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Behrouz Boochani: sei anni di prigionia, uno smartphone per denunciare

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Immigrazione australiana significa centinaia di persone chiuse in un’area che non è carcere, ma senza la libertà di potersene andare. Talora è solo una questione amministrativa, di visto o di permesso a svolgere la tua professione: come nel caso di Behrouz Boochani. Giornalista, scrittore curdo iraniano, attivista politico per i diritti umani, Boochani è “trattenuto” dal 2013 nell’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea. Oggi, finalmente, è libero in Nuova Zelanda.
Behrouz ha 36 anni e cittadinanza iraniana; quando la polizia ha chiuso il suo quotidiano, nel 2013, decide di lasciare l’Iran. Dopo arresti e intimidazioni a giornalisti iraniani che sostenevano, come lui, l’indipendenza curda, fugge e raggiunge clandestinamente l’Indonesia e, da lì, l’Australia, dove vuole chiedere lo status di rifugiato politico. Viene fermato dalla guardia costiera di Canberra, che lo trasferisce nel centro di immigrazione e detenzione di Manus. Lì è iniziato il suo viaggio, quello di giornalista e scrittore.

Da lì ha preso a raccontare al mondo cosa accade in questi luoghi presi “in affitto” dall’Australia per rinchiudere i migranti che cercano di raggiungere le sue coste. Su Twitter, Facebook e sul web Behrouz Boochani documenta abusi e sofferenze: è una dura campagna di denuncia della politica anti-migratoria e delle umiliazioni cui vengono sottoposti i rifugiati. I suoi articoli escono sui giornali di tutto il mondo e con uno smartphone, unico oggetto che a volte filtra all’interno dei centri d’immigrazione, ha girato il documentario “Chauka, please tell us the time” (2017), proiettato il 5 ottobre del 2018 al “Festival di Internazionale di Ferrara” dove ha ricevuto il premio “Anna Politkovskaja” per la libertà di stampa.

Premio ritirato da Omid Tofighian, traduttore del suo libro “No friend but the mountains” 2018 (Pan Macmillan-Picador), edito in Italia da Add. Si è sempre considerato un prigioniero politico. Ha dichiarato al The Guardian, giornale per il quale ha scritto per alcuni anni prima di Manus: “Ci sono 46 uomini detenuti in isolamento, nella prigione di Bomana a Port Moresby. Ho visto gli amici uccisi, pugnalati, assassinati da guardie sull’isola di Manus, ha visto altri morire per negligenza medica o per suicidio”.
Boochani è stato torturato due volte per diversi giorni nel famigerato blocco di isolamento Chauka, nel centro di detenzione, ora demolito, ed è stato incarcerato per otto giorni per aver denunciato uno sciopero della fame, che è stato represso con la forza dalla polizia del PNG. Boochani ha lasciato l’isola mercoledì 13 novembre 2019 e ha raggiunto la Nuova Zelanda, dove apparirà ad un festival letterario a Christchurch. Ha un visto di soli 30 giorni in Nuova Zelanda. Gli Stati Uniti sono disponibili a dargli il visto in base all’accordo sullo “scambio di rifugiati” in Australia stipulato tra Malcolm Turnbull e Barack Obama. “Sono un giornalista”, ha detto a Guardian Australia nel 2015 dalla sua prigione. “Sono ancora un giornalista, nonostante stia in questo posto. Questo è il mio lavoro, questo è il mio dovere. ”

– dal discorso tenuto da Boochani per il Australia Victorian Prize 2019 “Questo Premio prova che le parole ancora hanno il potere di sfidare i sistemi e le organizzazioni disumane, che la letteratura ha il potenziale per provocare cambiamenti e per sfidare le strutture del potere. La letteratura ha il potere di darci la libertà. … Questo premio è una vittoria non solo per noi (prigionieri), ma per la letteratura e l’arte. Soprattutto è una vittoria per l’umanità, per gli esseri umani, per la dignità umana”.

Vincitore nel 2007 del premio di Amnesty International Australia, attribuito a giornalisti e mezzi di comunicazione australiani che si sono distinti nel trattare i temi legati ai diritti umani Vincitore del Victorian Prize 2019, il più prestigioso premio letterario australiano Vincitore NSW Premier’s Award 2019 Vincitore Asia General Non Fiction Book 2019 Vincitore National Biography Award 2019.

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