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Bayan Yani, in Turchia la satira è femmina

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Ci vuole almeno un’ora per raggiungere Avcılar con i mezzi pubblici dal centro di Istanbul, il distretto si trova sul lato occidentale della grande metropoli turca. Prima di attraversare una rapida urbanizzazione negli ultimi decenni, Avcılar, uno dei 39 distretti di Istanbul, era un piccolo villaggio sulla costa del Mar di Marmara. Significativamente, è l’unico in cui una donna sia stata eletta sindaco nelle ultime elezioni locali. A differenza di altri sobborghi sonnolenti di Istanbul, l’Avcılar è un luogo dinamico grazie alla presenza di uno dei campus dell’Università di Istanbul che dispone di un grande viale pedonale costellato da numerosi bar, negozi e ristoranti. Durante il referendum costituzionale che si è svolto in Turchia il 16 aprile, il viale principale di Avcılar è stato utilizzato dagli attivisti per mettere in piedi i banchetti delle campagne per il Sì (Evet) e per il No (Hayır).
Avcilar è anche la casa di Ezgi Aksoy e Feyhan Güver, entrambe coinvolte nella gestione di un media molto impegnativo: Bayan Yanı, una rivista satirica che pubblica solo le donne disegnatrici. «Tutto è iniziato nel marzo 2011 – ricorda Aksoy –. Abbiamo raccolto scrittori e disegnatori che già lavorano per una rivista satirica più generalista Le Man (una tra le prime tre riviste satiriche della Turchia, insieme a Penguen e Uykusuz). Volevamo stampare una rivista speciale per la Giornata Internazionale delle Donne, perché in quel momento i diritti delle donne stavano cominciando ad essere minacciati in Turchia. Abbiamo fatto il primo numero e abbiamo deciso di continuare dopo aver ricevuto riscontri che ci incoraggiava a farlo».
Sono passati sei anni dal lancio e Bayan Yanı ha pubblicato ogni mese un nuovo numero. Ognuno di questi ha affrontato sia l’infinita turbolenza politica del Paese, sia i problemi della vita quotidiana, come il linguaggio dell’odio nei confronti delle donne, la violenza domestica e gli omicidi delle donne. Per i collaboratori della rivista, è difficile scollegare i due temi.

Ezgi Aksoy

Aksoy è una scrittrice freelance, specializzata in cinema e America Latina. A marzo ha scritto un ritratto di Berta Caceres, attivista ambientale dell’Honduras, uccisa lo scorso anno. Güver è una disegnatrice e una collaboratrice di Le Man da lungo tempo. Le piace disegnare storie sulle relazioni e l’amicizia, di solito ambientate nel piccolo villaggio nella regione della Tracia da dove proviene.

“Bayan Yanı” si potrebbe tradurre con “le donne a fianco”, ironizzando su una particolare forma di segregazione sessuale che si verifica in Turchia, spiega infatti Aksoy: «Le compagnie di autobus interurbane vietano alle donne e agli uomini di sedersi gli uni accanto agli altri altri se non si è amici o parenti». Quando hanno iniziato a lavorare su questo progetto era uscita la notizia di una donna che aveva voluto comprare l’ultimo biglietto di un autobus e che avrebbe dovuto sedersi accanto ad un uomo. «L’azienda non le ha venduto il biglietto. Questa regola è abbastanza divertente perché non si applica ad altre forme di trasporto come aerei o autobus locali».

Feyhan Güver, fumettista

Benché Bayan Yanı sia principalmente una roccaforte femminile, il suo staff comprende anche un uomo, che pubblica regolarmente sulle sue pagine: lo scrittore satirico Attila Atalay. «Scrive di un personaggio femminile, ma scrive così bene che nessuno penserebbe che sia opera di un uomo!», dice Aksoy. La rivista è il lavoro di un collettivo fluttuante di collaboratori. «Siamo liberi di pubblicare ciò che vogliamo, non c’è capo. Semplicemente ci scambiamo  email con le nostre idee» dice Feyhan.

Bayan Yanı ha un nucleo di sei o sette collaboratori regolari, in diverse parti della Turchia e anche all’estero, come il disegnatore Ramize Erer che vive a Parigi. In uno degli ultimi numeri Erer ha descritto come sono nati i suoi personaggi più importanti: c’è Nadide, una moglie apparentemente felice che rappresenta quello che Erer chiama il volto “moderno” o “illuminato” della Turchia. C’è Ezik, la sua controparte più tradizionale, che è maltrattata da suo marito. E c’è Berna, un personaggio assertivo e indipendente, che rompe tabù e convenzioni sociali, che nel fumetto usa il suo soprannome turco kötü kız, il che significa “cattiva ragazza”.
Berna è bionda e formosa, altri personaggi della rivista sono alti, sottili, giovani o vecchi, provenienti da ambiti urbani e rurali, sono velati o svelati, alla moda o fuori moda senza speranza. A differenza di altre riviste femminili, le donne di Bayan Yanı hanno corpi e personalità molto diversi. «Le donne ci dicono che si sentono più a proprio agio con la nostra rivista per questa ragione – dice Güver – . Ad esempio, la nostra fumettista Ipek è molto alta e affronta le difficoltà di essere alti nel suo lavoro».
Ogni storia e personaggio possono trattare argomenti più leggeri o più pesanti, che coprono esplicitamente più o meno tutti i problemi che riguardano le donne: discriminazione, machismo, pressione sociale, diritti e lotte. Nelle pagine iniziali di ogni numero molte illustrazioni sono dedicate alle ultime notizie e agli scandali correlati al sesso. La violenza perpetrata sulle donne, altrimenti normalizzata, diventa assurda e inaccettabile sotto la penna dei caricaturisti di Bayan Yanı. Di solito i leader mondiali e i politici nazionali non sono rappresentati in una luce positiva; moltissime vignette, per esempio, evidenziano e affrontano la misoginia di Erdogan. «È importante essere umoristici, perché ci dà un impatto maggiore», dice Güver.
Aksoy sottolinea che le autrici di Bayan Yanı hanno diverse visioni del mondo: alcune sono più liberali, altre sono Kemaliste o sostengono il movimento curdo, tutte combattendo l’attuale regime di Erdogan. «In generale, siamo naturalmente più vicini all’opposizione» dice.

Dure o morbide che siano, la maggior parte delle voci dell’opposizione stanno passando un brutto momento sotto il pugno di ferro di Erdogan. Negli ultimi mesi e soprattutto dopo il fallito tentativo di colpo di Stato del 15 luglio dello scorso anno, la repressione è aumentata e decine di media sono stati chiusi. La Turchia attualmente detiene il record mondiale del paese con più giornalisti in carcere, con circa 150 lavoratori dell’insustria dei media dietro le sbarre. Musa Kart, caricaturista del quotidiano Cumhuriyet, uno dei giornali più odiati da Erdogan, è imprigionata in condizioni difficili a Silivri, una grande prigione costruita sui confini occidentali di Istanbul; non è lontano da Avcılar, dove Aksoy sta vivendo.
«Andare in prigione non è una possibilità lontana per nessuno di noi» ammette. Il gruppo di Bayan Yanı non ha ancora affrontato nessuna causa o pressione da parte dello Stato, la situzione era diversa per Le Man. «Dopo il 15 luglio, un gruppo di persone è venuto nell’ufficio dell’editore di notte con una tanica di benzina, minacciando di incendiare l’edificio. Fortunatamente non c’era nessuno in quel momento nell’edificio, altrimenti chissà cosa sarebbe successo ai nostri amici?»
La copertina dell’edizione di Le Man dopo il tentativo di colpo di stato del 2016 ha irritato i sostenitori di Erdogan: nello stesso momento in cui la piccola folla ha tentato di incendiare l’ufficio di Le Man, la polizia è andata in tipografia a fermare la distribuzione della rivista. A proposito della censura Aksoy spiega: «Si inizia ad applicare l’autocensura senza accorgersene. Per un po’ ho smesso di scrivere editoriali. Se scrivi qualcosa che è considerato offensivo, puoi essere incarcerato». Güver ricorda che una volta, dopo aver fatto una caricatura della moglie del presidente Emine Erdogan, prima pensò di ammorbidirla un po’, ma alla fine decise di non pubblicarla affatto.

Bayan Yanı conta su una forte comunità di lettori, con più di 360.000 fans su Facebook. «Abbiamo legami con molti dei nostri lettori, Bayan Yanı fa parte della loro vita. Se siamo un po in ritardo con un tema, per esempio, ci scrivono e ci chiedono quando sarà trattato», dice Aksoy. In ogni caso, Aksoy e Güver si impegnano a far sentire la voce del giornale e intendono produrla il più a lungo possibile. La copertina del mese di aprile si occupa del referendum e imita le immagini popolari delle persone che formano la loro parola “Hayır”. I vari personaggi della rivista, uno accanto all’altro, compongono un collettivo “no”, opponendosi alla scelta di cambiare il sistema parlamentare della Turchia in una presidenza che rafforzerà il conservatorismo e inciderà sulle libertà individuali per i cittadini turchi. Certamente il risultato del referendum non è stato una buona notizia per i fumettisti e i lettori di Bayan Yanı.

Questo articolo fa parte del progetto Web Arts Resistances e della piattaforma coordinata da Babelmed in collaborazione con Inkyfada, ONORIENT, Radio M e Tabasco Video.

Clément Girardot

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