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Il fotoreporter dell’assedio ignorato

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tawilBassel Tawil è un fotogiornalista siriano. Ha studiato ingegneria delle telecomunicazioni in Libano ed è cresciuto con la passione della fotografia. Finché non ha deciso di documentare ciò che il regime siriano faceva nel suo Paese e in particolare a Homs, la sua città. Homs è una città importante per la sua collocazione geografica, strategica ed economica. Situata al centro di una regione agricola fertile lungo la valle del fiume Oronte, è uno sbocco naturale dalla costa mediterranea della Siria verso l’interno, e si trova a metà strada tra Damasco e Aleppo, non lontana dal Libano.

A partire dal maggio del 2012, Tawil ha iniziato a documentare l’assedio della città, un assedio iniziato nel 2011 e imposto alla città per sedare una rivolta contro Bashar al-Assad. Per sconfiggere i ribelli, il regime non ha badato alle misure: taglio di luce ed elettricità, incursioni violente e, quando il conflitto si è radicalizzato, bombardamenti dei quartieri abitati dagli oppositori, piogge di colpi di mortaio, cecchini di Assad che facevano fuoco sui manifestanti. Le campagne condotte con artiglieria pesante e con l’ausilio della forza aerea di Damasco si sono protratte fino al febbraio del 2014, causando migliaia di morti, quando finalmente l’Onu ha deciso di intervenire per interrompere, anche solo per qualche giorno, le 500 giornate di assedio. Nella primavera dello scorso anno, infine, la città è stata evacuata e gli ultimi ribelli, un migliaio di irriducibili, sono stati costretti a lasciare le loro case in cambio della vita: Assad era pronto a un’altra ondata di offensive militari per annichilire l’opposizione.

A Tawil non è stato risparmiato nulla: arrestato e detenuto per dieci giorni, il fotografo è stato malmenato e minacciato, colpevole di aver usato l’obiettivo per fissare gli scatti della tragedia. Tornato in Libano per vie non ufficiali, ha tentato di ricostruirsi là una vita ma, dopo neppure un anno, è stato costretto all’esilio perché continuamente minacciato di morte.  Bassel ha ottenuto lo status di rifugiato politico in Francia e ora vive nella Maison des journalistes di Parigi, dove continua a operare per documentare l’assedio della città di Homs: “Penso sempre alla mia casa e che presto ritornerò. Penso che Assad e Isis spariranno e che in Siria, un giorno, riusciremo a fare quello che vogliamo veramente, a vivere, a lavorare, senza paura”.

tawil2Rosita Ferrato, presidente del Caffè che cura la mostra di Tawil, lo ha incontrato per domandargli cosa rappresenti, per lui, la possibilità di divulgare le sue fotografie in Italia e quali sentimenti susciti rivedere quegli scatti: “Per me non è facile rivedere queste foto, perché portano con sé i miei ricordi. Ho sempre sperato venissero pubblicate, vorrei che tutti sapessero cosa accade in Siria. Vorrei che sapessero cosa sta facendo al-Assad. Faccio il fotografo da diversi anni, per me è sempre stato un hobby: poi in Siria è iniziata la rivoluzione, molti civili lavorano come giornalisti o possiedono attività, ma il giornalismo è sempre controllato dal regime. Se fai qualcosa contro di loro, ti scovano, ti arrestano o ti uccidono. Quindi lavorare in Siria, li spaventa sempre moltissimo. Penso sempre alla mia casa, credo che presto tornerò nel mio Paese. Mi auguro che Assad e Isis, un giorno, spariranno e che in Siria riusciremo finalmente a fare quello che vogliamo veramente”.

La mostra “Siria: immagini dalla guerra”, esposta al Campus Einaudi di (Lungo Dora Siena 100, Torino) dal 26 novembre al 4 dicembre,  propone le fotografie di Bassel Tawil  in una posizione non consueta, quasi “scomoda”, proprio per invitare a uno sguardo consapevole su quanto è raffigurato.

 

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