi: in risposta, è stato picchiato e poi portato in una cella di un ufficio di polizia locale, dove ha trascorso cinque giorni senza mangiare, bere né ricevere visite; è stato rilasciato grazie alle suppliche di un vicino di casa. Dal suo rilascio, ha ricevuto minacce telefoniche anonime. Jean Bunyomvyi non dubita che il peggio debba ancora venire, teme per la sua sicurezza e quella della sua famiglia. Una paura che si basa su un fatto tragico: l’omicidio, nel luglio 2015, di un figlio che aveva protestato per le strade di Bujumbura contro il terzo mandato del presidente. Se le minacce persistono, dice, la soluzione sarà quella di fuggire con la sua famiglia al campo di Kibondo, in Tanzania: «Lì, mi unirò ad altri  che hanno lasciato il Paese e che potranno ospitarci per qualche giorno».

L’impatto del Burundi in Europa

Olivia Karire, 46 anni. Ha vissuto in Belgio negli ultimi 18 anni. Ha lasciato suo il Paese quando il governo stava combattendo contro i due movimenti armati, il Palipehutu-FNL e il FDD. Nel giro di vite sui manifestanti del terzo mandato di Pierre Nkurunziza, Olivia ha perso il fratello maggiore. Le condizioni di sicurezza sono peggiorate nel dicembre 2015, tanto che ha deciso di far evacuare la sua famiglia trasferendola nel vicino Ruanda, dove l’ha affittato una casa. Ogni mese, manda i soldi per aiutare la parte della famiglia rimasta a sopravvivere ai suoi bisogni: «Mia madre e la mia sorellina hanno perso il lavoro, i miei due fratelli sono ancora studenti. Pagare gli studi in Ruanda non è un compito facile. E con i 300€ che spedisco è appena possibile che mia madre riesca a pagare l’affitto e soddisfi altre necessità primarie». Aveva speranza per le prossime elezioni del 2020, per rimpatriare la sua famiglia. Tuttavia, la sua speranza è persa: «Nkurunziza è deciso a rimanere al potere. Maneggiando la legge fondamentale e l’accordo di Arusha da cui deriva, mira a un altro mandato». Questa madre di due ragazzi è categorica: «Di fronte alla testardaggine di Nkurunziza, il ritorno della mia famiglia in Burundi non è un’opzione. Non posso continuare a finanziare la mia famiglia in esilio». Karire dice che tutti i suoi risparmi sono esauriti, che sta cercando un secondo lavoro in modo che possa pagare, prima di tutto, il biglietto di sua madre. Una volta in Europa, sarà in grado di presentare domanda di asilo e poi di ricongiungersi con la sua famiglia. Sa che la procedura non è facile, in questi tempi. Tuttavia,  rimane fiduciosa.

Guy-Love Ngiriye, 32 anni, è un neolaureato in informatica a Parigi. È arrivato nel 2012, per un master. Doveva tornare in Burundi nel 2015. Mentre organizzava il viaggio, ha perso due dei suoi migliori amici: i suoi due fratelli, perseguitati dai Servizi Segreti. Secondo Ngiriye, sono accusati di aver manifestato nella lotta di aprile 2015, nel comune di Cibitoke. Accuse gratuite, spiega, perché i suoi due fratelli non sono politicamente affiliati a nessuno; inoltre, la sua famiglia non abita a Cibitoke ma altrove, a Kinindo. «Una cosa incomprensibile: avrebbero protestato in un distretto diverso da quello in cui vivono, per una cosa che con l’oro non c’entrava: incredibile». Nel gennaio 2016, la sua famiglia si è trasferita nel campo profughi di Nakivale in Uganda, sicché Guy-Love ha deciso di rimanere a Parigi. In Uganda, dice, il costo della vita non è caro come il Ruanda. Tuttavia, le scarse risorse finanziarie che manda ogni mese, 200 euro, non consentono ai suoi due fratelli, rispettivamente studenti in Medicina e Giurisprudenza, di proseguire gli studi. Consapevole delle condizioni sfavorevoli per il rientro nel Paese, Ngiriye sta pensando a un piano B per portare la sua famiglia in Europa: «Abbiamo fatto richiesta del visto e mi auguro che l’ambasciata di Francia in Uganda prenderà in considerazione la precaria situazione della sicurezza in Burundi, per concedere loro rapidamente i visti».

Non soltanto i semplici cittadini si trovano in questo stato: alla lista sono aggiunti politici, difensori dei diritti umani e attivisti. Che, per la maggior parte, hanno presentato domanda di asilo in Europa. «La revisione della Costituzione del Burundi comporta la confisca del potere da parte del presidente Nkurunziza», dice Charles Nditije, presidente dell’Unione per il progresso nazionale (UPRONA). Esiliato in Belgio dal 2016, egli ritiene che costringere al referendum non è né più né meno di un ennesimoinquadramento  del popolo del Burundi: «Il presidente è altrettanto illegale e illegittimo. Si è investito con la forza e il sangue, in flagrante violazione dell’Accordo di Arusha e della Costituzione». Nditije cita l’articolo 299 della Costituzione, che stabilisce che nessuna procedura di revisione possa essere accettata se mina l’unità nazionale, la coesione sociale, la laicità dello Stato, la democrazia. Ma, per lui, il Burundi vive una profonda crisi multidimensionale, dopo il colpo di Stato istituzionale dell’aprile 2015. Il commissario responsabile delle questioni politiche e delle relazioni con le forze della nazione nella piattaforma politica CNARED (Consiglio Nazionale per il rispetto dell’accordo di Arusha e la democrazia in Burundi) non usa mezzi termini: «Il referendum costituzionale è una vera e propria sepoltura dell’accordo di Arusha e della Costituzione, un ritorno alla monarchia di fatto e al sequestro di un intero popolo». Impossibile, dice, continuare il dialogo: «È un linguaggio dei sordi. Come ti aspetti che la classe politica in esilio possa accettare tali condizioni? Nkurunziza ha appena minato l’unica via per uscire dall’attuale crisi».

Si dimentica così in fretta…

Aimé Magera

Secondo Aimé Magera, portavoce delle Forze di liberazione nazionale (FNL), principale partito di opposizione in Burundi, questo non è il momento di rivedere la Costituzione. Si chiede a che cosa serve usare un approccio che, invece di riassemblare e rassicurare, divide. «Non è che siccome nel 2005 l’allora presidente della Repubblica ha tenuto un referendum, ora si debba fare lo stesso. All’epoca, ciò era essenziale in considerazione dei vari fattori politici, tra cui le varie firme per il cessate il fuoco dei movimenti armati e la conversione di questi ultimi in partiti politici. Il presidente dimentica che non ha vinto la guerra, che è grazie a questo accordo firmato nel 2000 ad Arusha che lui è salito al potere nel 2005. L’accordo deve essere rispettato, perché lega ancora il popolo burundese».
Troppo è troppo, dice il portavoce dell’FNL: «I suoi due mandati sono scaduti, ha costretto il popolo a un terzo contro il Burundi, le Nazioni Unite, l’Unione europea e l’Africa. L’Accordo e la Costituzione sono sacri»; ricorda anche, Al presidente «illegittimo» e «illegale», che la sovranità nazionale che il suo partito ha ha tanto rivendicato è valida anche per gli oltre 500.000 burundesi in esilio.

Né il momento del referendum, né quello delle elezioni

«Uniremo le forze per dire no a Nkurunziza e al suo sistema», afferma Pierre Claver Mbonimpa, presidente dell’Associazione per la protezione dei diritti umani e dei detenuti (Aprodh). L’uomo che ha rischiato la vita combattendo contro il terzo mandato di Nkurunziza non si arrende: «Nessun referendum è possibile senza la società civile, gli osservatori internazionali, l’opposizione, i media e così via che possano controllare e denunciare le irregolarità che smuoveranno questo processo». Secondo Mbonimpa, questo non è né il momento di tenere un referendum, né di prepararsi per le elezioni del 2020: «Il contenzioso relativo al terzo mandato non è ancora risolto. Il posto della società civile, degli avversari e dei giornalisti, non è in Europa o nei paesi limitrofi, ma in Burundi. Torneremo, prima o poi, a costruire questo bellissimo Paese immerso nell’abisso per colpa di leader incompetenti e irresponsabili».
Come promemoria, la maggior parte delle organizzazioni della società civile burundese, tra cui Aprodh, non ha più il diritto di svolgere il proprio lavoro nel territorio burundese. I loro leader e molti oppositori sono rifugiati in Europa o nei paesi confinanti del Burundi. Inoltre, cinque stazioni radio e due canali televisivi indipendenti sono stati distrutti, costringendo all’esilio giornalisti e professionisti dei media. Tra questi, più di una dozzina in Francia e oltre cento giornalisti si trovano attualmente nel vicino Ruanda.

Il vento del cambiamento

Leonidas Hatungimana è l’ex portavoce del presidente Pierre Nkurunziza. Esiliato in Belgio dal 2016, condivide i possibili scenari per i rifugiati politici burundesi in Europa. Per lui, la speranza di un rapido ritorno nel Paese svanirà presto; tuttavia, ritiene che questa sarà la fine delle guerre tra alcuni politici dell’opposizione, di cui fa parte anche lui: «Sarà una buona opportunità per organizzare e formare una vera opposizione. Alcuni politici senza nerbo si arrenderanno al potere installato nella capitale, Bujumbura; altri prenderanno una pausa politica per integrarsi prima nei loro paesi di accoglienza: studi, lavoro, e altri percorsi utili per la loro stabilità e a quella delle loro famiglie». Secondo Hatungimana, tutti si sveglieranno nel 2023 per prepararsi alle elezioni del 2025 e… sarà troppo tardi. Tuttavia, l’ex portavoce rimane ottimista. La posizione dell’Unione europea, favorevole a mantenere le sanzioni contro il Burundi, è incoraggiante: «Per mancanza di finanziamenti, il potere di Bujumbura sarà anemico e debole».
Inoltre, il vento di rinnovamento dei partiti al potere che soffia nel continente (Angola, Zimbabwe, Sudafrica, Etiopia, ecc.) può anche soffiare sul Burundi. Per Hatungimana non è troppo tardi neanche per il cosiddetto partito dell’aquila: «Il CNDD-FDD farebbe meglio a scalare la china della popolarità licenziando Nkurunziza».

391 milioni di dollari per aiutare i rifugiati

«Tutti gli sforzi dell’Unione Africana e di altri per risolvere la crisi in Burundi sono in stallo», ha dichiarato Babar Baloch, portavoce dell’UNHCR. In un’intervista con i colleghi di Radio France Internationale (RFI) nel 2017, ha spiegato che oltre 61.000 burundesi sono stati costretti a lasciare il Paese per timore di persecuzioni. E per quest’anno l’UNHCR sta preconizzando movimenti di 50.000 persone in più e di 150 rifugiati al giorno. I problemi legati al loro ricevimento sono già vivi: Baloch stima che 391 milioni di dollari rappresentano il budget necessario per aiutare i nuovi arrivati. «Nel 2017, l’UNHCR è stato finanziato solo per il 21% e questo deficit di bilancio causerà problemi di cibo, fornitura di riparo e acqua potabile. Il peggio deve venire, se questa cifra non sarà disponibile».

In homepage: il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza

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