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Birdie: in scena uccelli come migranti in Paesaggi di desolazione

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20 ottobre 2014: José Palazón, fotoreporter e attivista per i diritti umani, realizza lo scatto noto come «Paisajes de desolación» e fa il giro del mondo, trasformandosi nel simbolo delle disuguaglianze lungo la frontiera meridionale della «Fortezza Europa». L’immagine immortala un gruppo di migranti che cerca di varcare la recinzione che “isola” l’eldorado di Melilla, enclave spagnola in territorio marocchino, in netto il contrasto con due giocatori di golf che continuano, imperturbabili, la loro partita. A pochi passi dalla disperazione altrui.

La foto trova spazio nelle pagine del ew York Times, del Guardian, di El Pais e riceve premi importanti come il Gabriel García Marquez, il World Press Photo e l’Ortega y Gasset. Alla genesi di questo scatto, al retroscena deliberatamente occultato e all’eco delle sue implicazioni è dedicato lo spettacolo multimediale “Birdie” della compagnia catalana Agrupación Señor Serrano, presentato al Teatro Astra in occasione del Festival delle Colline Torinesi 2018. Gli spettatori sono coinvolti fin dall’inizio nella rappresentazione attraverso proiezioni live, performance, video e regia in presa diretta che sono valsi il Leone d’Argento per l’innovazione teatrale alla Biennale di Venezia nel 2015. La compagnia combina tecnologie innovative e strumenti tradizionali per ridisegnare costantemente i confini del proprio teatro: «Per i nostri spettacoli», racconta Ferran Dordal, uno degli autori e anche performer in scena,«utilizziamo materiali tratti dalla quotidianità, cose molto semplici che chiunque può avere a casa sua: della farina, dei modellini, un computer». Tutto è costruito davanti agli occhi del pubblico tramite una manipolazione giocosa di oggetti e simboli e una rielaborazione narrativa che sovrappone realtà e rappresentazione.

Campeggiano tra le pagine di un collage di quotidiani notizie che raccontano di migrazioni e mappe di flussi umani, animali, genici (scomodando persino una Eva mitocondriale di origine africana), monetari: dimostrazione che il globo è attraversato da continui movimenti, ma non ci preoccupano allo stesso modo lo spostamento dei capitali finanziari e quello degli esseri umani lungo le rotte migratorie. Discorso politico ed estetico si fondono nel racconto delle contraddizioni dell’esperienza umana contemporanea. Dordal ammette: «Il nostro spettacolo era già pronto nel 2015 ma, dopo i naufragi e le stragi di migranti nel Mediterraneo, ci siamo chiesti se metterlo in scena volesse dire approfittare dell’attualità, o peggio abusarne. Ci abbiamo meditato su e abbiamo pensato che valesse la pena di comunicare qualcosa anche attraverso il teatro».

“Birdie” può leggersi come una reinterpretazione del film Gli uccelli di Hitchcock, laddove alcune sequenze del film sembrano narrare una storia diversa, che ha per protagonisti i migranti: gli uccelli, come i migranti, rappresentano le nostre paure, il loro comportamento minaccioso suscita in noi il timore di ciò che non conosciamo o non vogliamo conoscere o che non ci prendiamo la briga di guardare da un’altra prospettiva. Gli atti stessi sono scanditi da alcune battute tratte dalla sceneggiatura originale particolarmente calzanti. «Stanno arrivando! Stanno arrivando!», grida atterrita Melanie: si apre così il primo atto e ci invade il timore dell’invasione. «Sono uccelli, vero?», si chiede sempre Melanie, all’inizio del secondo atto: non siamo neanche in grado di riconoscerli, tanto che nella foto di Palazón è facile scambiare i migranti appollaiati alla recinzione per avvoltoi, mentre è più facile che siano fragili come birdies, uccellini. Sul palco prende forma una minuziosa analisi dell’immagine: livelli, piani, struttura, distanze, persino la sezione aurea con tanto di esempi celebri tratti dalla storia dell’arte. «Non fermeranno mai le loro migrazioni» sentenzia Annie in apertura del terzo atto:no, gli uccelli percorrono rotte di migliaia di chilometri, viaggiando liberi secondo ritmi naturali, varcando confini senza curarsene, senza essere respinti. «È questa la fine del mondo?»:un interrogativo ripetuto come un mantra, che introduce all’ultimo atto per dare voce a ciascuno dei personaggi ritratti nella foto – il richiamo è a «Blow up» e ai molteplici punti di vista sulla realtà -, ovvero il poliziotto che sorveglia la recinzione, la donna che gioca a golf, il migrante, Palazón stesso, un uccello migratore che sorvola la zona, fino alla voce off della narratrice.

Sulla platea si alza un vento che avvolge il pubblico in volute di fumo che sembrano disegnare le rotte degli uccelli: «Ogni giorno qualcuno si mette a volare», dice la voce narrante in chiusura, la storia è fatta di storie di migrazioni e di migranti. Il destino diasporico accomuna tutti gli esseri viventi, in ogni tempo, come mostrano i 2000 modellini di animali e di neonati disposti sulla scena: un’umanità composita che va incontro inesorabilmente a cambiamenti climatici, inquinamento dei mari e delle coste, deforestazione, violenze e prevaricazioni, piegata dal vento della devastazione.

Nulla nel cosmo è quieto. Non si può pretendere da un essere vivente l’immobilità, sarebbe come chiedere alla Terra di smettere di girare. E, se ci si pensa, il viaggio che quotidianamente compie su se stessa e lungo l’orbita attorno al sole è ciò che rende possibile la vita.

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