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Bernardo Valli e la cassetta degli attrezzi del giornalista

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Bernardo Valli, storico inviato e redattore capo della redazione francese di Repubblica
Bernardo Valli, storico inviato e redattore capo della redazione francese di Repubblica

Curiosità, metodo, passione: sono questi alcuni degli elementi che, per Bernardo Valli, un buon giornalista dovrebbe possedere. Il grande reporter ha presentato il suo libro, La verità del momento (Mondadori) e ha tenuto una sorta di lezione a quasi 300 colleghi, riuniti nell’aula magna del Campus Einaudi di Torino, in occasione dell’incontro organizzato dall’Odg, e intitolato ”Il destino dell’inviato speciale”. Valli è un bell’uomo, distinto, elegante e gentile, un viso abbronzato dal sole, modi pacati e una voglia di vivere contagiosa. Lo intervista Mario Calabresi, direttore de La Stampa.

Come si fa a durare per molto tempo nel giornalismo? È per il metodo, l’osservazione, il racconto? È la capacità di guardarsi indietro, di mettere in discussione alcune cose? Il titolo del libro ci dice che non c’era la vocazione di raccontare verità assolute. Come tenere intatto tutto ciò?
«La qualità principale del giornalista è la curiosità, se non si è curiosi non si può fare questo mestiere. L’ho imparato facendo il cronista, che è il mestiere di base: il vero giornalista è quello che va sul posto a raccogliere le notizie. Non andando lontano, ma a Milano, dov’ero un cronista di nera, nei commissariati, dove imparavo a capire di furti, delitti, stragi, incidenti. E dove rispondevo a domande molto precise che sono quelle banali: Come, quando, perché? Queste sono le chiavi del mestiere, ma alla base c’era la curiosità che mi spingeva ad andare a cercare e seguire le notizie. Se si estingue questa curiosità, a qualsiasi livello, dal cronista fino al grande editorialista, se si spegne questa scintilla, è finito il mestiere. Per fortuna, io sono ancora curioso».

Bernardo Valli libroCuriosità quindi, ma anche metodo, con cui si va e si osserva.
«Il giornalista è un testimone, non un protagonista e il giornalismo non è un’arte, che significherebbe creazione, né invenzione, perché non è una scienza; il giornalismo è una sorta di artigianato, dove il reporter è come un grande falegname, che può costruire un banale armadio o una sedia così ben fatta da finire in un museo, come un articolo di giornale che può finire in un’antologia di letteratura. Ma, essenzialmente, è un servizio. Ci sono diversi gradi di esercitare questo servizio, vi sono regole da rispettare e che bisogna imporsi: andare sul posto (un giornalista che non va a fiutare l’atmosfera, che non interroga, non fa il proprio mestiere) e non “andare a caso”: qualsiasi situazione si segua, è necessario avere regole e savoir faire, non essere avventati. Il mestiere non è un’avventura: non esiste il corrispondente di guerra come professione. Seguire solo cose rischiose può succedere, ma non obbligatoriamente: nella mia vita ho fatto tante conferenze politiche, culturali, e poi ogni tanto c’erano anche dei conflitti, ma anche nel fare il corrispondente di guerra, bisogna rispettare determinate regole. È un mestiere non di improvvisazione, non di avventura, richiede una professionalità che si forma con il tempo e le esperienze. Il mestiere di inviato speciale deve essere spogliato dall’aura un po’ romantica della professione».

Calabresi parla anche del cinismo di alcuni colleghi, che si dicono stufi di fare sempre le stesse cose immersi nel disincanto, nella convinzione di aver già visto tutto. Nei pezzi di Bernardo Valli invece, sottolinea, non c’è mai del rimpianto per i tempi andati, magari delle sane nostalgie, ma mai disincanto né ironia amara.
«Se mi si riproponesse un’altra vita – risponde Valli – rifarei volentieri ciò che ho fatto, molto volentieri: il mio è il più bel mestiere del mondo, è un lusso straordinario. Senz’altro è vero che il mondo è cambiato per questo mestiere, ma il potere seguire, come testimone, piccoli e grandi avvenimenti è un grande privilegio. Aver conosciuto Nehru, visto Che Guevara, seguito la caduta del Muro di Berlino: sono soddisfatto mi sia stata offerta questa occasione».

William Howard Russell (1820-1907)
William Howard Russell (1820-1907)

Valli passa in rassegna i mezzi tecnici che hanno fatto il giornalismo, dalle sue origini: la prima corrispondenza è di William Russell, cronista del Times, che segue la guerra in Crimea, la celebre carica dei 600, e invia a Londra un telegramma. «Il giornalismo moderno nasce così, poi cambia con le nuove possibilità tecniche. I telex in Vietnam, che se c’era un temporale sul golfo del Bengala non si potevano mandare gli articoli, sono superati dal telefono satellitare: è una grande conquista, perché quel mezzo ha vinto la censura; per esempio nella guerra in Iraq, Saddam cercava di censurare le nostre corrispondenze, ma non ci riusciva. Il mondo si è rimpicciolito e l’inviato speciale non ha più il ruolo di un tempo, intriso di una carica emotiva molto forte. Oggi tutti viaggiano, le comunicazioni sono facili, veloci, le notizie di facile diffusione. Si è sviluppata una civiltà delle immagini, non più tanto della parola scritta, della carta; la televisione ha portato via molte emozioni che noi suscitavamo. Ad esempio, per una guerra: una volta si raccontavano le bombe, le esplosioni, oggi il giornalista deve raccontare il perché c’è l’esplosione, i motivi della guerra, e assieme al racconto ci deve essere l’analisi, oppure un racconto che spieghi, non solo che descriva».

Cosa spinge ad andare sul posto, quando si può avere tutto sul computer?
«Nel corso della mia vita da cronista, nel passato, mi muovevo con la mia Lettera 22 e qualche libro da leggere per acquisire nozioni. A volte ero nella mia stanza d’albergo, isolato, quindi dovevo prendere contatti con le istituzioni per cercare di sapere cosa stava succedendo. Oggi, con il computer, ho tutto ciò che voglio, una massa di informazione, questa è la grande differenza. Ma come giornalista vado a vedere per raccontare e spiegare agli altri quello che spesso io stesso non ha capito. Il giornalista deve avere cultura generale, sfrontatezza, onestà ed esattezza. E saper scegliere una sintesi rispetto ad argomenti spesso complicati. Un tempo, tra i giornalisti c’erano molte canaglie, ma anche tanti uomini di carattere; con il giornalismo delle scuole, ora, sono diventati più preparati, più puliti, ma meno grintosi, anche perché spesso precari. È anche sparita la definizione di inviato speciale: oggi si è spesso pagati a pezzo, si hanno meno rapporti diretti con la direzione del giornale».

E anche meno richiesta di qualità, aggiunge Calabresi, «perché generalmente nessuno fa più rifare niente. Rifare il pezzo è vissuto come atto di lesa maestà, mentre Valli è diventato Valli proprio perché il pezzo glielo facevano rifare anche tre quatto volte. Oggi non si fa, perché mancano i maestri e far rifare è una fatica. I giovani stanno vivendo un cambiamento molto difficile, in cui spesso non sono accompagnati. Eppure ci sono giornalisti che hanno talento e raccontano storie con linguaggi diversi. Un esempio: Giordano Cossu, vincitore del Prix Italia, ha raccontato il Ruanda con un web documentario. Sono modi di raccontare nuovi».

Valli ha, infine, raccontato il suo modo di informarsi: «La mattina con la radio; ne ho tre, in bagno, vicino al letto e un’altra stazione ancora. Poi ho dei siti e giornali di riferimento: il New York Times, sia sito sia cartaceo, perché ha qualcosa che gli altri giornali non hanno, ovvero la corrispondenza elaborata durante il giorno; poi Le Monde – io vivo a Parigi- che è un giornale di grande qualità; L’Economist, che dà ogni settimana il riassunto, la cronaca e l’analisi dei fatti; il Newyorker, con i suoi articoli lunghi e le sue storie bellissime, mi affascina e spezza molto luoghi comuni sul giornalismo. Il giornalismo di carta che sopravvive con le sue analisi, i racconti, i reportage».

E un cenno alle giornaliste donne? chiede una giornalista in platea. «Sono più attente, più sensibili ai problemi sociali, hanno un modo di esprimersi più elegante. E infatti la Fallaci è il personaggio italiano più conosciuto al mondo».

 

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